Perché continuiamo a prendere sul serio le proteste pseudoscientifiche contro la rete 5G?

I controlli sono stati già fatti: la rete 5G è sicura, eppure c’è ancora chi semina paure infondate

In un articolo pubblicato il 5 agosto su La Stampa si torna a parlare della rete 5G e delle proteste organizzate in 50 città italiane contro le sue onde elettromagnetiche (si parla di frequenze da 30 gigahertz). Entro il 2020 il 5G potenzierà le nostre comunicazioni, con la conseguenza che aumenteranno il numero di antenne, più deboli di quelle attuali. 

In Italia sono 150 i comuni che stanno sperimentando questa tecnologia, ma le cavie non siamo noi, come sostiene invece il principale promotore della protesta: il comitato Stop 5G, presieduto da Maurizio Martucci, il quale sostiene che «di questa tecnologia si sa poco o nulla. Qualora ci sia anche un solo dubbio deve sempre prevalere il principio di precauzione per tutelare la salute dei cittadini».

Ma, come spiegavamo già in un precedente articolo, non ha nessun senso applicare il principio di precauzione sulle onde elettromagnetiche non ionizzanti del 5G, come quelle dei cellulari. Sussistono diverse fake news in merito, che arrivano a sostenere che le onde possano causare il cancro, fino a imporre – a colpi di sentenze controverse – raccomandazioni ufficiali su un presunto «uso improprio dei cellulari».

Precisazioni sugli studi contro il 5G

Si tornano a citare i soliti due studi che dimostrerebbero la nocività del 5G: quello dell’Istituto Ramazzini di Bologna e quello americano del National toxicology program (Ntp). Il primo studio promosso dalla cooperativa sociale bolognese, riguarda l’esposizione dei ratti per l’intera durata della loro vita alle onde.

«Ratti Sprague-Dawley maschi e femmine sono stati esposti dalla vita prenatale fino alla morte naturale a un campo lontano GSM a 1,8 GHz di 0, 5, 25, 50 V / m – riportano i ricercatori nello studio – con un’esposizione a tutto il corpo per 19 ore al giorno».

Eppure, nonostante siano stati sottoposti all’esperimento 2448 animali, i risultati prodotti sull’insorgenza di patologie oncologiche non hanno prodotto evidenze significative, per stessa ammissione dei ricercatori.

«Un aumento dell’incidenza di tumori gliali maligni è stato osservato nei ratti trattati alla massima dose (50 V / m), sebbene non statisticamente significativa».

Lo studio commissionato dal Ramazzini cita anche quello del Ntp, che è stato ugualmente realizzato su dei ratti in condizioni analoghe: ma non riguarda 4 e 5G.

«Gli animali sono stati alloggiati in camere appositamente progettate e costruite per questi studi – precisano i ricercatori americani – L’esposizione alla RFR è iniziata nell’utero per i ratti e tra 5 e 6 settimane per i topi, e è continuata per un massimo di due anni, o per gran parte della loro vita naturale […] Questi studi non hanno studiato i tipi di RFR utilizzati per le reti Wi-Fi o 5G».

Chi è il presidente di Stop 5G

Del resto il presidente di Stop 5G non è nuovo ad affermazioni controverse. Martucci ha anche un blog su Il Fatto Quotidiano dove si occupa di medicine alternative (cioè non dimostrate in ambito medico) e tematiche ambientali.  

In un articolo intitolato «Vaccinatoio Italia, Alla Ricerca Del Rischio Minore» pubblicato su Ultima Voce nel maggio 2017,  Martucci recensisce un libro di Eugenio Serravalle (medico e omeopata free-vax):

«La sintesi? Nel mezzo, trattare i vaccini esattamente come qualsiasi altro farmaco, valutando in coscienza vantaggi e svantaggi. Senza farsi prendere dal panico della radiazione o di chissà quali pene corporali inflitte al pubblico ludibrio per i dissenti.

Dove – per dirla ancora con Serravalle – “se non vaccino, mi accollo un rischio. Ma se vaccino, me ne accollo uno diverso”. Soluzione amletica, più che fuori legge, fuori dal gregge».

Martucci è anche ideatore e curatore del sito Oasi Sana, dove collabora con altri autori. Vi possiamo leggere tante altre affermazioni «fuori dal gregge», per esempio sull’omeopatia e sulla Nuova medicina germanica

Foto di copertina: Christoph Scholz/Flickr/Rete 5G.

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