Gli incendi nella foresta Amazzonica visti dalla parte degli Indios – L’intervista

Proteggere gli Indios significa anche difendere la principale riserva di ossigeno del Pianeta

L’Amazzonia va letteralmente in fiamme. Tutto questo non sembra scomporre più di tanto il governo brasiliano di Jair Bolsonaro, anzi la tendenza appare quella di sminuire il disastro ecologico in atto, con tentativi poi ritrattati di scaricare la colpa alle Ong che operano nella regione.

Con buona pace dei negazionisti i dati sono difficili da ignorare, confermati da quanto la Nasa è riuscita a vedere attraverso i suoi satelliti. Tanto per cambiare la colpa non può essere della Natura stessa, non basta qualche fulmine a giustificare incendi tanto ampi, mentre sappiamo che da diverso tempo la politica brasiliana tende a sorvolare sulle illecite attività di disboscamento, agevolando lo sfruttamento di quel che resta sotto le ceneri.

Una tragedia parallela è quella vissuta dagli abitanti della foresta pluviale, gli Indios, i quali rappresentano un ostacolo per tutti quelli che dagli incendi possono trarre grossi profitti, perché le zone disboscate e sgomberate dai nativi possono diventare zone utili all’estrazione mineraria, all’allevamento o alle coltivazioni.

Si tratta di un aspetto che anche in Europa tendiamo spesso a trascurare, eppure – come vedremo – i nativi sono gli ultimi guardiani della foresta amazzonica; se i loro diritti venissero difesi allora avremmo maggiori speranze di difendere anche il principale polmone verde del nostro Pianeta.

Christopeher Julian Clark fondatore di una delle più importanti associazioni che operano nel territorio, la Reserve Extrativista do Baixo Rio Branco – Jauaperi, spiega a Open cosa sta succedendo dal punto di vista di chi nella foresta vive da più di vent’anni, a stretto contatto coi nativi.

Una vita contro la deforestazione

Clark giunse in Amazzonia nel 1984 per visitare varie zone della foresta, ma una in particolare, quella del Rio Jauaperi, lo colpì particolarmente. Si trova ai confini tra gli Stati di Amazonas e Roraima. Negli anni successivi Clark è tornato ogni anno in Amazzonia, esplorando molti fiumi, ma tornando sempre al Rio Jauaperi, dove ha stretto amicizia con alcuni nativi. 

Nel 1990 gli abitanti della foresta gli chiesero aiuto. «Non avevano una scuola sul fiume – racconta Clark – nessuna assitenza sanitaria, nessuna attività economica e molte famiglie si vedevano obbligate a emigrare in città». Dopo lunghe discussioni decisero assieme di creare un’area di preservazione ambientale intorno al piccolo fiume Xixuau, affluente del Jauaperi. 

Nel 1992 nacque così l’associazione «Amazzonia Italia», con due sedi: una a Grosseto in Toscana e l’altra a Manaus in Brasile. Gli Indios sono diventati tutti soci dell’associazione e hanno venduto i loro diritti di possesso sulla terra a essa – ovvero a se stessi – è stata formata così un’area che è diventata sempre più grande man mano che entravano nuovi abitanti nel progetto.  

«Abbiamo iniziato a operare in varie zone, costruendo una prima scuola, un ambulatorio medico – continua Clark – e abbiamo avviato un’attività di turismo ecologico per generare reddito. Così nacque la Comunità di Xixuau e il tentativo di preservare la natura in una zona remota ma veramente ricca di fauna e flora».  

La «Reserve Extrativista do Baixo Rio Branco – Jauaperi» è attualmente un’area di quasi 600 mila ettari, creata ufficialmente dal Presidente Michel Temer il 5 Giugno di 2018.  

Una grande vittoria che oggi rischia di essere vanificata. Col nuovo Governo di Bolsonaro tutto si è fermato e «i nuovi» non annunciano nulla di buono.

Già, i nuovi fatti: gli incendi che devastano l’Amazzonia, senza che vi sia una efficace reazione del Governo, preoccupano Clark e gli abitanti della riserva. I dati erano preoccupanti già da prima. Com’è tristemente noto ogni minuto in Amazzonia scompare l’equivalente di un campo da calcio di foresta.

«Non mi piace il paragone coi campi da calcio – ribatte Clark – ma capisco che dà un’idea ai non addetti ai lavori». Bolsonaro ritiene che si stia un po’ esagerando e che molti di questi incendi siano appiccati dalle stesse Ong ambientaliste, forse per screditarlo, anche se poi ha ritirato queste affermazioni. «Sono praticamente tutti appiccati per pulire aree di foresta e poi piantare o mettere bestiame – continua Clark – Si tratta di una lunga tradizione, anche perché se pulisci un’area questa acquista piu valore ed è più facile diventare suo proprietario legale. Gli ultimi governi hanno cercato di frenare questo fenomeno, ma l’attuale lo sta incentivando e quindi ha delle responsabilità».

Archiviamo del tutto la tesi “complottista” delle Ong piromani dunque? «Questa storia delle Ong è così ridicola che non merita risposta – conferma Clark – Ma fa parte del “nuovo ordine mondiale”».

Non è facile capire queste logiche, davanti a temi enormi come quelli dei cambiamenti climatici, che sono in un certo senso legati anche a quel che succede ai nostri polmoni verdi: l’Amazzonia che da sola produce il 20% dell’ossigeno terrestre. Eppure abbiamo negazionisti sia del Riscaldamento globale, sia della reale entità degli incendi in Amazzonia. «La deforestazione conviene – continua Clark – per un piccolo gruppo di potenti togliere la foresta e allevare bestiame, o piantare soia per vendere agli allevatori stranieri è diventato un enorme business, e questo Governo è dichiaratamente dalla parte di questi interessi».

Quando in Europa parliamo di questa tragedia forse non diamo molto spazio ai nativi che ci abitano, si tratta però di un’altra tragedia. «Gli ultimi governi hanno provato ad accogliere le rivendicazioni e gli interessi dei popoli indigeni – conferma Clark – creando nuove riserve per loro e dandogli il controllo delle terre. Il problema è sempre stato quello di implementarlo davvero a garanzia dei loro diritti. Mancando questa volontà politica, si trovano in pochi in una posizione di debolezza, davanti a una società con armate di poveri e risorse (finanziarie e infrastrutturali) per distruggere rapidamente la foresta».

Gli Indios non sono proprio una presenza ideale per chi ha questo tipo di interessi. «Tutti riconoscono che le zone meglio preservate della foresta sono le riserve indigene – continua Clark – Ma questo Governo vuole aprirle ad attività economiche come minerazione, sfruttamento di legname, eccetera. Nelle ultime settimane c’è stato un grande raduno di Indios a Brasilia per protestare contro il Governo. Una cosa è certa: dove ci sono gli Indios c’è ancora foresta e dove non ci sono viene giù».

Stupisce anche la scarsa reazione da parte degli altri governi. Se una nazione si mettesse ad arricchire l’uranio questo creerebbe comprensibili preoccupazioni, ma non sembra che perdere il 20% delle nostre riserve di ossigeno sia percepito con simile preoccupazione. 

Fanno eccezione, recentemente, le dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron, mentre Bolsonaro lamenta il solito «colonialismo» degli europei. Secondo lui sarebbe una questione puramente brasiliana, come se non respirassimo tutti la stessa aria. «Il Brasile ha circa due terzi della foresta amazzonica – continua Clark – Io ho sempre pensato che appartenga a loro [i nativi] ma è ovviamente interesse di tutti. Quindi ho sempre detto che se il Mondo vuole salvare l’Amazzonia dovrebbe aiutare il Brasile e contribuire alla sua manutenzione. Questo Governo non sembra interessato».

Foto di copertina: OPEN/Enzo Monaco/Indios ultimi guardiani della foresta Amazzonica vs Bolsonaro.

Sullo stesso tema: