Rai, si apre la stagione delle nomine. La rete in crisi di ascolti

L’emittente tenta di riprendersi dalla debacle del 2019

Si apre una nuova stagione in casa Rai. Tra incontri con il nuovo esecutivo e i nomi per la direzione delle emittenti, il mese di ottobre inizia in quinta. Ma le revisioni non sono un’opzione: la crisi dell’audience registrata nel corso 2019 ha bisogno di interventi straordinari.

Il confronto con il governo sembra essere il passaggio più positivo. Il 3 ottobre l’amministratore delegato della rete Fabrizio Salini ha incontrato Nicola Zingaretti. Come scrive Repubblica, Salini è «ottimista» riguardo l’approvazione del suo piano industriale da parte del nuovo segretario della Vigilanza Michele Anzaldi (renziano).

Mentre si vocifera di un possibile rimpasto nella direzione dell’emittente (con la possibile sostituzione del leghista Marcello Foa), tra i favoriti delle varie reti si aggirano i nomi di Stefano Coletta per la prima rete, attualmente direttore di Rai3, Ludovico Di Meo per Rai2 (il mandato di Carlo Freccero scadrà a novembre) e Maria Pia Amati per Rai3.

I dati degli ascolti

C’è chi ha imputato ai paletti della Lega la crisi dell’audience della scorsa stagione. La Rai in salsa sovranista non sembra essere piaciuta agli spettatori più di quanto sia piaciuta ai giornalisti: da gennaio a settembre Rai1 ha perso quasi un punto e mezzo sulla programmazione giornaliera, crollando del 2,3% nella fascia più importante per la pubblicità.

Ad agosto, inoltre, mese fondamentale per l’informazione data la crisi di governo, il Tg1 ha perso il 3,9% rispetto allo stesso mese del 2018. Il Tg2 ha perso l’1,1%, il Tg3 lo 0,3% e il TgR l’1,2%. Al contrario ha fatto bene la concorrenza: il Tg5 è cresciuto del 3,2%, Studio Aperto dello 0,4 e il Tg La7 dell’1,3.

Nell’insieme, le reti dell’emittente hanno perso il 4%, una cifra che ha disincentivato anche gli investimenti della pubblicità: la perdita nel 2019 è stata di 23 milioni di euro.

Per quanto riguarda la nuova stagione Rai, da quanto si apprende, Zingaretti non ha imposto nomi né rivendicato posizioni all’interno degli studi. Ma a una condizione: che i vertici delle tv pubblica si impegnino a de-sovranizzare la rete e a rispettare il pluralismo delle voci.

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