Thriller Brexit, il “great deal” di Johnson è già in crisi?

Si è concluso da poco il Consiglio europeo in cui si è parlato, naturalmente, anche del ritiro del Regno Unito dall’Ue. Il punto dopo una giornata movimentata

Come nelle migliori serie televisive, l’ultimo episodio della Brexit si chiude con un cliffhanger: dopo il colpo di scena dell’accordo trovato tra il governo di Boris Johnson e l’Unione europea è il momento della suspense, dell’attesa ansiosa per scoprire come andrà a finire. Il parlamento britannico approverà l’accordo, fissando come previsto il finale di stagione per il 31 ottobre? O se non lo approverà, come sembra probabile, ci sarà un’altra proroga? E a quel punto i britannici eleggeranno un nuovo governo per cercare un nuovo accordo o si passerà a un secondo referendum?

Adesso tocca a Westminster

La prima tappa obbligatoria è il voto in parlamento, previsto per sabato a Westminster. Mentre Boris Johnson esultava su Twitter, annunciando che il “backstop” – il tallone d’achille nell’accordo di Theresa May – era stato abolito, ci ha pensato il partito unionista democratico nordirlandese, suo alleato di governo, a spegnere gli entusiasmi.

Avevano bocciato l’accordo prima ancora che fosse annunciato, e lo hanno ribadito dopo. Troppo lontani da Londra, troppo vicini all’Unione europea: si potrebbero riassumere così le loro critiche che riguardano, oltre alle modalità di voto sull’accordo, principalmente l’applicazione di standard europei ai beni e servizi nell’Irlanda del nord e le implicazioni di queste per l’economia nordirlandese.

Senza gli unionisti, e con i “no” del leader dei laburisti Jeremy Corbyn e del leader dei liberaldemocratici Jo Swinson, arrivati dopo l’annuncio del nuovo accordo, le probabilità di far approvare l’accordo in parlamento si riducono notevolmente.

Venuto meno il sostegno degli unionisti, probabilmente verrebbe meno anche quello di una parte dei conservatori. Se prendiamo come guida il voto chiave di inizio settembre sulla richiesta di una nuova proroga all’Ue, vediamo che il Governo da poco insediato andò sotto in parlamento anche a causa di una ventina di “ribelli” Tory che votarono a favore.

Proroga o no-deal Brexit?

Per scongiurare un’uscita senza accordo il parlamento britannico ha dunque passato una legge (nota come il Benn Act) che impone al primo ministro Boris Johnson, in assenza di un accordo approvato entro il 19 ottobre, di fare formalmente richiesta all’Unione europea per un’ennesima proroga.

Poco dopo la fumata bianca sull’accordo il presidente delle Commissione Jean-Claude Juncker aveva dichiarato – nonostante non ne avesse la facoltà, visto che si tratta di una decisione che spetta ai paesi membri – che trovato l’accordo non ci sarebbe stata alcuna proroga. Così facendo aveva dato credito alle voci – riportate anche dalla BBC – secondo cui Johnson si sarebbe messo d’accordo con l’Ue in tal senso.

Ma, concluso il Consiglio Europeo, che ha approvato l’accordo di ritiro del Regno Unito, Donald Tusk ha subito smentito Juncker. «Non so quale sarà il risultato [del voto di Westminster ndr]» – ha dichiarato il presidente del Consiglio europeo- ma «se ci sarà una richiesta sulla proroga di Brexit, consulterò gli Stati membri per sapere come reagire».

Ad appoggiare Tusk c’è Angela Merkel: «Non abbiamo detto nulla di simile», ha detto la cancelliera tedesca facendo riferimento alle dichiarazioni di Juncker. «Ci esprimeremo sul risultato del voto de parlamento britannico dopo. Oggi non abbiamo ancora preso decisioni su questo o quel caso. Non abbiamo imposto condizioni preventive al Parlamento britannico».

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