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Scontro Pd-M5S sullo Ius soli. Crepa nel governo o gioco delle parti?

18 Novembre 2019 - 07:14 Alessandro Parodi
Il murales comparso in piazza Capizucchi sul nuovo governo Conte bis.L'opera ritrae il premier Giuseppe Conte, il neo ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il segretario del Pd Nicola Zingaretti e il senatore Matteo Renzi, Roma, 06 settembre 2019. ANSA/ANGELO CARCONI
Asse Movimento 5 Stelle e centrodestra contro l'iniziativa di Zingaretti. La proposta sulla cittadinanza ai nuovi italiani e le dinamiche interne al Pd
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La nuova bomba all’interno del governo, che non gode di buonissima salute nei sondaggi e deve affrontare la delicatissima crisi dell’ex Ilva, si chiama ius soli. Dopo l’apertura al provvedimento del segretario Zingaretti, dal M5S, è arrivata a strettissimo giro, altrettanto chiara, la chiusura direttamente dalle parole del capo politico Di Maio, che si è detto, senza mezzi termini, «sconcertato» per l’iniziativa. Non si è fatto attendere, come prevedibile, il commento di Matteo Salvini, pronto «a dare battaglia, dentro e fuori il Parlamento, per fermare lo Ius soli». Ma sul tema tutto il centrodestra sembra compatto e sembra volersi infilare nella crepa all’interno dell’esecutivo creata dallo stop deciso al provvedimento arrivato dal Movimento. Meloni, Gelmini e Toti hanno fatto eco alle parole del leader leghista.

Comunanza di intenti fra centrodestra e M5S che sembra ancora più solida dopo le ulteriori precisazioni di Di Maio, che nella serata di ieri ha incalzato, con parole che sembrano un’ulteriore strizzata d’occhio all’ex alleato: «Qui siamo all’assurdo che si vuole fare lo Ius soli da una parte e togliere Quota 100 dall’altra per ritornare alla legge Fornero. Mi sembra un po’ eccessivo». L’affondo al Pd, ma anche a Italia Viva (che ha presentato un emendamento per l’abolizione di quota 100): e la conferma dell’intenzione di non voler toccare il provvedimento bandiera della Lega che ha visto la luce durante il governo gialloverde.

Guerra aperta nel governo o equilibri interni al Pd?

Guerra aperta quindi nel governo sulla cittadinanza ai nuovi italiani? Un nuovo asse Lega-M5S? Ad una prima lettura sembrerebbe di sì, ma può essere utile cercare di spostare il punto di vista e guardare nella direzione da cui è partita l’iniziativa. La dichiarazione di Zingaretti arriva nella giornata dell’Assemblea Nazionale del Partito democratico che ha approvato il nuovo statuto. Ma non solo. È dalla stessa assemblea che è arrivata l’ufficializzazione della posizione del partito sullo Ius soli.

A esultare, come per una vittoria personale, per il sì del parlamentino dem al provvedimento sulla cittadinanza agli stranieri in Italia è, con un tweet, Matteo Orfini: «L’assemblea del Partito democratico accoglie i nostri ordini del giorno. Da oggi abrogare i decreti sicurezza, approvare lo ius culturae e la parità salariale tra donne e uomini, combattere i tirocini gratuiti e rifiutare il giustizialismo diventano battaglie del Pd. Una vittoria di tutti».

Una rivendicazione che, dicono i ben informati nel Pd, sarebbe la chiave di lettura della vicenda. Una sorta di concessione del segretario all’area dell’ex presidente del Pd, la cui influenza, soprattutto nei gruppi parlamentari, non è affatto trascurabile forse ancora di più oggi dopo la scissione dei renziani di Italia Viva.

Matteo Orfini e Matteo Renzi giocano alla Playstation in attesa dei risultati delle elezioni amministrative del giugno del 2015. Allora Renzi era presidente del Consiglio e segretario del Pd, mentre Orfini ricopriva il ruolo di segretario del partito – Foto Twitter @nomfup

Il gioco delle parti interno ai dem, naturalmente, apre la strada al posizionamento dei 5 Stelle, che in una versione ribaltata del ruolo nel governo gialloverde, cercano di recuperare consenso a destra: cioè sul fronte da cui, stando a molti sondaggi, arriva l’emorragia di voti. Per quanto riguarda la sostanza e il futuro di una legge sullo Ius soli, la strada, dall’approvazione di un ordine del giorno nell’assemblea del Pd a un voto definitivo in Parlamento, sembra, stando ai numeri e alle priorità reali più che ideali dell’esecutivo, molto, molto in salita.

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