Alitalia, cosa succede adesso. In tre minuti

Il governo ha approvato il prestito ponte da 400 milioni di euro e stabilito per il 31 maggio 2020 la scadenza per presentare un’offerta di acquisto della compagnia

Il decreto Alitalia è legge. Approvato dal Consiglio dei ministri del 3 dicembre il provvedimento ad hoc porterà nelle casse della compagnia altri 400 milioni di euro di fondi pubblici: si tratta del cosiddetto “prestito ponte”, cioè di un finanziamento che lo Stato concede alla compagnia, senza interessi, per sei mesi. Le coperture per l’operazione sono state stanziate nel Decreto fiscale in cui potrebbe confluire in forma di emendamento insieme al discusso testo sulle fondazioni.

Il provvedimento, che ha il titolo Misure urgenti per assicurare la continuità del servizio svolto da Alitalia, consiste in sostanza nel trasferimento dei 400 milioni dati a prestito «per consentire di pervenire al trasferimento dei complessi aziendali facenti capo ad Alitalia». Nel testo inoltre viene stabilita la nuova scadenza, il 31 maggio 2020, per presentare un’offerta di acquisto della compagnia, dopo che l’asta conclusa lo scorso 21 novembre era andata deserta.

Nella nota del Consiglio de ministri che ha approvato il decreto le finalità si legge che «il prestito è destinato a finanziare le indifferibili esigenze gestionali di Alitalia e l’esecuzione, da parte dell’organo commissariale, del piano delle iniziative e degli interventi funzionali all’efficientamento della struttura nonché alla tempestiva definizione del trasferimento dei complessi aziendali, affinché sia assicurata la discontinuità, anche economica, della gestione da parte del soggetto cessionario».

All’interno del decreto si legge ancora che ai commissari di Alitalia è inoltre data la possibilità di agire nella procedura di amministrazione straordinaria con un «piano avente ad oggetto le iniziative e gli interventi di riorganizzazione ed efficientamento» funzionali alla cessione degli asset, cioè a rendere la compagnia più appetibile sul mercato.

Insomma, si investe ancora su Alitalia per aiutare la compagnia a risparmiare e a mostrasi quindi come un prodotto che faccia più gola agli investitori di quanto non avvenga oggi . Con la medesima finalità all’azienda erano già arrivati 900 milioni: contributo messo nel mirino dall’Unione Europea per sospetto finanziamento di Stato, contrario alle regole Ue.

Il portavoce della Commissione, commentando il caso Alitalia e quella che allora era un’ipotesi di ulteriore prestito milionario aveva avvertito il governo: «Gli Stati membri devono notificare alla Commissione le misure che comportano aiuto pubblico e astenersi da metterli in pratica fino a quando la Commissione ha raggiunto una decisione definitiva sull’esistenza e la compatibilità dell’aiuto».

La replica era stata affidata prima alla ministra dei trasporti Paola De Micheli (che aveva chiarito che l’esecutivo «ha negoziato con la Commissione questa sua decisione»), poi al ministro delle Infrastrutture Patuanelli che solo ieri aveva ribadito l’eventuale trasformazioni in un emendamento non costituirebbe un meccanismo per eludere le regole europee, ma «semplicemente le risorse su un altro canale. Un tecnicismo».

Cosa succede adesso

Lo stesso Patuanelli si è scagliato duramente contro Atlantia: «Non c’è stata una risposta di mercato anche per colpa di Atlantia – ha detto il ministro – che ha partecipato ad una procedura senza poi voler evidentemente investire nella compagnia: questo ha fatto perdere molto tempo. La nuova procedura che porterà ad una nuova valutazione delle offerte avrà anche il compito di rivedere il piano di cessione, cercando di riorganizzare e proporre risparmi che si possono ottenere, con una gestione più accurata ed un mandato più chiaro».

Da Patuanelli e dal premier Conte il 26 novembre era arrivata l’amara ammissione che non esisteva, allo stato delle cose, una soluzione di mercato per Alitalia. Quindi la necessità di prendere tempo: come spesso accade in politica, però, il tempo va comprato e da qui la necessità dell’investimento, neppur nella formula del prestito, previsto già da mesi, ma ormai indifferibile dopo il ritiro dalla corsa alla conquista dall’azienda dai conti in rosso di Atlantia, il gruppo della famiglia Benetton, che già il 4 ottobre aveva minacciato di abbandonare la cordata con Lufthansa e Delta Airlines in caso di revoca delle concessioni autostradali.

Il prestito ponte è, nei fatti, una non-soluzione politica. Considerata la situazione finanziaria dell’azienda (che ad oggi ha pesato sull’erario per 7 miliardi e 620 milioni) naufragato il passaggio di mano, sul tavolo sembrano solo due le possibili soluzioni: la nazionalizzazione o la liquidazione. Un’alternativa del diavolo che la politica cerca di evitare finché possibile. Rivelatrici, in questo senso, le parole di Luigi Di Maio all’uscita dal vertice che approvava il provvedimento ad hoc per l’ex compagnia di bandiera: «Siamo tutti d’accordo che vada fatta una norma che permetta alla struttura commissariale di utilizzare il prestito ponte. Non c’è una decisione politica da prendere».

Nonostante le sette proroghe dei termini per la presentazione di un’offerta, la prossima come abbiamo visto scadrà a fine maggio del 2020, Alitalia non ha ancora un compratore e perde circa un milione di euro al giorno. Dei 900 milioni di finanziamento arrivati col precedente prestito, allo scorso 31 ottobre nella casse della compagnia ne restavano solo 315. Il nuovo finanziamento, a questi ritmi di perdita, varrà come copertura per arrivare alla prossima scadenza senza dover essere costretti a portare i libri in tribunale. E poi? Poi se non arriverà un compratore, la politica dovrà scegliere quale sarà il destino di Alitalia. Oppure, ancora una volta, decidere di comprare tempo.

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