Ex Ilva, Mittal minaccia lo spegnimento degli altri due altiforni: «Anni di inadempimento colpevole prima di noi»

Per la compagnia franco-indiana la crisi dell’impianto tarantino e tutte le sue ricadute, anche sull’occupazione, sarebbero imputabili a governo e commissari dell’Ilva e non al recesso del contratto

Colpa dei Commissari, colpa dello Stato italiano: questa la diagnosi della crisi dell’ex Ilva di Taranto secondo i legali della compagnia franco-indiana ArcelorMittal, così come appare nella memoria difensiva in cui si prospetta anche la possibile chiusura di tutta l’acciaieria con lo spegnimento degli altri due altoforni.

Nonostante questo, si legge nell’introduzione della memoria, i negoziati tra i legali delle due parti vanno avanti. Il deposito della memoria non sarebbe «una mossa aggressiva», solo «procedurale». Ma anche un modo per rispondere «alle numerose frasi iperboliche, enfatiche e sarcastiche utilizzate dalle ricorrenti (ossia i commissari, ndr)».

Rischio chiusura impianto

La motivazione offerta dai legali della compagnia sulla possibile chiusura dell’impianto si basa sull’importanza dell’altoforno 2, legato al funzionamento dell’intero stabilimento. L’altoforno 2 «è vitale per l’impianto di Taranto e l’intero polo industriale», si legge nella memoria, e il suo spegnimento «imporrà di spegnere anche gli altri due altoforni attivi presso lo stabilimento di Taranto perché presentano caratteristiche tecniche analoghe».

«Inadempimento colpevole»

Se l’ex Ilva rischia di chiudere la colpa, insistono i legali del gruppo franco indiano, sta dalla parte del governo e dei Commissari straordinari. 

«È molto più comodo – scrivono i legali del gruppo franco indiano – per il governo e i Commissari straordinari accusare l’investitore straniero di “voler scappare dall’Italia” e distruggere asseritamente una grande industria nazionale, erigendosi a paladini di una legalità che loro stessi hanno ripetutamente calpestato con clamorosi inadempimenti pluriennali e arbitrari voltafaccia normativi». 

ArcelorMittal, sostengono i suoi legali, avrebbe «svolto la propria attività imprenditoriale in conformità al contratto, fino a quando ha potuto, superando anche grandissime difficoltà del tutto ingiustificate e inattese causate dal governo e dai commissari».

Ricorso “politico” 

«Il ricorso, intriso di considerazioni politiche e demagogiche, tenta chiaramente di cavalcare l’onda della pressione mediatica e istituzionale che è montata negli ultimi mesi – accusano i legali – alimentata anche da inappropriate dichiarazioni governative (“la battaglia giudiziaria […] del secolo”) per portare il caso sulla scrivania del giudice e tentare di spazzare via ciò che conta davvero: i fatti, i documenti e le norme». 

Le motivazioni alla base del recesso 

Tra queste spicca l’eliminazione del cosiddetto “scudo penale”, che incide anche sul piano industriale. E poi ci sarebbe anche il fatto che l’ex Ilva non ha «attuato le prescrizioni entro il 13 dicembre» con la conseguenza che «devono essere spenti sia AFO2 sia gli altoforni 1 e 4 in ottemperanza a un ordine della magistratura penale». 

I commissari, sostiene Mittal, «vorrebbero obbligare» la multinazionale, «sotto la minaccia di una inammissibile astreinte [penalità, ndr] dall’iperbolico importo di 1 miliardo di euro […] a svolgere la propria attività in un impianto sotto sequestro che la espone a seri rischi di gravi responsabilità penali».

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