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Garlasco, perché i genitori di Chiara Poggi continuano a difendere la condanna di Alberto Stasi – Il video

12 Maggio 2026 - 15:41 Cecilia Dardana
Davanti alle nuove piste e ai dubbi degli inquirenti, Rita e Giuseppe Poggi restano fermi sulla sentenza del 2015. Non è solo una questione giudiziaria, ma una ferita aperta dalle strategie difensive che tentarono di dipingere una «doppia vita» di Chiara
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Perché la famiglia di Chiara Poggi continua a essere così strenuamente convinta della colpevolezza di Alberto Stasi? È la domanda che torna ciclicamente nell’opinione pubblica, specialmente ogni volta che emergono nuovi elementi — o presunti tali — legati a nuove piste, come quella che porta ad Andrea Sempio. Elementi che, sia chiaro, non sono prove, ma semplici indizi. Eppure, di fronte alla possibilità, anche solo teorica, che in carcere possa esserci la persona sbagliata, molti si chiedono come mai i genitori di Chiara non vogliano vederci chiaro. La risposta, seppur difficile da immaginare per chi non ha vissuto un dramma simile, non sta solo nel lungo e doloroso percorso di elaborazione di una tragedia che dura da quasi vent’anni, ma anche nel ricordo di una strategia difensiva, quella di Stasi, che per scagionare l’imputato, ha cercato di infangare la memoria di Chiara, morta quel 13 agosto 2007 a Garlasco, dipingendola come una ragazza dalla doppia vita e dalla moralità ambigua.

La sentenza della Cassazione su Alberto Stasi

Rita e Giuseppe Poggi hanno ricostruito i pezzi della loro esistenza aggrappandosi a una verità precisa: quella stabilita dalla giustizia nel 2015, quando la Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva Alberto Stasi, all’epoca fidanzato della vittima, a 16 anni di reclusione per l’omicidio di Chiara. Per una famiglia che ha vissuto anni di processi, perizie, assoluzioni e poi condanne, quella sentenza non è stata solo un atto legale, ma il punto fermo su cui poggiare il proprio lutto. Vederla messa in discussione oggi da un’indagine che coinvolge un amico dell’altro figlio, Marco, significa riaprire una ferita mai del tutto rimarginata.

Il nodo del risarcimento

C’è chi, con estremo cinismo, ha ipotizzato che i Poggi non vogliano riaprire il caso per non perdere il risarcimento economico ricevuto da Stasi. Se infatti l’ex bocconiano chiedesse la revisione del processo, se questa venisse dichiarata ammissibile, e se infine risultasse processualmente e definitivamente estraneo al delitto, i Poggi sarebbero costretti a restituire l’intero importo. Un’insinuazione che non tiene conto della realtà vissuta da questa famiglia e che ignora il punto centrale della loro resistenza: la difesa della memoria di Chiara.

La strategia difensiva di Stasi: «Chiara aveva una doppia vita»

«È disgustoso», ha ripetuto più volte Rita Preda, la mamma di Chiara, rispondendo ai cronisti. «Nostra figlia era una ragazza pulita, semplice. Non aveva misteri, non aveva segreti e non aveva amanti». La frattura insanabile tra i Poggi e Alberto Stasi nasce anche da ciò che accadde dopo, durante il processo. Per difendere l’imputato, la difesa tentò di scavare nel passato di Chiara, cercando un cono d’ombra che potesse giustificare l’esistenza di un altro assassino.

Nelle motivazioni della sentenza di condanna si legge infatti chiaramente come si sia tentato di screditare la vittima: «La Difesa dell’imputato ha tuttavia adombrato, secondo un copione purtroppo frequente in questi casi, che Chiara potesse avere una sorta di doppia vita, da cui attingere per pervenire all’individuazione del suo assassino». Ma, scrivono ancora i giudici, «nulla di tutto questo è emerso». Anzi, i togati furono netti nel definire quelle della difesa come semplici illazioni. Eppure, quei tentativi di insinuare il dubbio rimasero scolpiti nella memoria dei genitori. Si parlò di cellulari segreti e di incontri misteriosi: «Sempre la Difesa dell’imputato ha infatti parlato di un secondo cellulare e di altri possibili (sconosciuti) soggetti con cui Chiara poteva avere avuto occasionali incontri».

La relazione tra Chiara Poggi e Alberto Stasi

A indisporre i Poggi, c’è poi un aspetto ancora più intimo. Cioè il modo in cui Alberto Stasi parlò della sua relazione con Chiara. Nella sentenza si fa riferimento anche a dettagli intimi utilizzati per cercare di delineare un profilo psicologico fragile della ragazza: «L’imputato ha ricondotto l’assenza (o la scarsità) di rapporti sessuali con Chiara ad un disturbo della ragazza che tuttavia non ha trovato conferme (di natura medico-legale)». Per i genitori, quindi, Stasi non era solo l’uomo condannato in via definitiva, ma la persona che diceva di amarla e che, nonostante ciò, permise che la sua immagine venisse distorta per fini processuali. È qui che, forse, nasce la convinzione granitica dei Poggi. Per Rita e Giuseppe, accettare una verità diversa oggi significherebbe rischiare che la sua vita venga ancora una volta passata al setaccio alla ricerca di segreti che la giustizia ha già dichiarato inesistenti. Per loro, Alberto Stasi resta l’unico colpevole non solo per ciò che ha fatto quella mattina di agosto, ma per non aver protetto, nemmeno dopo, la dignità della ragazza che diceva di amare.

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