Interviste emergenti: Willie Peyote, il suo rap è una denuncia gentile – Torino

«Sono arrabbiato con la società, come tutti, ma ho smesso di sbattere la testa contro il muro – dice l’artista, cresciuto con una forte “educazione sabauda” -. Il vero genio è chi riesce a costruire un cavallo di Troia, entrare negli ambienti giusti e fare delle piccole rivoluzioni silenziose»

Guglielmo Bruno ha 34 anni. È un rapper, un cantautore, un rocker. Ma prima di tutto, è un artista onesto con se stesso e con quello che canta: «Non ho mai risposto a logiche di “commerciabilità” scrivendo un brano, ci sono cose urgenti di cui parlare e quello che faccio è metterle in rima e cantarle». Il suo ultimo album, Iodegradabile, denuncia l’eccessiva velocità impressa alle nostre vite: «Dall’obsolescenza programmata dei prodotti elettronici, alla moda. Tutto ha una data di scadenza: la musica, le relazioni, i politici. Sembrava che Salvini sarebbe stato al governo per cinque anni, e invece quest’estate ha preferito il Papeete al Viminale».

Willie Peyote, questo il nome d’arte scelto dall’artista torinese, nelle canzoni ha sempre affrontato questioni politiche. La sua Io non sono razzista ma… è stata cantata spesso durante i flash mob delle Sardine. Il 19 gennaio Guglielmo canterà sul palco del concerto bolognese organizzato da Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa in vista delle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna.

«Se tornassi indietro a quattro anni fa – racconta a Open -, solo quattro, e pensassi di fare un pezzo con i Subsonica, di suonare con Morgan su un palco, di scrivere Il bombarolo, di fare Cronache di resistenza con Don Joe, di fare Quelli che ben pensano con Frankie hi-nrg e Jovanotti, di ricevere i feedback che sto ricevendo dai miei artisti preferiti, mi sarei dato del pazzo da solo. Sono cose che non potevo immaginare di riuscire a fare solo in quattro anni».

«Poi qualcuno dirà “Eh, c’è chi arriva a fare certe cose in solo sei mesi”. Stica***: c’è qualcuno che è nato Messi e qualcuno che è nato Ronaldo. C’è chi ha talento, c’è chi ha fortuna e c’è chi deve farsi il mazzo dalla mattina alla sera. Chi se ne frega. Per me ciò che mi sta succedendo è incredibilmente bello, e non faccio in tempo a rendermene conto. Quando sono a casa, a volte, nascosto dal mondo, penso a tutto questo e mi commuovo».

Gugliemo, ricordi la tua prima volta sul palco?

«La prima volta che sono salito un palco, in realtà, non era per cantare: suonavo il basso in un gruppo punk. Avevo circa 16 anni. Appena diventato maggiorenne, invece, ho iniziato a fare rap. Il live d’esordio sotto questa nuova veste l’ho fatto durante il primo anno di università. Come mai così tardi? Perché non avevo trovato mai nessuno con cui cimentarmi prima di allora. All’epoca prodursi da soli era più complicato, oggi invece con un computer si può fare tutto e i ragazzi come Tha Supreme a 16 anni sono già dei fenomeni in grado di fare tutto da soli. Io ho dovuto aspettare di trovare una persona che facesse le basi su cui poter rapper. Per questo è nata prima la chiave rock che quella rap, come artista. Come ascoltatore, invece, il primo genere musicale in assoluto per me è sempre stato il rap».

Chi erano i tuoi riferimenti di allora nella scena rap e hip-hop?

«Il primo contatto con il rap l’ho avuto grazie agli Articolo 31 da una parte e a Willy, il principe di Bel-Air dall’altra. La svolta vera, però, è avvenuta grazie a un ragazzo di Milano, un mio amico del mare, che mi regalò due dischi: 950 di Fritz da Cat e Blackout! di Method Man e Redman. Quei dischi mi hanno fatto proprio capire che c’era, oltre al rap commerciale degli Articolo 31, e non lo dico in senso dispregiativo, esisteva un sottobosco di persone come Turi, Fibra e un modo più real di fare le cose. Mi si è aperto un mondo. Poi è arrivato Eminem e dentro di me è partita una rivoluzione. Ecco il primo idolo musicale che ho avuto è stato Eminem, il disco che mi ha aperto la testa è stato 950».

È stato naturale il passaggio da amare un genere a farlo?

«Vivo in una famiglia di musicisti e mi hanno sempre incentivato a sperimentare. Ho iniziato dal basso, con il punk. Quando mi sono iscritto a Scienze politiche ho preso la piega del rapper, nel senso che fisicamente io, in prima persona, ho iniziato a cantare sui palchi. Era un periodo figo per la scena torinese. C’erano i One Mic, ma anche tanti freestyler. Crescere nella Torino dei primi anni 2000 con Ensi e Shade che facevano freestyle ti stimolava. Fred De Palma si è approcciato al rap un po’ più avanti. Il mio primo concerto rap fu la prima battle di Shade. Lui aveva 16 anni e io 18. Eravamo sullo stesso palco».

Siete rimasti in buoni rapporti?

«Ci siamo persi un po’ di vista, ma restiamo molto amici. Con Jari – Ensi, ndr. – ci vediamo spesso per vari progetti. Raige l’ho ribeccato recentemente. È come se quegli anni lì non fossero mai passati. Con Vito – Shade, ndr. – ci sentiamo quando sento per tre volte di fila le sue canzoni in radio e gli scrivo “Hai rotto il ca***”. Io, Shade ed Ensi siamo figli di quegli anni lì, abbiamo la stessa radice ma abbiamo trovato tre diverse declinazioni. Quando ci vediamo è come se non fosse passato mai quel tempo».

Quali erano i luoghi torinesi dove, all’epoca, si faceva rap?

«Si faceva freestyle dappertutto, nei parchetti, agli angoli delle strade. All’epoca esistevano le Jam, eventi in cui tanti gruppi si ritrovavano per suonare o fare battle di freestyle. Si è persa la dimensione comunitaria della musica, quei focalai di condivisione reale. Io mi sono sentito sempre un po’ estraneo a tutto questo: nella scena rap ero visto come quello troppo punkettone, nella scena rock torinese ero visto come quello rappuso, quindi nessuno mi ha mai accolto del tutto. Adesso sono tutti lì a dire “Eh lo sapevo che eri bravo”, quando qualcosa funziona chiunque vuole salire sul carro del vincitore».

Adesso, il Guglielmo allievo ha superato i suoi primi maestri del rap?

«Ho conosciuto tanti rapper, ma non credo esista qualcuno più forte, almeno nel freestyle, di Shade e Ensi. Anche Fred non scherza, ma la velocità di pensiero che hanno quei due è incredibile. Poi Ensi quando sale sul palco rappresenta il rap, è hip-hop puro».

Sono cambiate, però, tante cose d’allora. Ad esempio, il passaggio da una dimensione reale a quella, predominante, del virtuale, l’hai vissuto?

«Il cambiamento verso il digitale non l’ho sofferto, l’ho vissuto e basta: anche perché il bisogno di incontrarsi dal vivo è fondamentale nel momento della formazione, poi diventa meno prioritario. Secondo me ai ragazzi di oggi mancherà quella dimensione, perché era davvero formativo parlarsi, c’era un senso di condivisione reale: tutti credevamo in qualcosa e ne parlavamo, nel mio caso era il rap. Quando andavo a scuola in pullman, se vedevo uno stronzo con i pantaloni larghi come i miei capivo che avevamo gli stessi interessi, gli stessi gusti. Ed era facile che iniziasse un’amicizia. C’era condivisione, punto. Oggi è tutto talmente liquido e mischiato che non riesci più a individuare chi è come te: un ragazzo in felpone potrebbe anche fare il dj di musica techno. In tutta questa velocità virtuale, oggi, ti viene a mancare uno dei cinque sensi: il tatto non esiste più».

Ma la musica è udito, mica tatto. Qual è l’importanza di questo senso?

«Toccare le cose, avercele vicine davvero, vivere i luoghi è diverso che interagire con gli altri attraverso uno schermo. Per forza di cose questo influenza i rapporti interpersonali e quindi anche quelli artistici. Ogni cosa, tuttavia, ha i suoi pro e contro. L’opportunità che si ha oggi di raggiungere il grande pubblico così velocemente, prima era impensabili. Tra tutti cito il caso di Tha Supreme: quando io avevo 16 anni nessuno poteva fare quello che sta facendo lui, con questi numeri, con la credibilità che gli riconosce la scena. A meno che non ci fosse una major dietro. Invece oggi le etichette discografiche non spingono più le persone totalmente sconosciute, ti prendono nel proprio team quando hai già conosciuto la fama. Semplicemente perché non c’è il tempo di scovare i talenti: gli artisti esplodono sul web senza sapere né come, né quando, né perché».

E questa velocità nella crescita artistica è positiva o negativa?

«Da un lato è meglio, perché è più facile, però si perdono dei passaggi. Per forza di cose è così. È come quando dovevi chiamare una ragazza al telefono di casa per chiederle di uscire e c’era il rischio che rispondesse suo padre. Quel tipo di ansietta lì nessuno dei ragazzi di oggi la proverà mai perché c’è Whatsapp che è pure gratis. Sono minchiate, ma ti danno un senso delle piccole cose e delle sfumature che oggi non c’è più. La nostra società sta viaggiando verso questa direzione, annichilire tutti i dettagli dello stare al mondo: deve essere tutto veloce, immediato, gratuito. Per carità, ha dei lati positivi anche questo».

Per questo nelle tue canzoni eviti di parlare di amore, amicizia e sentimenti e ti concentri sui dettagli del vivere sociale?

«Cerco di fare una fotografia o di porre delle questioni. Per me è stucchevole parlare di sentimenti, o meglio mi hanno fatto passare la voglia di affrontarli perché ne hanno parlato così tanto e tutti nella storia della musica italiana. L’amore è bello, però…».

Però è meglio parlare della tua futura ex moglie.

«Perché fare finta che l’amore, una volta che lo incontri, è eterno? Purtroppo non lo è. Io amo la ragazza per cui ho scritto La tua futura ex moglie, ma a oggi non stiamo insieme. Perché dire una cosa che non è la verità? E allora ho scritto che non è andata come avremmo voluto. Il punto è che la vita non è un film e dovremmo smetterla di raccontarla come se la fosse. Perché poi il rischio è che le persone pensino “Oh ca***, va a tutti bene, perché a me no”. E la si vive male a causa del confronto costante. Se raccontassimo tutti la verità, vivremmo tutti un po’ meglio».

C’è stata un’evoluzione tematica dal primo album a Iodegradabile?

«C’è stata un’attenuazione dei toni? Sì, perché sono cresciuto. Quando hai 20 anni sembra tutto in bianco e nero e sei in lotta con il mondo. A 35 anni, capisci che ci sono le famose sfumature, capisci che certe volte è meglio passare per stupido e non per stronzo, che certe volte non vale la pena litigare con una persona. Lo impari dalla vita. Magari sono cambiato io perché sono cresciuto. Ma forse anche perché viviamo in un’epoca violenta. Di violenza verbale: urliamo tutti e siamo troppo incazzati. Quando mi sono reso conto che la rabbia che mettevo nei testi diventava un detonatore della rabbia altrui, mi sono posto questo problema. Più passa il tempo, più vedo la gente arrabbiata. E io non voglio essere una scusa per sfogare quella rabbia lì. Per fare un servizio per me stesso e per gli altri, devo cercare di essere uno che la rabbia cerca di decodificarla e trascriverla. Ma non di sfogarla e basta. Quando mi sono reso conto che la violenza chiama violenza, ho smesso di essere violento».

Quella rabbia è scomparsa del tutto o la convogli, nei tuoi testi, sotto un’altra forma?

«La rabbia comunque c’è. Io sono arrabbiato come tutti gli altri perché sento che c’è qualcuno che ha rubato parte del mio futuro e quello della generazione successiva alla mia. Non si può far finta che ciò non sia avvenuto. Ma ho smesso di dare capocciate contro chi, credo, abbia sbagliato qualcosa. Sono sempre più convinto che il vero genio è chi riesce a costruire un cavallo di Troia, entrare negli ambienti giusti e mandare il suo messaggio».

A livello stilistico, invece, è cambiata la tua produzione musicale?

«Sì, ed è dovuto ad aver incontrato alcune persone giuste sulla mia strada. Dai produttori ai musicisti, ognuno ha aggiunto un tassello al progetto: è stata una fortuna avere la possibilità di dare l’idea a qualcuno e quel qualcuno la riproduce meglio di come l’avevi pensata sapendo cos’è l’armonia, conoscendo la musica davvero. I musicisti sono riusciti a portare il rap a un livello qualitativo estremo. Un giocatore può passare da giocare in Serie C alla Serie A, ma cambiano anche i giocatori che hai intorno, evidentemente. La squadra è importante, il mio è un lavoro di squadra e l’evoluzione stilistica è merito di tutto il team. Non so dove andremo domani, ma so che il disco che uscirà non sarà mai uguale a quello di oggi perché l’unico vezzo della mia squadra è che non vogliamo mai fare due volte la stessa cosa».

Sulla scena rap sei un caso abbastanza particolare: nessuno ti ha mai fatto dei dissing e anche tu non hai mai cantato nulla contro un tuo collega. È un po’ atipico per un rapper, no?

«Il rap è sempre stato un po’ autoreferenziale come genere, egoriferito. Non mi dispiacciono i dissing, per carità, io sono comunque un rapper: quando gli altri si insultano tra loro mi gaso. Però, ci sono così tante cose più serie di cui cantare. Non posso far finta di non vivere un’epoca come questa, dove Cambdridge Analytica e i big data possono influenzare le elezioni in tutto il mondo. Possiamo davvero far finta che i nostri dati non sono merce di scambio tra poteri occulti? Perché tutto oggi ci sembra un servizio gratuito? Niente è gratuito, abbiamo dato la nostra privacy in cambio. Come facciamo a far finta che questa cosa non stia succedendo. Bello l’amore, brutta la fake news, accattivante il dissing. Però credo che sia un po’ più grave il fatto che i miei coetanei non riescano più a costruire una famiglia».

Sentimenti no, dissing no. Qual è l’obiettivo del tuo essere rap negli anni ’20 del terzo millennio?

«L’unico obiettivo che ho veramente è riuscire a parlare di cose che interessano alle persone o in cui le persone si possono rivedere. Del resto anche nell’amore ci rivediamo tutti, ma è limitante insistere solo su quello se il mondo, di questi tempi, è nel caos più totale. Faccio uno sforzo per rendere fruibili argomenti complicati, è vero. Ma è lo stesso sforzo che farei se fossi seduto con te a un pub a berci due birre. Potremmo divertirci un sacco a far baldoria, ma non sono uno di quegli interlocutori con cui si parla solo di pallone. Mi piace il calcio, mi piace la figa, mi piace il cinema. Però poi con me si finisce a parlare di tante cose. La stand up comedy ci insegna che si può anche ridere di cose serie. La satira aiuta a elaborare un pensiero. Si deve ridere delle cose serie, però è importante parlarne. La crisi dell’identità personale che attraversiamo oggi, fare finta di stare bene quando in realtà si sta male è solo un modo per covare dentro di sé un raptus omicida. Scherzi a parte, bisogna parlarne: l’ho imparato quando facevo il formatore al call center. Attraversiamo dei problemi più seri della competizione tra rapper o di che regalo fare alla propria tipa. Per esempio, lavoriamo tutti, altrimenti non mangiamo. Ed è già una cosa di cui cantare. Perché non devo parlare del mio rapporto con il lavoro, che magari è anche il tuo?».

Ai tuoi cinque album hai sempre dato una titolazione particolare. Ci motivi, uno per uno, la scelta del nome?

«Il primo in assoluto è Manuale del giovane nichilista (2011): è una presa in giro di chi mi dava del nichilista quando ero adolescente, alla “mi fa schifo tutto”. Poi è uscito Non è il mio genere, il genere umano (2013) e il titolo si spiega un po’ da solo. È un po’ una gag, perché le persone cominciavano a chiedermi commenti a dei loro pezzi, e io rispondevo “non è il mio genere”. E a un certo punto sono arrivato a pensare che nulla fosse il mio genere, non riuscivo ad avere un giudizio, come dire, ecumenico. Poi è uscito il terzo album, Educazione sabauda (2015). È presto spiegato: citando Nicolai Lilin e la sua Educazione siberiana, ho raccontato quei momenti della mia vita molto importanti come il licenziamento, le paranoie, la depressione, i pensieri suicidi che avevo in quella fase, attraverso il racconto dell’educazione che ho ricevuto. L’essere vicino alla cultura sabauda, l’etica del lavoro, il low-profile, il prendersi poco sul serio e, contemporaneamente, prendere sul serio quello che si fa. Poi è uscito Sindrome di Tôret (2017): è un gioco di parole con le fontanelle di Torino, che si chiamano toret in dialetto, e la famosa sindrome di Tourette per cui non si riesce a controllare alcuni tic, con una certa incontinenza verbale. In un’epoca in cui nessuno riesce a stare zitto, mi sembra che questa sindrome rappresenti bene il malessere della società. E poi Iodegradabile (2019), l’ennesimo gioco di parole – perché sai, noi rapper non possiamo evitare di fare sti ca*** di giochi di parole se no non sei abbastanza rapper. Da Verità supposte di Caparezza funziona così -. Ho usato Iodegredabile perché nel disco affronto il tema dell’obsolescenza programmata in un’era in cui scadono le relazioni, non solo gli oggetti: in fondo, a degradarci siamo noi, perdendoci un sacco di pezzi».

Ultima domanda dell’intervista emergente: Guglielmo, immagina il concerto dei sogni, l’ultimo che farai nella tua vita. Come sarà?

«L’ultimo concerto della mia vita, per citare un grande artista, spero sia quello in cui muoio. Davvero, se dovessi scegliere un posto per morire, sceglierei il palco, pensando a Pino – Mango – che così ha fatto. È difficile rispondere a questa domanda perché non ho mai avuto un’idea così chiara di quello che vorrei. Già suonare, per me, è quello che vorrei. Su quel palco, certo, mi piacerebbe avere degli artisti con i quali ho avuto già la fortuna di collaborare. Vorrei avere i Subsonica, per quello che hanno rappresentato per me. Vorrei fare un pezzo con Fibra, un giorno, perché è stato molto importante per me. Vorrei avere i miei musicisti, esattamente quelli che ho adesso, perché senza di loro non sarei quello che sono. Magari farei suonare la batteria a mio padre, solo su un pezzo. Il concerto vorrei che fosse a Torino, perché non conosco altri posti dove mi piacerebbe così tanto suonare. Allo stadio Grande Torino? No, dai, vorrei farlo all’aperto, in una piazza torinese. Ecco, in piazza Vittorio chiusa al traffico con la Gran Madre sullo sfondo».

Video: Vincenzo Monaco

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