Interviste emergenti: i concetti forti e delicati di Giovanni Truppi – Napoli

«Tutto ciò a cui lavoro si relaziona alla attitudine che abbiamo di stare al mondo, al modo di rapportarci con gli altri. La poesia e la civiltà sono delle fonti d’ispirazione nelle quali pesco il lato umano che voglio cantare»

«Ho cercato di basare il mio ultimo disco su quello che è più importante per me in questo momento. L’identità, la vita adulta, la bellezza, il modo in cui scegliamo di porci nei confronti degli altri e quindi il rapporto con la società».

Non ama parlare molto del suo lavoro Giovanni Truppi, cantautore napoletano classe 1981.

La sua musica si muove lungo il difficile sentiero del “non battuto”, scrive parole e compone brani con l’intento di creare musica mai sentita prima. La sensazione che le sue canzoni provocano – anche con l’ultimo album, Poesia e civiltà – è di non riuscire ad ancorare la sua composizione a dei riferimenti musicali che l’hanno preceduto.

Il suo curiosare tanto nella stesura dei testi quanto nella composizione dei suoni l’ha portato, nel 2014, a progettare e costruire un proprio pianoforte. Ottenuto modificando un piano verticale, ne è venuto fuori uno strumento dalle dimensioni inferiori allo standard, smontabile, ed elettrificato tramite una serie di pick-up per amplificare i suoni.

Nonostante il settore gli riconosca la cifra innovativa, Giovanni Truppi la sua piccola rivoluzione musicale la porta avanti in silenzio: alle spalle la sperimentazione, all’orizzonte una musica che suona sempre insolita, sempre nuova al grande pubblico. Niente marketing sfrenato, niente promozioni da star della scena. Un cantante ontologicamente diverso, costantemente emergente.

Giovanni, quali sono le tue origini?

«Sono un napoletano verace di 38 anni. Ho iniziato a cantare nella mia città quando di anni ne avevo 17. Quando mi sono avvicinato alla musica, ero ancora uno studente del liceo classico».

Che musica facevi?

«I primi tentativi musicali si basavano su cover di canzoni altrui che facevo con una band, si chiamava Le Baccanti. Ma quel periodo è durato poco: il gruppo si è dissolto presto e allora ho iniziato a scrivere canzoni mie».

Quali erano i riferimenti musicali?

«Essendo una band, il mondo dei riferimenti era variegato. A me piacevano molto i Karate: un gruppo post-rock americano, della zona di Boston. Poi c’è il cantautorato italiano, che non ha mai smesso di essere fonte d’ispirazione».

Ti sei iscritto all’università?

«Ho fatto un anno di Architettura a Napoli. Poi ho cambiato e mi sono iscritto a Lettere: ma ci tengo a dire che ho superato l’esame di Analisi 1. Ho frequentato qualche anno all’Università di Napoli, poi mi sono trasferito a Roma e ho concluso lì la triennale».

Perché Roma?

«Frequentavo una scuola di musica a Roma. Poi la Capitale mi sembrava un ambiente più interessante, soprattutto a livello di opportunità musicali. Non per ultimo, c’era anche una forte voglia di andare via di casa».

Com’è andata a finire l’esperienza da universitario?

«L’esperienza dell’università stava diventando sempre più imbarazzante – sorride. Anche questo rendeva più chiara quale sarebbe stata la mia strada: la musica. L’operazione per riuscirci si basava nel non concedermi nessuna alternativa a questa carriera».

E i tuoi come l’hanno presa?

«I miei genitori mi ricordavano sempre: “Ci sono tanti cantautori che hanno fatto anche altri mestieri”. Io avevo bisogno di non avere altre alternative per dedicarmi in toto alla musica. Per mio padre dovevo fare il notaio. La verità, però, è che i miei mi hanno sempre sostenuto e stimolato nello studio delle arti. In parte hanno incentivato il mio amore per la musica. Allo stesso tempo, però, erano spaventatissimi».

Come ti mantenevi economicamente dopo la laurea?

«La laurea in Lettere è rimasta un po’ appesa al muro. Le professioni che ho fatto sono sempre state legate alla musica. Per lunghi periodi, ad esempio, ho insegnato canto. Una decina di anni in totale. Ed è stata la mia prima fonte di reddito».

Quando c’è stato il turning point nella tua carriera?

«È stato molto graduale, non c’è stato uno scatto brusco: man mano ho iniziato a suonare sempre di più e, contemporaneamente, a dare meno lezioni di canto. Quando una mia canzone è stata scelta per i titoli di coda di un film mi sono deciso a mollare l’insegnamento per dedicare tutto il tempo alla composizione di brani miei».

Che film era?

«Amori che non sanno stare al mondo di Francesca Comencini. Mi hanno scovato loro nel senso che il film è stato prodotto da Fandango e il music supervisor era una persona che apprezzava molto il mio lavoro. Mi ha contattato per chiedermi se volessi provare a scrivere la canzone del film. Era il 2017».

Il primo singolo “professionale” che hai pubblicato?

«La zanzara, nel 2003. Ero molto giovane. Non ho molta voglia di parlarne. Un po’ perché non sono molto contento di come abbia gestito professionalmente quella esperienza, un po’ perché artisticamente non ho tenuto la barra così dritta rispetto a quelle che erano le mie aspettative. Evidentemente, all’epoca avevo le idee confuse».

Quando ha bussato alla tua porta la prima etichetta discografica?

«Loro da me? – ride -. La prima volta che non ho dovuto fare io le presentazioni è stata due anni fa: mi ha cercato Universal. Ma prima di Poesia e civiltà, uscito con loro, ho pubblicato altri tre album di inediti e un best of in piano solo».

Come è cambiato il tuo modo di fare musica negli anni?

«Da disco a disco ci sono cose diverse che non considero, tuttavia, in evoluzione lineare. Ogni album è un’esperienza di scrittura differente. Spiego il senso: una prima uscita non è mai il presupposto di un cambiamento che si troverà nella pubblicazione successiva. Per carità, ci sono artisti che amo da morire e che sviluppano la loro creazione in maniera seriale. Non tutti devono sperimentare, cambiare di album in album: io lo faccio perché mi piace».

Di quali temi preferisci cantare?

«Non ho limiti riguardo ai temi che tratto nelle mie canzoni. Sarò poco originale, ma sono convinto che nella vita debbano convivere “l’alto e il basso”, mi piace provare a farli convivere nel mondo che ricreo scrivendo. Nell’ultimo lavoro ho cercato di restringere il campo della rappresentazione a cose più circoscritte che potessero entrare sotto il cappello delle parole poesia e civiltà».

Mi spieghi questo binomio?

«Non per cavarmela, ma è venuto fuori in maniera istintiva. Tutto ciò a cui stavo lavorando si relazionava alla attitudine che abbiamo di stare al mondo, al modo di rapportarci con gli altri. La poesia e la civiltà sono delle fonti d’ispirazione nelle quali pesco il lato umano che voglio cantare».

C’è un brano al quale sei particolarmente affezionato?

«C’è una canzone dell’ultimo disco che amo molto: L’unica oltre l’amore. Era importante per me comunicare quelle sensazioni e ci ho lavorato tantissimo: non avevo mai passato così tanto tempo su un singolo brano. Scrivo al computer e per ogni canzone ho un file dove c’è tutto il percorso di stesura della canzone».

Cioè?

«Copio, incollo e conservo ogni bozza modificata del brano. Le versioni sono datate in successione in modo tale che possa ricostruire il percorso che ha portato dalla prima bozza alla versione finale. Se dopo un mese non mi piace una versione, posso tornare al bivio che ho intrapreso magari un mese prima e provare a ripartire da una bozza precedente. Ecco, per L’unica oltre l’amore sul mio pc c’è un file di 200 pagine. Anche il tempo dedicatoci, forse, me l’ha fatta amare».

Ti aspettavi di arrivare fin qui?

«Non mi piace “fin qui”. Per me “fin qui” significa fare questo lavoro e lo considero un enorme traguardo. Non so rispondere con precisione perché una parte di me l’ha sempre immaginato, dicevo prima che non mi sono lasciato alternative sulla strada proprio per concentrarmi sulla musica. D’altro canto, non sono stupefatto da quello che accade: vivo la mia carriera con molta tranquillità».

Qual è il concerto dei sogni che Giovanni Truppi vorrebbe fare?

«Preferisco inquadrarlo fuori dal lavoro. Mi piacerebbe fare la mia ultima esibizione suonando e cantando per i miei trisnipoti».

Le prossime tappe:

  • 23 Gennaio – Magazzini Generali – Milano;
  • 25 Gennaio – Teatro Bibiena – Sant’Agata Bolognese;
  • 7 Febbraio – Studio Foce – Lugano;
  • 28 Febbraio – Teatro Socjale – Piangipane;

A gennaio 2020 esce 5, un ep legato a Poesia e civiltà con brani inediti e rivisitazioni in collaborazione con vari artisti.

Video: Vincenzo Monaco

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