Esplosione di casi di coronavirus in Italia: forse abbiamo sbagliato, ma molto meno di altri Paesi

Perché in Italia si registrano molti più casi che all’estero? Forse la risposta sta nelle mancanze degli altri Paesi

Il boom dei casi di nuovo coronavirus in Italia accende le polemiche e getta ombre sull’efficienza del sistema sanitario nel gestire l’emergenza. In realtà, come vedremo, siamo tra quelli che hanno gestito meglio la situazione. Forse dovremmo volgere lo sguardo fuori dai nostri confini, stavolta non per piangerci addosso, ma per valutare se per caso i test utilizzati altrove siano inefficienti. Stesso discorso potremmo farlo anche sul modo in cui vengono distribuiti i kit e selezionati i casi sospetti.


Quanto dovremmo preoccuparci?

Il problema non è solo italiano. Anzi, a giudicare da come vengono effettuati i test negli altri Paesi, abbiamo poco da rimproverare al nostro sistema sanitario. Ora la preoccupazione è un’altra. Presto dovremmo passare da misure di contenimento ad altre di mitigazione, come affermato recentemente dall’epidemiologo Pier Luigi Lopalco: «i buoi sono fuori dalla stalla, cerchiamo di limitare il danno».

Sono ancora poche le cose che sappiamo con certezza, molte vengono fuori da studi pubblicati in tempi record. Ci preoccupavamo dei pazienti asintomatici, in questo modo però abbiamo solo contribuito a intasare i laboratori, dove i test degli asintomatici sono risultati negativi in oltre il 98% dei casi. 

Lo stesso Walter Ricciardi dell’Oms ha recentemente chiarito questo punto:  

«Le linee guida dell’Oms non sono state applicate e prevedevano che fossero fatti i test solo su soggetti sintomatici che avessero avuto contatti con malati di Covid-19 accertati e che provenissero da zone di focolai».

Anche cercare il «paziente zero» sembra ormai del tutto inutile. Forse avremmo dovuto non limitarci a monitorare il rientro dei cittadini provenienti dalla Cina? Un precedente aveva destato non pochi sospetti. Ma quanto è fattibile – senza pregiudicare l’economia di un Paese – monitorare gli spostamenti dei suoi cittadini dalla Cina al rientro in patria? 

Un altro punto delicato è quello della letalità del virus. Recenti polemiche tra addetti ai lavori ci fanno capire quanto sia controversa la questione: in che senso il nuovo coronavirus è da considerarsi più pericoloso di tanti altri, di cui siamo stati già affetti nel corso della nostra vita? 

Il virus ha dimostrato – per ora – di essere mediamente aggressivo, il resto si gioca nel campo delle condizioni del singolo paziente e del contesto assistenziale in cui si trova. Al momento sappiamo che sicuramente la letalità aumenta con l’età.

Quel che invece preoccupa è la possibilità che intanto il virus muti, divenendo più pericoloso. Inoltre, per una influenza stagionale è possibile vaccinarsi in tempo, col nuovo coronavirus non abbiamo ancora questa opportunità. 

Quantità e qualità dei test all’estero

L’esplosione dei casi di influenza stagionale in Germania ha destato non pochi sospetti. Dall’inizio dell’autunno a oggi si contano 80mila contagiati. Il fenomeno è stato monitorato come di consueto fin dagli esordi, parte quindi prima dell’emergenza sanitaria per la sindrome simil-influenzale Covid-19. 

Tuttavia quel che sappiamo del focolaio di Wuhan si basa sui dati raccolti dal momento in cui per la prima volta ci si è accorti del fenomeno, che doveva essere dunque già in atto, forse già una sessantina di giorni prima.

I decessi provocati dall’influenza stagionale in Germania sono già 130. In mezzo potrebbe esserci anche il SARS-CoV2? Non è possibile testare tutti, ci si concentra sui casi (50% in più rispetto all’anno precedente) che hanno richiesto un ricovero.

Anche in Germania potrebbe verificarsi quindi quanto successo in Italia. Tutto questo lo potremmo sapere sulla base dei casi certificati anche negli altri Paesi. Solo in Francia al 25 febbraio si contavano poco più di 400 test effettuati.

I problemi non mancano anche oltre Oceano. Negli Stati Uniti i test restano a carico dei pazienti, a meno che non vengano imposti dalle autorità sanitarie – sono piuttosto costosi – ad oggi ne sono stati effettuati poco più di 500. 

Il punto non è solo la quantità, ma anche la qualità. I kit in uso dagli americani potrebbero essere infatti difettosi; è quanto rivela una recente dichiarazione di Scott Gottlieb della Fda (Food and Drug Administration):

«Non abbiamo un test diagnostico che funziona in questo momento,” ha aggiunto. ” La Corea del Sud ha testato circa 35,000 persone per trovare i loro 900 casi. Abbiamo testato, cumulativamente, circa 500 persone; la nostra capacità diagnostica probabilmente non è più di forse da 50 a 100 test al giorno perché tutti i test devono essere spediti al CDC in questo momento».

Sui problemi dei kit americani hanno trattato anche Nature e il Washington Post. Al contrario, i test italiani sono eccellenti, si tratta di quelli sviluppati dal Charité di Berlino. Gli americani sembrano invece trovarsi nella stessa situazione dei cinesi agli esordi dell’epidemia, con la possibilità che siano stati prodotti dei falsi negativi.

Identiche preoccupazioni potrebbero giungere dal Regno Unito dove, a fronte di circa settemila verifiche, sono stati accertati pochissimi casi.

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