Coronavirus, il fondatore fuoriuscito da Anonymous: «Col sito Inps in tilt gli hacker non c’entrano nulla» – L’intervista

«Nella sua storia Anonymous Italia non ha mai fatto un attacco senza rivendicarlo – dice il 27enne, da tempo ormai fuori dal gruppo -. Non avrebbe senso: gli hacker di adesso cercano solo visibilità»

Quando il presidente dell’Inps Pasquale Tridico ha dichiarato: «Abbiamo ricevuto nei giorni scorsi, e anche stamattina, violenti attacchi hacker», in riferimento al down del sito web dell’istituto, in molti hanno pensato che dietro al collasso del primo aprile ci fosse un’operazione di Anonymous Italia. Il giorno dopo, il 2 aprile, il portale che gli italiani con partita Iva stanno visitando per richiedere il bonus di 600 euro è andato di nuovo giù.


Il pensiero comune è che persino il gruppo di hacker che fanno riferimento ad Anonymous non si spingerebbe in un’operazione simile durante l’emergenza del Coronavirus. «In realtà sarebbe una congiuntura perfetta per Anonymous Italia per sferrare un attacco». A parlare è Ludovico Loreti, 27 anni, fondatore di Anonymous Italia e uscito dal gruppo dopo l’arresto: era un ventenne quando, il 17 maggio 2013, fu denunciato dalle autorità per associazione a delinquere. Anonymous Italia aveva attaccato almeno 16 portali, tra cui quelli del ministero della Difesa, della Guardia costiera, della presidenza del Consiglio, di Bankitalia, dell’Enel, di Trenitalia, dell’università Luiss e di Enav.

Loreti, c’è la possibilità che siano stati gli hacker di Anonymous Italia a far cadere il sito dell’Inps?

«L’Inps è un ente che sicuramente rientrerebbe tra i bersagli di Anonymous perché tocca varie tematiche legate ai diritti dei cittadini come lavoro, tasse, pensioni. In questo caso, però, mi sento di escludere che c’entrino gli hacker di Anonymous».

Come mai?

«Sono passati ormai tanti anni da quando ho fondato il gruppo italiano e sono cambiate tante cose da quando, tre anni dopo, l’ho lasciato e sono stato messo agli arresti domiciliari. Una cosa, invece, non è cambiata: quando Anonymous Italia fa un attacco, non passa molto tempo prima che lo rivendichi».

Cos’è cambiato invece?

«Premesso che osservo il fenomeno dall’esterno e, dopo l’arresto, sono riuscito a comprendere finalmente quanto sia sbagliato ciò che fa Anonymous, posso dire che da circa un paio di anni il gruppo italiano è composto da ragazzini che attaccano un sito, dopo aver scoperto la sua vulnerabilità, solo per divertimento».

Non avrebbero potuto attaccare il sito dell’Inps per divertimento?

«L’avrebbero rivendicato anziché dissociarsi dal gesto. Avrebbe fatto comodo a loro, che da quando il gruppo si è sfaldato in seguito agli arresti del 2013 sono sempre in cerca di visibilità e qualche prima pagina sui giornali, e avrebbe fatto comodo a Tridico. Quel sito è scritto male, questa è la verità».

Anonymous Italia non ha un’etica che fermerebbe gli attacchi durante un’emergenza come questa?

«Più che etica la definirei dichiarazione di intenti. Ma sai, quando fai un’operazione del tipo di Anonymous, è facile trovare una giustificazione. Ti faccio un esempio di quello che avrebbero potuto dire: “Il bonus di 600 euro non è sufficiente per chi ha perso un lavoro e ha pagato per anni tot. imposte all’Inps”, una roba del genere, ovviamente più approfondita».

Qual è lo scopo di Anonymous?

«Difendere i diritti delle persone. Nasce per quello e io ci ho creduto. Stavo per compiere 18 anni quando ho creato il gruppo italiano e sono stato contattato da Anonymous internazionale. C’era anche una parte bella di operazioni, “Green Rights“: le facevamo per la difesa dell’ambiente. C’era un bel coordinamento con i Paesi esteri, lavoravamo bene con Anonymous di Francia e Svezia. Poi, nel 2013, molti di noi sono stati arrestati e il gruppo si è sfaldato. Allora ho capito che quello che facevo era qualcosa di profondamente sbagliato: il principio etico era giusto, la realizzazione no».

Sai se adesso o in passato qualche azione di Anonymous Italia è servita agli hacker del gruppo per farci profitto?

«Non scherziamo. Questo non avviene adesso e non avveniva nemmeno prima. La differenza è che prima eravamo un gruppo grosso con una certa credibilità all’estero. Vivevamo l’hacking come una sfida contro noi stessi e, se la vincevamo, rivendicavamo l’azione».

Eri tu il vero capo di Anonymous Italia?

«No, e questo è stato difficile da spiegare anche alle autorità. Teoricamente mi consideravano il capo di Anonymous Italia perché ero stato io a fondare la chat nel nostro Paese. In realtà, io ero il fondatore e l’amministratore di quella chat. Non esisteva e non esiste un capo che coordina tutto».

Come vi hanno scoperto?

«Per intenderci, devo spiegare cos’è di fatto Anonymous: varie chat nazionali e internazionali: io ho creato quella italiana su un server Irc. Dalla chat generale del Paese, invitavo in quella operativa solo gli hacker più bravi fino a quando ho fatto entrare nel gruppo ristretto un infiltrato delle forze dell’ordine: è stato più bravo di me. Ma con la consapevolezza di oggi, posso dire che Anonymous non esiste. Anonymous sono dei gruppetti di hacker che per un momento della propria vita si illudono che l’idea di fare del bene giustifichi i mezzi illegali».

Conosci qualcuno che ne fa ancora parte?

«Conosco un paio di ragazzini che fanno ancora questo genere di cose. Sai, è sbagliato pensare che a 18 anni si possano conoscere tutte le leggi del mondo. Io ero maggiorenne quando ho iniziato a fare cose grosse, ma non avevo la consapevolezza dei reati che stavo commettendo. L’hacking è una passione da coltivare, servirà molto al nostro Paese. E premia i giovani non solo a livello economico, ma per il senso di utilità sociale che ti dà».

Ti sei pentito di aver fondato Anonymous Italia?

«Anonymous a livello ideologico è una cosa bella. Calato nella realtà, però, fa schifo. Perché se il tuo principio è quello di denunciare chi sfrutta i lavoratori, chi nega i diritti civili, devi farti valere attraverso metodi legali. Le azioni degli hacker di Anonymous non sono buone: non è giusto distruggere un sito e far perdere tanti soldi a delle persone solo perché si ha un’altra idea. Io ero giovane e la lezione che ho imparato da questa vicenda è quella di non accettare le caramelle dagli sconosciuti».

Oggi Loreti lavora nel settore dell’informatica per una società privata e, tra le varie mansioni, «svento attacchi da parte di hacker esterni». La passione è intatta. «Ho fatto io l’errore di farla diventare un’attività illegale, ma ancora oggi l’hacking mi dà un’adrenalina incredibile, operando a fin di bene». E vuole concludere con un messaggio rivolto a chi guarda ad Anonymous con una certa simpatia: «Il concetto di base è bello, difendere i diritti dei cittadini. Ma l’attivismo è una cosa, se invece compi qualcosa di illegale danneggiando qualcuno, non sei diverso da un ladro che entra in casa».

Il parere degli esperti:

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