Coronavirus, slitta al 2021 la Conferenza sul Clima COP26. È una brutta notizia o un’opportunità?

«La sospensione della COP26 dovrebbe far raddoppiare gli sforzi dei diversi governi nel garantire una strategia ecologica per far fronte tanto alla crisi sanitaria quanto a quella climatica», dice Greenpeace

La COP26, l’annuale conferenza dei Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici – che doveva tenersi a Glasgow dal 9 al 20 novembre 2020 – è stata rinviata al 2021 a causa dell’emergenza globale del Coronavirus insieme agli incontri preparatori previsti dal 2 al 4 ottobre a Milano.

L’annuncio è arrivato ieri in seguito alla decisione dell’ufficio delle Nazioni Unite per il clima (UNFCCC), i cui membri si sono riuniti virtualmente insieme a Regno Unito e Italia, paese co-organizzatore ufficiale del summit. Le nuove date della conferenza verranno fissate dopo ulteriori discussioni con le parti.

Nel silenzio dei principali movimenti ambientalisti e dell’attivista per eccellenza, Greta Thunberg – che non hanno ancora commentato la decisione – i promotori e gli organizzatori del summit hanno promesso che in questi mesi manterranno alta la pressione sui diversi governi affinché non vengano meno agli impegni presi nella lotta ai cambiamenti climatici. La speranza è che, dopo settimane di speculazioni sull’ipotetica cancellazione della conferenza, la scelta di rimandarla offra ai Paesi non solo il tempo di elaborare una risposta efficace alla pandemia, ma anche di ripensare i propri modelli economici impegnandosi seriamente nel passaggio dall’industria dei combustibili fossili ad una a basse emissioni di carbonio.

Gli obiettivi e le opportunità

«Nel rispondere alla crisi del Covid-19 c’è anche l’opportunità per creare un nuovo approccio alla crescita che si basi su un’economia sostenibile e resiliente, in stretta armonia con il mondo naturale», ha commentato l’economista Nicholas Stern, uno dei leader mondiali nella lotta all’emergenza climatica. «Questa sarà la sfida e l’opportunità della COP26 l’anno prossimo. Dobbiamo usare bene questo tempo». Gli impegni presi in seguito all’accordo di Parigi, infatti, non sono sufficienti a raggiungere l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2°C – meglio se 1,5°C -, soglia oltre il quale gli effetti dell’emergenza climatica potrebbero diventare catastrofici e irreversibili. 

Mentre il Regno Unito, che avrebbe dovuto ospitare la COP26, punta ancora a far sì che i Paesi coinvolti presentino nuovi obiettivi strategici rispetto alla riduzione delle emissioni di gas serra, l’Unione Europea si è impegnata a sostenere il progetto di un “green deal” che comprenda tutta l’eurozona e comporti tagli più duri delle emissioni in vista del raggiungimento della soglia zero entro il 2050. «Noi non rallenteremo il nostro lavoro a livello nazionale o internazionale per prepararci ad una ambiziosa COP26», ha dichiarato il vicepresidente della Commissione Europea, Frans Timmermans.

Il ruolo degli Stati Uniti

Il rinvio del summit potrebbe rappresentare un’opportunità anche da altri punti di vista. Uno dei vantaggi più evidenti, per esempio, è legato agli Stati Uniti. La data originariamente prevista per l’inizio dei lavori, il 9 novembre, cadeva solo poco dopo le elezioni presidenziali degli Usa, una tempistica che ha creato non pochi problemi ai negoziatori dato che Donald Trump ha avviato il processo di ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, decisione che entrerà in vigore proprio il 4 novembre.

La speranza è che un nuovo presidente possa cambiare il corso degli eventi, evitando che dai tavoli di lavoro si sfili l’economia più potente al mondo, oltre che il secondo Paese in classifica per emissioni. «È sempre più probabile che gli elettori americani respingano l’atteggiamento negazionista in campo scientifico di Trump, tanto sul Coronavirus quanto sui cambiamenti climatici, e scelgano di eleggere presidente Joe Biden», ha fatto sapere Paul Bledsoe, ex consigliere per il clima alla Casa Bianca, ora consulente presso il Progressive Policy Institute di Washington. 

Emergenza sanitaria e climatica: due sfide che viaggiano in parallelo

Vista la portata dell’emergenza sanitaria, potrebbero volerci mesi per decidere una nuova data, anche se la speranza è che non si vada oltre la primavera del 2021. La priorità, nell’attesa, è garantire che i piani per debellare Covid-19 non ostacolino il raggiungimento degli obiettivi climatici. C’è il pericolo concreto, infatti, che alcuni Paesi sfruttino la pandemia per rivedere gli impegni presi: in Europa, ad esempio, puntando sul risanamento della crisi e il rilancio dell’economia, diverse case automobilistiche hanno cominciato a fare pressione per allentare gli obblighi in materia di emissioni.

«La sospensione della COP26 dovrebbe far raddoppiare gli sforzi dei diversi governi nel garantire una strategia ecologica per far fronte tanto alla crisi sanitaria quanto a quella climatica», ha dichiarato la direttrice esecutiva di Greenpeace Internacional, Jennifer Morgan. «Tornare al solito stile di vita è assolutamente inaccettabile: questa pandemia dimostra che ci sono enormi lezioni da imparare sull’importanza di ascoltare la scienza e sulla necessità di un’azione globale collettiva urgente».

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