Il cambiamento climatico non si ferma: in Europa è stato l’inverno più caldo di sempre

I dati vengono da Copernicus, il Climate change service (C3S) nato sull’iniziativa della Agenzia Spaziale Europea

Se le chiusure messe in atto per la pandemia di Covid hanno portato a una diminuzione dell’inquinamento nel continente europeo, non hanno condizionato in maniera determinante l’andamento del cambiamento climatico: i segnali continuano a lasciare poco spazio all’ottimismo. Dopo il picco di temperature in Antartide a febbraio, dove è stata superata la soglia dei 20 gradi centigradi, arriva infatti un dato altrettanto preoccupante: secondo Copernicus, il progetto nato su iniziativa dall’Agenzia spaziale europea per tracciare il riscaldamento climatico, il 20 marzo si è concluso in Europa l’inverno più caldo di sempre.


Il caldo avvolge tutta l’Europa. In Italia inverno soltanto a fine marzo

È stato infatti superato di 1,4 gradi centigradi l’ultimo picco, che risale all’inverno del 2015-2016. Complessivamente, le temperature invernali sono state superiori di 3,4 gradi centigradi rispetto alla media per il trentennio 1981-2010. Per Edoardo Ferrara, meteorologo di 3bmeteo.com, il fenomeno comprende quasi tutto il Vecchio continente: le uniche eccezioni hanno riguardato, per lassi di tempi ristretti, le Isole britanniche, la Francia atlantica e la Penisola Iberica a causa di un vortice polare sul Polo Nord che ha alimentato tempeste atlantiche sul Nord Europa.

Per quanto riguarda l’Italia la vera stagione fredda sarebbe stata registrata solamente nelle ultime due settimane di marzo. «[…]L’inverno è invece stato totalmente assente per gran parte del suo trimestre di competenza, ovvero dicembre-gennaio-febbraio», spiega Ferrara. Per trovare un riscontro nella cronaca basta pensare all’ondata di maltempo che ha travolto l’Italia a fine 2019 (con le immagini delle trombe d’aria a Potenza e di Matera o Venezia allagate), al caldo e agli sbalzi di temperatura che hanno provocato valanghe al nord e fenomeni meteorologici estremi in tutta la penisola.

Lo stesso rapporto di fine anno di Legambiente sul clima non aveva lasciato spazio ad ambiguità, visto l’alto numero di eventi climatici estremi avvenuti nel 2019 e i picchi raggiunti nelle temperature terrestri: il mese di ottobre era stato il secondo mese più caldo in assoluto dal 1800 ad oggi, secondo solo al 2001, con una variazione in ascesa di +1,74 gradi. Dati sconfortanti che rimandano all’appello dell’Ipcc, ente consultivo dell’Onu per il cambiamento climatico, secondo cui rimangono circa dieci anni per ridurre le emissioni di gas serra in modo tale da contenere l’aumento delle temperature oltre il punto di “non ritorno” di +1,5-2 gradi centigradi (rispetto alle temperature pre-industriali). Gli sforzi in tal senso non potranno fare affidamento quest’anno sulle Nazioni Unite: per quest’anno la Cop26 – il summit annuale sul clima dell’Onu – che avrebbe dovuto aver luogo a Glasgow, in Scozia, a novembre, è stata rimandata a data da destinarsi. Sempre a causa del coronavirus che questa volta non sembra giocare a favore del cambiamento climatico.

Leggi anche: