Basta baruffe da campagna elettorale: c’è un Paese da salvare, e un futuro da disegnare

Sarebbe ora che la politica italiana, tutta, cominciasse a parlare il linguaggio della realtà. Siamo in una crisi di portata pari a quella di tre quarti di secolo fa, ma in un’Italia appagata e invecchiata, e non giovane e affamata com’era quella di allora. Un dopoguerra senza guerra genera illusioni e percezioni fuorvianti, fa pensare che la vera pena sia stata il lungo lockdown, oltre al massacro di anziani.

Invece per molti anni questo Paese sarà più povero, più dipendente dalla mammella assistenziale dello Stato, con milioni di disoccupati in più e interi settori – trasporti, turismo, ristorazione sono solo gli esempi già evidenti – da ripensare completamente. Su molta parte dell’impresa si estende l’ombra della nazionalizzazione. Come se si potesse risolvere ogni crisi con acquisti di Stato.

Il problema è che la linea di governo, con entrambe le maggioranze di questi due anni, era già questa: sovvenzioni, assistenzialismo, nazionalizzazioni. Prima del Covid, già con Ilva, Alitalia e banche, e con reddito di cittadinanza, Quota 100 e bonus vari, avevamo ricominciato a finanziare l’esistente con i soldi dei nostri figli e nipoti.

Già prima del virus i nostri livelli occupazionali erano i più bassi dell’Unione Europea, già prima di Codogno l’ascensore generazionale era fermo al piano terra. Nella citatissima (invano) alternativa di De Gasperi, «i politici pensano alle prossime elezioni, gli statisti alle prossime generazioni», tutti hanno scelto la prima possibilità, vellicando l’elettorato secondo i suoi interessi prevalenti: che nel Paese più anziano d’Europa sono quelli di chi già lavora, di chi è vicino alla pensione e di chi ci è già.

Il grosso degli interventi governativi di questi anni – dagli 80 euro in poi – è andato a insistere su occupati, pensionandi e pensionati. Per gli altri, sussidi, placebo, premi di consolazione. Il Coronavirus ha dato la botta finale a questo squilibrio. E conteremo i danni già dalle prossime settimane, attraverso le imprese che non riaprono, e non solo.

Pensiamo ai lavoratori stagionali che non saranno richiamati, pensiamo specularmente al lavoro nelle campagne che non ha più manodopera. Pensiamo alle tante Embraco. Nel dopoguerra di 75 anni fa arrivarono i soldi del Piano Marshall, oggi al massimo arriverà il Recovery Fund dell’Unione Europea: e sarà un prestito da restituire, magari tra cinquant’anni, ma pur sempre a bilancio.

Checché ne dicano gli scettici, non ci sono alternative. Non c’è un altrove dove stampano o regalano miliardi. Qui e ora si determina il nostro futuro. L’Italia del vero dopoguerra andava ricostruita, e poteva sognare e volare sul progresso applicato alla vita civile. Ora invece ogni intervento economico sarà destinato a tenere in piedi l’esistente o a alimentare i sussidi.

Una politica di sopravvivenza. E per di più falcidiata da continui scontri e divisioni, in una rissa da campagna elettorale permanente senza che nessuna delle parti abbia minimamente preso in considerazione l’idea che in emergenza, in guerra il valore dell’unità nazionale è arma decisiva. Il governo non ha fatto alcun passo, e le opposizione lo hanno trattato da imbroglione.

La disputa sul Mes è stata surreale e sconfortante. Le opposizioni ne parlano con la bava alla bocca, come di un nodo scorsoio alla nostra sovranità, deformando pesantemente la realtà. E invece di spiegare al paese opportunità e rischi, il premier per contrattaccare ha fatalmente accettato l’arma dei suoi avversari, promettendo solennemente che quel Mes non sarebbe mai stato usato, perché noi siamo per i Coronabond (che mai vedranno la luce).

Un populismo di governo, avallato dal silenzio di un Pd spettatore, contrapposto a un populismo di opposizione. Subito dopo il vertice europeo la doppia narrazione è ricominciata: è andata benissimo, secondo Conte; malissimo, secondo Salvini e Meloni. In realtà non sapremo come è andata finché non vedremo cosa sarà, come sarà finanziato, quando entrerà in azione e con quali modalità di accesso e meccanismi il Recovery Fund. Parlare oggi di vittoria o sconfitta non ha senso.

E comunque la vera partita sarà quella che comincerà di lì in poi: cosa fare con quei soldi? Mettere cerotti assistenziali e distribuire finanziamenti a pioggia al nostro sistema economico, o sfidare il futuro con una visione riformatrice che possa disegnare con più opportunità per le nuove generazioni l’Italia dei prossimi decenni? La scelta sarà tra curatori dell’esistente e visionari del cambiamento.

E chissà che qualcuno finalmente, oltre a citarla, non capisca il significato di quella frase di De Gasperi.

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