Turchia, un mese fa la cantante del Grup Yurum si è lasciata morire: «Erdoğan ci reprime perché ha paura del suo popolo» – L’intervista

İhsan Cibelik è un musicista della band perseguitata dal governo turco: il suo nome, nel 2016, è comparso sulla lista dei terroristi ricercati dal ministero dell’Interno. È fuggito in Francia e ha raccontato la sua storia a Open

Aveva 28 anni, una voce potente, ed era la cantante di una delle band turche più famose di sempre. Un mese fa, il 3 aprile 2020, dopo 288 giorni di sciopero della fame, Helin Bölek è morta. Il giorno del funerale, nel cimitero di Feriköy a Istanbul, è calata una nebbia fittissima: erano i gas lacrimogeni sparati dalla polizia per disperdere la folla radunatasi per dare l’ultimo saluto a quel corpo ridotto pelle e ossa. Gli agenti hanno arrestato una decina di persone, tra cui l’autista del carro funebre, e sequestrato la piccola bara di legno dove riposa la cantante.

Anche Mustafa Koçak aveva 28 anni. Il suo sciopero della fame è durato 297 giorni. Tre settimane dopo Helin, è morto anche lui, uno dei chitarristi del Grup Yorum. Pesava meno di 29 chili. Nell’ultima lettera spedita al suo avvocato, pochi giorni prima di spirare, il 24 aprile, Koçak scrisse: «La mia vita è cambiata quando sono stato arrestato il 4 ottobre 2017, dopo 12 giorni in cui sono stato sottoposto a torture psicologiche e fisiche dalla polizia per non aver accettato di firmare una dichiarazione di colpevolezza».

Ibrahim Gökçek, il bassista del gruppo, adesso pesa meno di 40 chili. Lui ha smesso di mangiare 321 giorni fa: non gli resta molto tempo da vivere. Nella sua ultima lettera inviata alla rivista l’Humanité domenica 26 aprile, Gökçek racconta: «Dalla mia camera da letto, in una delle baraccopoli di Istanbul, guardo fuori dalla finestra il giardino. Uscendo, potevo vedere il Bosforo in lontananza. Ma ora sono a letto e le gambe non hanno più la forza di trasportare il mio corpo. Al momento, posso solo immaginare il Bosforo».

Ibrahim Gökçek, prima e dopo l’inizio del digiuno

«Mi esprimo con la fame – spiega -. O meglio, mi hanno tolto il basso e per esprimermi uso il mio corpo come strumento». La storia del Grup Yorum sta facendo il giro del mondo, purtroppo, per la morte dei suoi componenti. È una delle rare volte in cui i Paesi rompono il muro di indifferenza e cominciano a ricordare la repressione del 2013 delle manifestazioni di Gezi Park, la deriva autoritaria seguita al fallito colpo di Stato del 2016. Oggi, le parole di Gökçek aiutano a comprendere le motivazioni del digiuno fino alla morte, il cosiddetto death fast, portato avanti da artisti, avvocati, cittadini turchi che si oppongono alla repressione delle libertà operata dal partito al potere, l’Akp, e dal presidente Recep Tayyip Erdoğan.

«Mi chiamo Ibrahim Gökçek. Per 15 anni ho suonato il basso nel Grup Yorum. La band, creata nel 1985 da quattro studenti universitari, ha una storia difficile, come quella della Turchia. Questa storia ci ha portato, oggi, a digiunare fino alla morte per poter tornare a fare di nuovo concerti». Per capire come mai gli artisti della band e alcuni avvocati che li difendono si stanno lasciando morire, bisogna conoscere il passato del Grup Yorum. È una formazione artistica che si rifà agli ideali del socialismo e ha sempre composto canzoni di chiaro stampo politico. La loro musica folk rock ha riscritto la storia dei canti popolari in Turchia.

Non è stato facile entrare in contatto con uno dei membri del Grup Yorum. Alcuni di loro sono scappati all’estero, come Selma et Inan Altın che hanno chiesto asilo politico in Francia. Per motivi di sicurezza hanno preferito non lasciare dichiarazioni. İhsan Cibelik, invece, ha risposto alle domande di Open. Anche lui ha dovuto lasciare la Turchia per evitare il carcere e le torture. «Sono un rifugiato politico in Francia», dice il musicista, esperto del saz, una sorta di liuto tipico dell’Anatolia. «Non mi preoccupo di essere in pericolo di vita. Fin quando il capitalismo regnerà incontrastato, siamo tutti in pericolo».

İhsan Cibelik mentre suona il saz

Cibelik, durante gli anni universitari, iniziò a suonare ad Ankara in una band di ispirazione socialista, il Grup Ekin. Il centro culturale dove si esercitava subì due blitz della polizia e, la seconda volta, gli artisti furono arrestati. «Uscii di prigione dopo un anno, nel 1995. Una volta libero, partii per Istanbul e entrai a far parte del Grup Yorum». Tutta la sua carriera di artista è stata tormentata: «In Turchia vige un regime fascista. Se tu la pensi diversamente dal governo, sei immediatamente inquadrato come nemico dello Stato. La polizia può arrestarti in qualsiasi momento, torturarti e puoi persino essere ucciso o scomparire nel nulla».

Per il suo impegno politico, nel 2000 è stato arrestato una seconda volta. È durante quella prigionia che pratica il digiuno fino alla morte. Fortunatamente, fu scarcerato dopo poche settimane: «Ero un prigioniero politico. Se la morte è usata come arma da chi ci opprime, noi non possiamo far altro che strappargliela dalle mani», sostiene Cibelik. Giura che farà il possibile affinché il sacrificio di Helin e Mustafa sia conosciuto in tutto il mondo: «Sono degli eroi. Con il loro gesto hanno scritto un manifesto artistico: il Grup Yorum non può essere messo a tacere – e tende a precisare che per lui – non si è trattato di un suicidio».

İhsan Cibelik in esilio

«La giustizia e la libertà sono diritti fondamentali. Loro hanno chiesto con tutte le loro forze che venissero rispettati, ma sono rimasti inascoltati. Se penso a come è morto Mustafa, riesco a vedere le mani insanguinate del fascismo sul suo cadavere». È fuggito in Francia nel 2008 per ragioni di sicurezza. Nonostante ciò, nel 2016 è stato inserito insieme ad altri cinque membri del Grup Yorum nella lista dei terroristi ricercati dal governo. Altri quattro, invece, si trovano ancora in carcere: «In 35 anni di storia, abbiamo visto torture, arresti, proibizione dei concerti, saccheggi nelle nostre case».

Poi, nel 2015, dopo la serie dei concerti Turchia indipendente, che ha raccolto oltre un milione di spettatori, il governo ha deciso di mettere fine al Grup Yorum con una sfilza di arresti e raid nei centri culturali dove i membri si incontravano. «In quel momento si sono intensificati gli scioperi della fame: non avevamo altro modo per affermare la nostra esistenza artistica e ideologica». Cibelik è sicuro che, un giorno, «il Grup Yorum tornerà a suonare davanti a milioni di spettatori – e non nasconde che – la Turchia gli manca tantissimo. Io non ho mai voluto lasciare il mio Paese e i miei compagni. Sono stato costretto a farlo».

Cibelik, come gli altri membri del Grup Yorum, è stato accusato di fare propaganda per il terrorismo e di aver aderito a organizzazioni terroristiche, «ma sono accuse che ogni governo usa ogni volta che deve soffocare qualche protesta – afferma -. Ma come si può definire “terroristico” scrivere e cantare delle canzoni?». Cibelik dice che ripeterebbe ogni scelta fatta e non rinnega nulla del suo passato: «Sono davvero orgoglioso di vivere rispettando l’ideale della libertà. Essere un artista rivoluzionario e scrivere ballate per le persone oppresse è il dovere di ogni musicista».

A causa dell’incessante commistione tra arte e politica, il Grup Yorum è sempre stato inviso ai governi del Paese, già prima che Erodğan egemonizzasse il potere in Turchia. Le accuse rivolte al gruppo riguardano una possibile affiliazione al Dhkp-c, il Fronte rivoluzionario di liberazione popolare: è un partito marxista-leninista dichiarato organizzazione terroristica da Turchia, Stati Uniti e Unione europea. Ma il Grup Yorum ha sempre negato di avere rapporti con il Dhkp-c e i giudici non sono mai riusciti a dimostrare con dei processi limpidi il contrario.

Ibrahim Gökçek, marzo 2020

«Siamo nati nelle lotte per i diritti e le libertà iniziate in Turchia dal 1980 – scrive Gökçek -. Abbiamo pubblicato 23 album che racchiudono cultura popolare e pensiero socialista. Abbiamo venduto più di 2 milioni di dischi. Abbiamo cantato i diritti degli oppressi in Anatolia e in tutto il mondo. Eravamo guardati a vista, imprigionati, i nostri concerti proibiti, la polizia ha fatto continui raid nel nostro centro culturale e spaccato i nostri strumenti. Poi, quando l’Akp è arrivata al governo, siamo stati inseriti nella lista dei “terroristi più ricercati”». Su di loro sono state messe taglie da 300.000 lire turche, circa 46.000 euro.

Già dal 1993 era chiaro che la band non avrebbe avuto vita facile nel Paese, nonostante il successo dilagante anche fuori confine. Quell’anno, un camion colmo di copie del loro quarto album, Cesaret, fu bloccato dalla gendarmeria turca sulla strada da Istanbul a Diyarbakir. Il corriere fu obbligato ad aprire il van e gli agenti trivellarono di colpi le scatole contenti i dischi. Era solo un assaggio delle oltre 400 azioni legali che svariati membri del gruppo avrebbero subito nel corso degli anni.

A sinistra la cantante Helin Bölek, a destra il bassista Ibrahim Gökçek

Ed è proprio per la necessità di sostituire gli artisti arrestati a rendere la compagine così mutevole nel tempo: in 35 anni di storia, si sono avvicendati al Grup Yorum circa 50 musicisti e cantanti. «Il motivo per cui siamo stati perseguitati è il seguente – ricorda Gökçek -. Nelle nostre canzoni parliamo di minatori costretti a lavorare sottoterra, di operai morti sul lavoro, di rivoluzionari uccisi sotto tortura, di abitanti dei villaggi il cui ambiente naturale viene distrutto, di intellettuali bruciati, di case distrutte nei quartieri popolari, dell’oppressione del popolo curdo e dei popoli che resistono. Parlare di tutto ciò in Turchia è considerato “terrorismo”».

Ibrahim Gökçek

Nonostante le rappresaglie del governo – i loro strumenti musicali sono stati più volte fracassati dalla polizia e i concerti interdetti senza motivo -, nel 2010 il Grup Yorum è riuscito a mettere in piedi uno spettacolo che ha segnato la storia della musica turca. Allo stadio İnönü di Istanbul, 55.000 fan hanno assistito al concerto per il 25° anniversario della band. Fu un successo in tutto il Paese: il gruppo, l’anno seguente, organizzò una serie di concerti gratuiti in Turchia ai quali accorsero centinaia di migliaia di persone.

Dopo un periodo di distensione con il governo, nel 2013 sono ricominciate le azioni repressive. Cinque arresti in quell’anno, otto nel 2016, sino alla pubblicazione della lista dei terroristi più ricercati dal ministero per l’Interno. L’accusa è sempre la stessa: essere membri del Dhkp-c. In quell’elenco ci sono sei membri del Grup Yorum: «Dopo la pubblicazione di quella lista, in due anni, il nostro centro culturale è stato distrutto dodici volte dalla polizia – scrive Gökçek -. Quasi tutti i nostri membri sono stati imprigionati e in certi momenti si è arrivati al punto che non c’erano più membri del Grup Yorum per suonare. Siamo stati obbligati ad assumere nuovi musicisti».

L’ultima foto scattata a Mustafa Koçak nel carcere di Sakran, un mese prima della sua morte

«Ma le pressioni sul Grup Yorum non erano solo interne alla Turchia – spiega a Open Cibelik -. Ricordo bene che, dal 2014, quando la Germania e la Turchia hanno stretto importanti accordi, anche i tedeschi hanno iniziato a imporci molte restrizioni. Le attività e i concerti del gruppo in Germania erano diventate praticamente impossibili». Cibelik rivendica i principi del gruppo e di Erdoğan dice: «L’unica strada rimastagli per perpetuare le ingiustizie è la forza. Non vuole risolvere i problemi del popolo, ma sfruttarlo. Noi, con le nostre canzoni, cerchiamo di far capire alle persone quali sono i loro diritti. Erdoğan e gli altri non sono così potenti: hanno paura della reazione della gente, per questo reprimono l’arte e la libertà di espressione».

Nel maggio 2019, alcuni membri del Grup Yorum hanno iniziato uno sciopero della fame in segno di protesta contro il governo turco. Anche alcuni avvocati, attivisti per i diritti umani e semplici cittadini si sono uniti allo sciopero. Gökçek, ancora in vita, e i due componenti scomparsi ad aprile Bölek e Koçak, hanno trasformato il semplice sciopero della fame in un digiuno mortale. Tutti e tre sono convinti di essere stati imprigionati ingiustamente. Gökçek e Bölek, scarcerati in attesa del processo, condividevano la stessa camera a Istanbul. L’11 marzo 2020, nel loro appartamento, ha fatto irruzione la polizia. Hanno messo a soqquadro la casa e trascinato in ospedale i due per obbligarli a ricevere un trattamento. La cantante e il bassista sono stati rilasciati dopo aver rifiutato l’alimentazione forzata.

Da sinistra, Helin Bölek, Ibrahim Gökçek e Mustafa Koçak

Quanto durerà questa forma di protesta? «Non è il tempo il soggetto in questione – dice Cibelik -. Sappiamo di essere nel giusto e andremo avanti finché non vinceremo questa latto. Non esiste alternativa alla resistenza». Specialmente in questo periodo, il musicista rifugiato in Francia dialoga giornalmente con gli altri membri del gruppo. «Ho sentito poco fa Ibrahim, ci siamo scambiati parole d’amore Gökçek». Cibelik è convinto che si è ancora in tempo per salvare il bassista, ormai sceso sotto i 40 chili per il digiuno. «A parte tutto, non abbiamo paura della morte. Tutti moriremo prima o poi. L’importante non è preservare il corpo, ma fare in modo le proprie idee restino scritte nella storia».

In questo video, le immagini degli strumenti musicali intenzionalmente rotti dalla polizia

«Con Helin Bölek – afferma Gökçek, abbiamo trasformato la nostra azione in uno sciopero della fame illimitato. Ciò significava che non avremmo rinunciato a questo digiuno fino a quando le nostre richieste non fossero state accettate. Al prezzo, se necessario, della nostra stessa morte». Sono quattro le richieste della band al governo: la liberazione dei membri del Grup Yorum e l’archiviazione dei processi; la fine delle incursioni della polizia nel centro culturale di İdil a Okmeydanı, Istanbul, perquisito più di dieci volte in 2 anni; la cancellazione dalle “liste dei terroristi ricercati” del ministero dell’Interno dei membri e dei sostenitori del Grup Yorum; la fine del divieto dei concerti.

Ibrahim Gökçek partecipa al funerale di Helin Bölek

Richieste non accolte nemmeno dopo la morte di Bölek. Così, 21 giorni esatti dopo di lei, è deceduto anche il chitarrista Koçak. Il giovane si trovava in carcere dal 4 ottobre 2017, condannato all’ergastolo con l’accusa di aver fornito le armi ad alcuni terroristi di estrema sinistra per il sequestro del procuratore Mehmet Selim Kiraz. Un’accusa che si reggeva soltanto sulla testimonianza di una fonte segreta della polizia, rimasta anonima per tutta la durata del processo. «Tutto quello che chiedeva era un processo giusto, non gliene hanno dato la possibilità – ha dichiarato Ömer Faruk Gergerlioğlu, parlamentare del partito di sinistra pro-curdo Hdp -. Koçak è diventato l’ultima vittima di un sistema ingiusto».

I parenti di Mustafa Koçak, durante il suo funerale

Can Dündar, un giornalista turco che vive in esilio in Germania, ha commentato così l’ultima morte di uno dei membri del Grup Yorum: «Non pensi di farlo vero? Basta una calunnia, senza testimoni, fuori dalle regole, e sei arrestato. Dici ‘è una menzogna’, e non sei ascoltato. La giustizia è cieca, lo stato è sordo. La tua famiglia, i tuoi amici lottano invano. E allora, come ultima risorsa, ti bruci per dimostrare la tua innocenza. Mustafa Koçak: a essere morta è la giustizia». Non resta molto tempo prima che si spenga l’ennesimo membro del gruppo, il bassista in digiuno da 321 giorni, Ibrahim Gökçek. «Siamo ancora in tempo per salvarlo – ribadisce Cibelik dalla Francia -. Facciamo in modo che il governo accetti le nostre richieste».

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