Coronavirus, la falla nella consegna delle mascherine a 50 centesimi: «9 milioni non erano certificate»

È polemica tra i distributori farmaceutici e il commissario Arcuri, che si è detto molto arrabbiato: «Pazienza, sapevano che le nostre erano stime e non numeri certi», si giustifica il presidente di Federfarma Servizi al Corriere della Sera

Rinnovato l’accordo tra il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri e le due società incaricate per la distribuzione alle farmacie. C’era stato qualche intoppo, culminato in una videoriunione, il 6 maggio, che ha visto il commissario Arcuri «molto arrabbiato», dicono fonti interne alla task force. Il risultato di queste incomprensioni è che le mascherine chirurgiche da 61 centesimi (50 più Iva) sono ancora introvabili.

Partita la fase 2 e con l’obbligo per milioni di italiani di indossare i dispositivi di protezione individuale nei luoghi pubblici, la carenza di mascherine resta uno dei problemi principali nella gestione dell’emergenza. Con il rischio di trovarsi impreparati per la seconda ondata di riaperture, prevista per il 18 maggio. A giugno, inoltre, il fabbisogno giornaliero di mascherine è stimato intorno ai 25 milioni: cifra distante dai 10 milioni che riescono a produrre le aziende italiane riconvertitesi.

Questione conformità

Per essere immesse nel circuito, le mascherine devono ottenere la certificazione dell’Istituto superiore di sanità e dell’Inail, ente chiamato a rispondere a un sovraccarico di domande: sono in molti a voler entrare nel business dei dispositivi di protezione, senza però possedere i requisiti necessari. Il marchio europeo di garanzia CE è imprescindibile per l’immissione nel mercato. L’Inail, delle 2.458 pratiche di conformità richieste ad oggi, ha ritenuto idonee solo il 4%, più l’1% dei prodotti che aveva già ottenuto il marchio CE.

La polemica tra i distributori e Arcuri

«Guardi, al momento i due distributori sono sotto osservazione – scrive il Corriere della Sera, citando una fonte interna alla commissione per l’emergenza Coronavirus -. Un nostro fornitore gli farà avere un po’ alla volta i primi 15 milioni di mascherine da dare alle farmacie e vediamo come si comportano. Se staranno nei tempi e nei modi dovuti andiamo avanti, altrimenti vedremo il da farsi». I due distributori del caso sono Federfarma Servizi e l’Associazione distributori farmaceutici, Adf.

Era compito loro far arrivare nelle farmacie le mascherine chirurgiche al prezzo calmiera di 50 centesimi più Iva. A parte gli stock di magazzino, le farmacie italiane dall’inizio della fase 2 non avrebbero ancora ricevuto nessun carico. In questo clima di incertezza si è arrivati alla video-riunione dello scorso mercoledì, «interrotta più volte dell’ira dello stesso commissario Arcuri», scrive sempre il quotidiano.

Il motivo delle mancate consegne

Si è scoperto, durante quell’incontro, che le mascherine non sarebbero state recapitate alle farmacie perché prive del marchio CE. La commissione per l’emergenza credeva di poter contare su una scorta di 12 milioni di dispositivi, in realtà ben 9 milioni sul totale non sono ancora vendibili perché privi di certificazioni. Per il momento, dunque, si tratta di forniture irregolari: spetterà all’Istituto superiore di sanità dire se lo sono solo formalmente o se si tratta di prodotti non idonei.

Le spiegazioni dei distributori

Antonello Mirone, presidente di Federfarma Servizi, non comprende l’atteggiamento stizzito di Arcuri e chiarisce che i pezzi per il momento invedibili «sono 6 milioni e mezzo» e non 9 milioni. «Forse abbiamo fatto un errore a dare quel dato mettendoci dentro tutte le mascherine che avevamo, ma era solo una stima approssimativa e questo loro lo sapevano». Ma come sono arrivate ai distributori queste mascherine senza le dovute certificazioni?

«Tramite i nostri soliti fornitori – spiega Mirone sempre al quotidiano milanese -. Anche noi abbiamo imparato nel tempo di quali soggetti fidarci, qualcuno era effettivamente improvvisato. E poi sulle carte c’è scritto mascherine chirurgiche “e assimilabili”: credevamo che parte delle nostre mascherine fosse fra le assimilabili, e invece non è stato così». Nonostante la diatriba, i due distributori hanno ribadito la buona volontà di risolvere «l’incomprensione».

Il nuovo accordo

«Un difetto di comunicazione, una incomprensione venuta dalla fretta e dal fatto che il mercato delle mascherine per noi è nuovo, non ci è molto noto, e qualche produzione e fornitura fraudolenta da parte cinese c’è stata», chiarisce invece Alessandro Morra, presidente di Adf. Così, i due distributori hanno stipulato un nuovo accordo con il commissario Arcuri.

Le indicazioni sono: distribuzione immediata di tre milioni di mascherine, altre due milioni consegnate a pochi giorni di distanza e, in breve tempo, il raggiungimento della cifra di 10 milioni a settimana, cifra imprescindibile per la gestione della fase 2. Almeno fino al 18 maggio. Il margine di guadagno sulle mascherine è il seguente: i distributori le comprano dai fornitori a 38 centesimi, le rivendono alle farmacie a 40 centesimi le quali, al dettaglio, praticano il prezzo dei 50 centesimi più il 22% di Iva, quindi 61 centesimi per il consumatore.

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