Coronavirus, dal podio dei decessi a “zero contagi”: perché il modello Veneto ha funzionato

Fare più tamponi possibili, trovare subito i pazienti asintomatici e impedire loro di diffondere il contagio. La strategia di una delle regioni più colpite dal Covid-19 raccontata attraverso i numeri

Il 21 maggio in Veneto è stata raggiunta quota zero nei contagi. La notizia arriva dal virologo Andrea Crisanti, che fin dall’inizio ha collaborato con la regione per gestire l’epidemia. Un numero, quello zero, che Crisanti ha accompagnato con poche parole: «Questo è il risultato di un lavoro che ha visto in prima linea la Regione, l’Università di Padova e l’Azienda Ospedale di Padova. E va a tutte le persone che hanno lavorato giorno e notte per aggiungere questo risultato, e alla fine l’intuizione di cercare gli asintomatici ha pagato. Il “Modello Veneto” funziona».


Certo, anche altre regioni nelle ultime settimane hanno raggiunto quota zero nei contagi. Ma si tratta di territori in cui il Coronavirus ha colpito con meno violenza. Il Veneto invece è la regione in cui è stato registrata la prima morte di un cittadino italiano: Adriano Trevisan, 78 anni. Il decesso risale al 21 febbraio, esattamente tre mesi fa. Cosa ha reso possibile quindi questo “Modello Veneto”?

Il caso unico di Vo’ Euganeo

Fin dal primo momento la strategia del Veneto ha puntato soprattutto su un fattore: i test. I primi sono stati fatti su tutta la popolazione di Vo’ Euganeo, il paese da dove veniva Adriano Trevisan e dove si sono registrati i primi casi. Vo’ Euganeo è diventato subito zona rossa e sono stati fatti test a tappeto su quasi tutta la popolazione. Gli stessi test sono stati poi ripetuti a tre settimane di distanza, fornendo così dati che poi sarebbero diventanti fondamentali per capire lo sviluppo dell’epidemia.

Da questo studio infatti è emerso che il 43% dei positivi al Covid-19 era asintomatico, eppure ugualmente contagioso. Un dato che ha chiarito meglio le proporzioni dell’epidemia rendendo chiaro che la strategia migliore per affrontarla era fare il maggior numero di tamponi possibili così da isolare subito chi aveva contratto il virus senza mostrare alcun sintomo.

Nel grafico si vede come la curva dei casi totali abbia smesso di crescere. Nei dati della Protezione Civile si parla di 8 nuovi contagi registrati per il 21 maggio ma sono numeri che fanno riferimento alla sera del 20 maggio

Il numero di tamponi effettuati

Dagli ultimi dati pubblicati dalla Protezione Civile, il Veneto risulta la seconda regione in Italia per numero di tamponi effettuati: 548.573. Questo numero è poco più basso di quelli registrati in Lombardia che si è fermata a 622.565. Con una differenza però: la Lombardia ha 10,06 milioni di abitanti, il Veneto 4,9 milioni.

In Veneto quindi è stato fatto il tampone per il Coronavirus all’11,19% della popolazione. In Lombardia solo al 6.18% della popolazione. Questo, in proporzione, ha permesso al Veneto di avere il doppio dei dati su cui lavorare e isolare subito anche gli asintomatici.

Questo grafico invece dimostra il numero di tamponi effettuati sia stato sempre costante

I reagenti ordinati prima che il Coronavirus arrivasse in Italia

La strategia dei tamponi è stata possibile a una scommessa fatta dal laboratorio di microbiologia di Padova, guidato proprio da Crisanti. Ben prima che il virus arrivasse in Italia, questo laboratorio ha ordinato i materiali per poter fare i tamponi: 500 mila test per il Coronavirus chiesti già il 20 gennaio.

Successivamente si è reso necessario un lavoro frenetico per processare tutti i campioni in tempo, come spiega lo stesso Crisanti a il Post: «All’inizio abbiamo usato le macchine in laboratorio, che bastavano per 200-300 test al giorno. Poi vista la richiesta abbiamo aumentato, all’inizio con i turni per coprire 24 ore, poi aprendo un’altra linea arrivando a una media l’altra settimana di 2.500 tamponi al giorno».

Qui l’andamento dei nuovi casi positivi registrati di giorno in giorno

Foto di copertina: Ansa/Nicola Fossella | Operatori sanitari fuori dall’ospedale di Padova il 22 febbraio, il giorno dopo la morte del primo pazienti in Veneto per Covid-19

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