La Maturità col Coronavirus, diario di un presidente di commissione: i prof alla battaglia del calendario per finire il prima possibile

Cronache di un docente incaricato di presiedere la giungla dell’esame ai tempi della pandemia

Se n’è parlato tanto. Da mesi. Questi mesi, di silenzio, di vuoto, di solitudine, di didattica a distanza (soprattutto dei docenti che spesso e molto volentieri sono tornati ai paeselli, dalle famiglie, i piedi a bagno). Si è ipotizzato, immaginato, fantasticato,  affermato, smentito, corretto il tiro. Si farà. Non si farà. Si è discettato a lungo. Da casa. Via video. No, a scuola. Certamente, lo prevede il nostro ordinamento, la legge – sia mai che diamo una valutazione senza un esame, un pezzo di carta vidimato, bollato, ceralaccato. Ma in sicurezza. Di tutti. 


I docenti si ritrovano davanti ai cancelli e chiacchierano amabilmente sulle misure di sicurezza, le distanze sociali. Allegrie di naufragi. Mascherine improbabili, colorate, igienizzate, total black, modello star trek, le prof con le scarpe basse, niente tacchi, come se dovessero percorrere chilometri di aule, scorrazzare in giro per i corridoi, inseguire alunni. E invece si entra alla chetichella, dopo appiccicosi, lustrali risciacqui di mani, non più tese a stringere affetti, ma dietro la schiena, il contagio è in agguato. Se ti avvicini, si scansano, se devi far firmare un foglio, dovresti lanciarlo da distante, forse un aeroplanino, un origami volante, sarebbero il metodo migliore.

Poi le consolanti pratiche di rito: la consegna sontuosa e rassicurante delle fatidiche chiavi dell’aula, che richiederà, a fine giornata, un apposito verbale da pubblica amministrazione, due pagine fitte fitte, per dire che è stata aperta la porta e che, di certo, verrà richiusa. Pochi minuti di riunione tra i Presidenti, per accordarsi sulle modalità. Si vede subito chi ha studiato e chi no. Chi si è accontentato, sbocconcellando le istruzioni via video (asincrone) dell’Ufficio Scolastico Regionale, il Ministero in pectore, e non si è affacciato neanche alla soglia dell’ordinanza ministeriale, redatta con tanto sudore e sapienza. Si parte! 

Osservo i componenti della mia Commissione, mi presento, passo al tu, per accorciare le distanze – quelle umane non quelle sociali, ci  mancherebbe! – che mi permetteranno di entrare in empatia e tirare nella mia rete i docenti più  capaci, farmi aiutare e conquistare autorevolezza. È il passo più duro. Dodici membri interni (due classi) che si sentono uniti come un branco di leoni digrignanti, compatti a dita di pugno, senza membri esterni, senza controllori, senza confronti, nulla da dimostrare, solo valicare questa china. Mi studiano, mi aspettano, attendono golosi una piccola crepa, per sorriderne con benevolenza e prendere la palla. Non lo avranno. Qualche battuta, un po’ di autoironia, stemperano il gelo. 

E capisco che se li voglio fare miei, devo vincere la battaglia del calendario. È una questione di velocità , una gara di salto a ostacoli, il docente Tal dei tali è in commissione in 5B ma anche in 5A, un altro è su due scuole, un terzo ha dei problemi, deve dare un concorso a Napoli (ma proprio in questi giorni?). Un crocevia di date, un groppo di impegni, esigenze di studenti che per svariati motivi (sempre seri)  devono passare un giorno piuttosto che un altro. Si sa, la scuola è umana, è mater et magistra,  ma di questi tempi più mater, deve andare incontro a tutti.

Rapidamente scelgo le date migliori, una classe dopo l’altra, sabato incluso, per terminare alla fine della prossima settimana. Chiamo i Presidenti delle altre Commissioni, che accennano anche loro a esigenze specifiche, dovute, ma niente, espongo motivazioni di fondata importanza per arrivare all’obiettivo. Scavalco necessità, incastri e vinco! Sono arrivata prima! Cambiano i volti dei Commissari, si distendono, sospirano, si acquietano mansueti. Ora sono disponibili a qualunque gesto. Chi ti porta un caffè, chi si adopera per stilare i  verbali azzeccagarbuglieschi. Si continua con l’analisi della documentazione.

Ma perché non è mai completa? Si è mai visto che a una certificazione di qualità di un’azienda, i responsabili presentino documenti approssimativi? Ci può essere un errore, una piccola carenza sanabile, ma qui  mancano i pezzi: mail non pervenute, materiali non preparati, carte di identità non fotocopiate, i pdp (piani didattici personalizzati) non sempre allegati, manca una firma. Stop fermi tutti! L’insanabile sarà sanato, attraverso verbalizzazione, comunicazione, excusazione, e abbraccio finale, virtuale. 

Di scartoffia in scartoffia, di foglio in foglio, si valuta tutto, si analizzano i granelli della polvere che pesa sulle carte: le eccellenze, pochissime, la mediocrità, dilagante e i casi disperati, che nessuno vorrebbe puntualizzare. Allora cambia lo sguardo, la voce di chi li presenta si fa pietosa, amorevole, giustificante. Tanto si sa, quest’anno passano tutti. Si tratta solo di attribuire il giusto guiderdone e recuperare gli allievi che la DAD ha reso fantasmi.  Noi siamo chiamati a celebrare un tranquillizzante rito propiziatorio verso la normalità. Bussano alla porta. È il bidello. Vuole le chiavi!

Leggi anche: