Le 110 polmoniti sospette di dicembre ad Alzano. Pregliasco: «Anche nell’ospedale in cui lavoro la guardia era bassa» – L’intervista

Per il virologo dell’Università statale di Milano e direttore dell’ospedale Galeazzi, «le evidenze che il virus circolasse da dicembre sono parecchie, ma è troppo facile giudicare a posteriori. Sulla Lombardia si è abbattuto uno tsunami»

Un periodo buio, nero nell’ottica della conoscenza, ma anche dell’attenzione data al Coronavirus. In Italia, mentre da Wuhan iniziavano ad arrivare le prime notizie sul nuovo patogeno, nessuno ha pensato che quelle polmoniti anomale che si registravano negli ospedali nel mese di dicembre potessero essere riconducibili al Sars-CoV-2. Solo due mesi più tardi, a fine febbraio, i medici cominciarono a dare un nome a quel quadro clinico già visto nei reparti italiani: Covid-19.

Ad Alzano Lombardo, uno dei luoghi più martoriati dalla pandemia, all’ospedale Pesenti-Fenaroli doveva esserci il sentore che quelle polmoniti erano diverse rispetto alle complicanze, rare ma conosciute, di un’influenza stagionale. Alla fine dello scorso anno, infatti, in quella struttura erano state ricoverate già 40 persone colpite da un virus non riconosciuto. I referti forniti dall’Ats alla procura di Bergamo rivelano che, tra novembre 2019 e gennaio 2020, ad Alzano erano state diagnosticate 110 polmoniti sospette: codice 486, «Polmonite, agente non specificato», si legge nei documenti.

Per le circolari ministeriali, tuttavia, non si trattava di casi da sottoporre a tampone. La pm Rota ha acquisito le linee guida diffuse in Italia dal ministero della Salute. Se nella versione del 22 gennaio si raccomandava di ritenere sospetta «una persona che manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato senza tener conto del luogo di residenza o storia di viaggio», cinque giorni più tardi, il 27 gennaio, quel protocollo è stato cambiato, allentato.

Il paziente uno di Codogno, non a caso, è stato scoperto grazie all’eccesso di zelo di un’anestesista che non si è rassegnata all’idea che Mattia, uno sportivo in salute, potesse essere abbattuto da una normale polmonite. Se si fosse attenuta alle circolari ministeriali, quell’uomo non avrebbe ricevuto un tampone perché non aveva «una storia di viaggi nella città di Wuhan (e nella provincia di Hubei), Cina, nei 14 giorni precedenti l’insorgenza della sintomatologia». Una modifica al protocollo che potrebbe aver contribuito alle diagnosi tardive e alla diffusione del Coronavirus.

«È facile, a posteriori, disquisire su cose che si sono costruite durante l’emergenza – afferma il virologo Fabrizio Pregliasco riguardo al cambio di protocollo, vincolato ai viaggi dallo Hubei -. Le ipotesi all’epoca più accreditate facevano pensare che il virus potesse arrivare dall’epicentro cinese: credo che il ministero abbia emesso una nuova circolare dopo cinque giorni per concentrare lo sforzo epidemiologico e laboratoristico. Probabilmente c’era l’esigenza di convogliare le energie su bacino più piccoli di possibili casi di infezione».

Pregliasco, è plausibile che il virus in Italia circolasse, e parecchio, già dagli ultimi mesi del 2019?

«Assolutamente sì. In Lombardia c’erano 20 mila persone che, ogni settimana, arrivavano da Wuhan su voli diretti. Senza considerare il resto delle triangolazioni aeree che portavano persone dalla Cina in Italia. La commistione tra persone infette e residenti lombardi è possibile ci sia stata almeno da dicembre».

Ci sono altre evidenze?

«Sono parecchi gli studi fatti e altre ricerche in via di sviluppo. Sappiamo per certo che già nel 2019 a Torino e a Milano sono state trovate tracce di Rna virale nei liquami. Tracce individuate, sempre a dicembre, anche nel siero di alcuni donatori del Policlinico di Milano».

Potrebbero essere centinaia le polmoniti anomale riscontrate negli ospedali italiani.

«Si tratta di casi non sempre facili da verificare dopo mesi. L’indagine retrospettiva può essere fatta se queste persone sono state ospedalizzate. Bisogna andare a recuperare i referti e vedere se si trattava di polmoniti virali interstiziali specifiche. Le polmoniti influenzali di tipo virale sono rarissime, quindi in quel caso…».

Quindi poteva e doveva sorgere già da dicembre il dubbio che si potesse trattare di Coronavirus?

«Io credo che sia stato fatto il possibile. Non mi piacciono questi ragionamenti, “con il senno di poi”, quando si tratta di una materia così difficile, un virus che ancora oggi non conosciamo pienamente. C’erano degli elementi di anticipazione di quell’iceberg che si è rivelata l’epidemia in Italia. Ricordo che, in Lombardia, venivano portati in ospedale solo i pazienti più gravi e gli altri restavano a casa: bisogna rendersi conto di che tsunami è stato prima di giudicare».

Quali errori non si ripeteranno più?

«Ripeto, è facile a posteriori. Anche nell’ospedale in cui lavoro la guardia era bassa, lo ammetto. Le pandemie e le emergenze precedenti, come l’H1N1 del 2009, l’ebola, si sono manifestate in una forma meno distruttiva per il sistema sanitario. Sì, non eravamo preparati con i dispositivi di protezione individuale, ma ogni epidemia dilaga con meccanismi diversi e non saremo mai preparati fino in fondo. Forse, dopo il Covid, gli ospedali immagazzineranno più scorte di dpi. Per il resto, la natura ci metterà sempre davanti a qualcosa che non conosciamo».

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