Il Recovery Fund «può finanziare un reddito di base» che aiuti donne, giovani e working poors – L’intervista

Secondo Andrea Fumagalli – economista dell’Università di Pavia e vicepresidente del Basic Income Network Italia – il nostro sistema di ammortizzatori sociali «è il caos» e non riesce a risolvere il problema della povertà

Un piano di riforme vero e proprio non esiste ancora, ma non è difficile capire cosa l’Unione europea si aspetti dall’Italia. Anche prima dell’accordo sul Recovery Fund, raggiunto nella notte tra il 20 e il 21 luglio, la Commissione europea aveva inviato al nostro Paese una serie di raccomandazioni sulla via da intraprendere per uscire dalla crisi del Coronavirus – e soprattutto dalle conseguenze del lockdown.


Tra le note più interessanti – e più corpose – ci sono le indicazioni sul mondo del lavoro e su come riformulare gli ammortizzatori sociali affinché le fasce più deboli possano essere realmente aiutate. Una delle indicazioni che vengono presentate (nel punto 17 del documento del 20 maggio) è «il reddito sostitutivo».

Si tratta di uno strumento che dovrebbe rappresentare l’ammortizzatore con la maiuscola e che andrebbe dato, secondo l’Ue, «indipendentemente dallo status occupazionale dei lavoratori, e in particolare a coloro che si trovano di fronte a carenze nell’accesso alla protezione sociale».

«Per il futuro – scrive la Commissione – al fine di promuovere una ripresa sostenibile e inclusiva, è fondamentale l’integrazione nel mercato del lavoro delle donne e dei giovani inattivi». E, da questo punto di vista, la Commissione vedrebbe bene il «rafforzamento del sostegno al reddito e del reddito sostitutivo è particolarmente pertinente per i lavoratori atipici e per le persone in situazioni di vulnerabilità».

Quel che abbiamo

Certo, in Italia esistono già il Reddito di Cittadinanza e il Reddito d’emergenza. Ma si tratta da una parte di riforme a carattere temporaneo – come da nome, d’emergenza. Secondo i dati, si parla di un reddito – molto povero, 513 euro di media – spettato solo a 1,1 milioni di famiglie, a fronte di una stima di oltre 5 milioni di persone in serie difficoltà.

Il discorso per nucleo e non per individualità, inoltre, esclude quelle famiglie nelle quali risulta esserci un componente che già riceve un sussidio – a prescindere dal ruolo che questa persona ha nel nucleo familiare.

Quel che dovremmo avere

Ma di cosa parliamo quando parliamo di reddito sostitutivo? È possibile che con i fondi riservati all’Italia dal Recovery Fund (il 28% del totale, 209 miliardi di cui 81,4 a fondo perduto e 127 in prestiti) si possa tentare di percorrere quella strada abbozzata inizialmente con il REI del governo Gentiloni e poi con il Reddito di Cittadinanza del Movimento 5 Stelle?

«Oggi il tema del reddito di base si impone come una prova di coraggio fondamentale», spiega Andrea Fumagalli, economista dell’Università di Pavia e vicepresidente del Basic Income Network Italia (BIN). «Si tratta di una possibilità di rilancio vero e proprio che aiuterebbe l’inclusione sociale e l’inserimento nel mondo del lavoro delle categorie attualmente e storicamente più deboli».

Professor Fumagalli, sarebbe possibile usare i soldi del Recovery Fund per finanziare un reddito di base?

«Stando agli accordi raggiunti al Consiglio europeo e alla cifra che è stata riservata all’Italia, direi che i fondi sono più che sufficienti. Sicuramente la questione del reddito è diventata centrale per pensare a come affrontare l’emergenza socio-economica. Tra gli effetti del parziale lockdown che abbiamo avuto in Italia – dico parziale perché molte imprese non si sono mai fermate – c’è stata una carenza nel reddito dei cittadini che li ha portati spesso a rischiare la povertà».

Di cosa si tratterebbe esattamente?

«Si tratterebbe di un ammortizzatore sociale destinato, ora come ora, a chi non è in cassa integrazione. Cioè, invece del pacchetto di sussidi frammentato per categorie di lavoratori, ci sarebbe un reddito più universale e generalizzato che prescinde dall’impiego e dal contratto. 600 o 700 euro che coprirebbero tutti incondizionatamente e per tutta la durata dell’emergenza. Subordinati, parasubordinati, professionisti sotto una certa soglia, inoccupati, partite Iva. Insomma, un Reddito di Cittadinanza allargato e più efficace».

Quali sarebbero le categorie che ne gioverebbero?

«Su tutti i giovani, le donne e i precari. Come confermano i dati, sono loro i soggetti maggiormente a rischio in questa fase storica. L’Istat stesso ha parlato delle donne come le più penalizzate, nonostante un aumento occupazionale degli ultimi anni – dato spiegabile dal fatto che l’occupazione femminile è su tutte la più precaria e oggi l’occupazione passa esattamente da quel canale di contratti a scadenza. Oggi i precari tendono a diventare i disoccupati e la maggioranza di loro sono donne e giovani. A loro bisogna destinare un occhio di riguardo, e, visto che non c’è nessun provvedimento ad hoc, quello del reddito di base inclusivo sarebbe un’ottima strategia.

Si è molto parlato anche di un reddito di cura (ieri, 22 luglio, le caregiver hanno protestato sotto Montecitorio, ndr). Ma anche qui stiamo attenti: a dividere tutto per categorie – reddito di artisti, di cura, di emergenza – rischia di farci finire in un cul-de-sac. Tanto che le stesse caregiver erano state rimaste fuori dal Cura Italia e poi sono state reinserite in corsa con il decreto Rilancio. Sarebbe più efficiente intervenire in maniera universale, senza rischiare di lasciare indietro nessuno».

Cosa c’è che non funziona nel nostro sistema di welfare?

«Il nostro sistema è il caos. Abbiamo una serie di Cig, abbiamo la Naspi, la vecchia Aspi, il Reddito di emergenza, il Reddito di cittadinanza, i 600 euro per le partite iva e alcuni autonomi, eccetera eccetera. Come detto, ragionare per categorie rallenta ulteriormente tutto il sistema burocratico e c’è la possibilità (certezza, vista l’esperienza) di dimenticarci di gran pare delle persone in difficoltà economica.

La Naspi, inoltre, che è intrinsecamente legata al contratto, non risolve il problema di chi non ha visto rinnovarsi i rapporti a tempo determinato. In più, tutto il lavoro sommerso non è considerato, al di fuori della sanatoria temporanea approvata nel decreto Rilancio. Infine, tutte le figure nuove rischiano di rimanere escluse dai sussidi se non si sa come inquadrarle.

Il Reddito di Cittadinanza era una buona base di discussione, ma è risultato alla fine insoddisfacente dal punto di vista dei vincoli di accesso (un reddito limite decisamente troppo basso), delle condizionalità e dei finanziamenti (troppo poveri). Noi come BIN avevamo lanciato una petizione a Giuseppe Conte per far partire un progetto di reddito di base che creasse un welfare definitivo. Perché anche la cassa integrazione è temporanea ed è solo un altro tassello provvisorio e incompleto del puzzle».

Ci sono dei Paesi che già utilizzano queste forme di reddito di base? E che risultati hanno portato?

«Una vera forma di sussidio al reddito indipendente da tutte le condizionalità non esiste ancora da nessuna parte. Esiste, però, uno spettro di esempi che vi si avvicinano: in Francia abbiamo l’Rsa (Revenu de Solidarité Active) di 400 euro su base professionale, che si unisce a un solido salario minimo. Abbiamo la Renta basica in Spagna, un modello molto più universalizzato di quello francese. Poi ci sono gli esempi in Alaska, nell’Ontario, in California. Anche nel Sud Corea.

E poi c’è stato un interessante esperimento in Finlandia, in cui la sperimentazione del Reddito di base incondizionato (quindi non legato al reddito percepito e all’accettazione di offerte di lavoro) che è durato due anni, tutto il 2017 e tutto il 2018. Si sono scelti due campioni casuali di persone: a uno è stato dato un reddito con condizioni e all’altro quello incondizionato. Ne è venuto fuori che, a livello di esiti, era migliore quello universale: meno stress per chi lo riceve e uguale soglia di occupazione raggiunta».

Foto copertina: Gabe Pierce su Unsplash

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