L’indagine sui camici partita dopo la segnalazione sul bonifico fallito di Fontana al cognato. Il governatore: «Nulla da nascondere»

Il presidente della Regione Lombardia aveva tentato di versare a suo cognato 250 mila euro, ma il bonifico è stato segnalato per le norme antiriclaggio

Alla vicenda dei camici che vede ora indagato il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, per «frode in pubbliche forniture» si aggiunge il caso di un bonifico sospetto da un conto in Svizzera dello stesso governatore diretto a suo cognato Andrea Dini, anche lui indagato dalla procura di Milano, ma bloccato e segnalato a Banca d’Italia. Come riporta Luigi Ferrarella sul Corriere, il tentato versamento da 250 mila euro risale al 19 maggio scorso, cinque giorni dopo l’intervista di Fontana a Report a cui provò a dare una spiegazione sulla fornitura alla Regione Lombardia da oltre mezzo milione di euro per 75 mila camici e 7mila set sanitari partita dalla Dama spa del cognato e per il 10% di sua moglie Roberta Dini.

«Nelle dichiarazioni richieste dalle norme sulla trasparenza sono riportati nel dettaglio i miei patrimoni, non vi è nulla di nascosto e non vi è nulla su cui basare falsi scoop mediatici», risponde in serata su Facebook il governatore. «Adesso qualche ora di riposo, da domani si riprende come sempre il lavoro alla guida della Regione più bella del mondo».

Nel frattempo è di oggi la notizia che c’è un altro indagato, un quarto, nell’inchiesta: si tratta di un funzionario di Aria, la centrale di acquisti regionale. L’accusa è la stessa per cui è stato iscritto nel registro degli indagati, come atto dovuto, il governatore Attilio Fontana, ovvero frode in pubbliche forniture. Analogo reato, in concorso tra loro, viene contestato al cognato di Fontana, Andrea Dini, e a Filippo Bongiovanni, dg dimissionario di Aria Spa. Questi ultimi due sono accusati anche di turbata libertà nella scelta del contraente.

L’inizio dell’indagine

Sarebbe stato proprio il bonifico non riuscito di Fontana a far partire l’indagine della procura di Milano sulla fornitura sospetta dei camici alla Regione. Lo ha spiegato il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, che coordina le indagini assieme ai pm Furno, Scalas e Filippini. Il fascicolo è stato aperto sulla base di una «segnalazione di operazioni sospette» fatta dalla Unione Fiduciaria che ha bloccato il bonifico di 250 mila euro. Nella causale del bonifico c’era un chiaro riferimento ai camici.

Il bonifico di Fontana doveva partire da un suo conto in Svizzera, dove nel 2015 aveva portato con uno «scudo fiscale» circa 5,3 milioni di euro ereditati dopo la morte della madre che erano prima detenuti alle Bahamas da due trust. La somma di 250 mila euro che Fontana avrebbe voluto versare al cognato equivale a buona parte del mancato profitto che la Dama spa avrebbe registrato con la donazione dei 75 mila camici, compresi i 49 mila già consegnati.

Lo stop al bonifico

La società Unione fiduciaria, incaricata da Fondana del bonifico dal conto svizzero, blocca però il 19 maggio il trasferimento di denaro, che per le regole sull’antiriclaggio non avrebbe avuto coerenza con la causale e per di più effettuato da un soggetto «sensibile» come è classificato un correntista come Fontana che ha un incarico politico. Il bonifico viene segnalato all’Unità di informazione finanziaria di Banca d’Italia, che lo gira alla Guardia di Finanza e alla procura di Milano.

Il tentativo di risarcimento

Il tentato bonifico di Fontana avrebbe potuto anche rispondere alla logica che, pur di rimediare alla vendita dei camici alla Regione da parte della società di suo cognato, operazione sospetta di conflitto di interessi, avrebbe deciso di rimetterci di tasca propria. Eppure ancora il 7 giugno, Fontana diceva di non sapere nulla della procedura d’acquisto dei camici e di non essere mai intervenuto in alcun modo.

Quello di Fontana, spiega l’avvocato del presidente della Regione, Jacopo Pensa, è stato un «gesto risarcitorio». Il legale ha spiegato all’Ansa che la decisione di fare il bonifico a suo cognato è stata presa: «Quando è venuto a sapere della fornitura, per evitare equivoci gli ha detto di trasformarla in donazione e lo scrupolo di aver danneggiato suo cognato lo ha indotto in coscienza a fare un gesto risarcitorio».

Quel gesto però «è rimasto lettera morta», dice ancora l’avvocato che non trova spiegazioni su «dove sia il reato, ma i pm sanno quello che devono fare ed evidentemente sono state fatte indagini che hanno implicato l’iscrizione a garanzia dell’indagato».

Il tentativo di rivendere i camici

Pochi giorni dopo, l’11 giugno, Andea Dini avrebbe tentato di rivendere una parte della fornitura di camici alla casa di cura di Varese “Le Terrazze”, facendoli pagare 9 euro anziché 6 per rifarsi, invano, del mancato guadagno dall’operazione con la Regione. Si trattava dei restanti 25 mila camici, promessi alla Regione in piena emergenza sanitaria il 16 aprile, ma mai forniti né mai pretesi dalla stessa Regione. Per questo sia Dini che il responsabile della centrale di acquisti lombarda, l’ex finanziere Filippo Bongiovanni, oltre a essere indagati per «turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente», lo sono anche, in concorso con il presidente della Regione, per «frode in pubbliche forniture».

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