La circolare sui «lavoratori fragili»: non basta l’età per restare a casa. E metà dei prof sarà in classe senza poter fare il test

Un rischio più elevato dell’esposizione al Sars-Cov-2 non è dato solo dall’età: per essere considerati lavoratori a rischio bisogna avere delle patologie pregresse

In una nuova circolare del ministero della Salute, insieme al dicastero del Lavoro e delle Politiche sociali è arrivato l’ultimo chiarimento sui cosiddetti «lavoratori fragili». Con l’inizio ormai imminente della scuola, i fari sono puntati su quei docenti e personale Ata più esposto a rischi, che senza indicazioni chiare da parte del governo potrebbero lasciare vacanti diversi posti fondamentali per la ripartenza dopo lo stop da Coronavirus.

Al 5 settembre, si consolida la tesi che ad essere a rischio siano solo i casi patologici, e che la non idoneità debba essere stabilità solo nei casi più gravi. Restano comunque aperte due situazioni critiche: la prima è legata all’esclusione in toto dalla didattica dei non idonei (non è prevista una didattica online in questi casi, perché il docente sarebbe in malattia) e la seconda alla gestione dei casi “meno gravi” ma comunque a rischio.

Il criterio di fragilità

Sulla scia delle indicazioni del Comitato tecnico scientifico, il testo specifica che il solo criterio dell’età non è sufficiente per definire una persona “lavoratore fragile”. «La maggiore fragilità nelle fasce di età più elevate – si legge – della popolazione va intesa congiuntamente alla presenta di comorbilità (ovvero alla coesistenza di più patologie, ndR) che possono integrare una condizione di maggiore rischio». Il criterio di fragilità, scrivono, «va individuato in quelle condizioni dello stato di salute del lavoratore rispetto alle patologie preesistenti che potrebbero determinare, in caso di infezione, un esito più grave o infausto».

A supporto della tesi, i ministeri citano dei dati che dimostrerebbero come il rischio più alto nel contagio da Sars-Cov non dipende semplicemente dall’età anagrafica, ma dalla prevalenza maggiore di patologie in quelle fasce di età. «Il 96,1% dei soggetti deceduti – si legge – presenta una o più comorbilità e precisamente il 13,9% presentava una patologia, il 20,4% due patologie, il 61,8% ne presentava tre o più». Tra le patologie più frequenti tra le vittime c’erano le malattie cronico degenerative a carico degli apparati cardiovascolare, respiratorio, renane e da malattie dismetaboliche.

Ma anche patologie a carico del sistema immunitario e oncologiche, che non necessariamente sono collegabili all’aumentare dell’età (molti gli esempi di docenti che hanno parlato in questo senso nelle scorse settimane). «Non è dunque rilevabile – si legge ancora in un altro passaggio – alcun automatismo tra le caratteristiche anagrafiche e di salute del lavoratore e la eventuale condizione di fragilità».

Sorveglianza sanitaria

Nella circolare viene anche specificato che i lavoratori devono poter chiedere al datore l’attivazione di misure di sorveglianza sanitaria – svolte preferibilmente dalla figura del medico competente – anche periodiche. «Le eventuali richieste di visita – scrivono nel documento – dovranno essere corredate dalla documentazione medica relativa alla patologia diagnosticata». Raccomandano però alle autorità di riservare «il giudizio di non idoneità temporanea solo ai casi che non consento soluzioni alternative».

Il nodo dei test sierologici

Man mano che avanza la discussione sui docenti e il personale più a rischio, diventa sempre più evidente la necessità di un tracciamento pregresso (ma anche ciclico) dei lavoratori e degli studenti che frequenteranno le scuole. Ma i dati non sono incoraggianti: l’ultimo giorno utile per fare il test sierologico (non obbligatorio) è lunedì 7 settembre, e attualmente si stima che un insegnante su tre tornerà in classe senza averlo fatto.

E non solo per “colpa” di chi ha deciso di non farlo (percentuale che man mano è andata riducendosi dal 30% al 10% circa) ma anche a causa delle tempistiche. Come sottolinea al Messaggero Maddalena Gissi della Cisl, a causa di un meccanismo lento, si stima che «la percentuale di chi è riuscito ad avere un appuntamento in tempo è pari al 50%, in alcune aree forse il 60%».

Per ora, gli ultimi dati su chi invece è riuscito a farlo portano riflettere sull’importanza del tracciamento – anche e soprattutto allo scopo di proteggere le categorie più “fragili” a livello di salute. Solo in Lombardia, su 59.953 docenti e operatori scolastici che si sono sottoposti ai sierologici, 2.723 sono risultati positivi (il 4,7%). Su un corpo totale di 206.687 lavoratori della scuola, solo 98.470 si è registrato e sottoposto ai test.

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