Il virologo Perno del Bambin Gesù: «Troppa fiducia nei test rapidi: i falsi negativi sono ancora parecchi» – L’intervista

ll primario della Medicina di Laboratorio dell’ospedale Niguarda e professore ordinario di Virologia della Statale di Milano parla ad Open: «Il vaccino, quando ci sarà, deve essere sicuro ed efficace, in alternativa andremmo incontro ad una sconfitta drammatica per tutti»

«Siamo in un momento delicato dove la chiarezza è fondamentale», è per questo che il prof. Carlo Federico Perno, virologo direttore di Microbiologia dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù e professore ordinario di Virologia e Microbiologia alla Statale di Milano, decide di parlare ad Open. Scuole che riaprono, focolai di Coronavirus che crescono, vaccini candidati a risolvere una condizione ancora troppo preoccupante in molte parti del mondo.

Prof. Perno, siamo al 5 settembre, le scuole stanno per riaprire, c’è preoccupazione. Stiamo riaprendo a nuovi focolai quasi certi?

«Direi di no. Un paese che si rispetti non può rinunciare alla scuola e sicuramente la riapertura è da considerasi una scommessa. Sapendo il virus è ancora tra noi, che la trasmissione è quasi interamente per via respiratoria, che ci sono numerosi focolai, non possiamo tirarci indietro.

Ma più che sulle mascherine, sui test o sul distanziamento, la domanda sostanziale da porsi è se la scuola sia effettivamente un punto sociale a rischio più di altri per la trasmissione del virus, perché è da qui che partono tutte le azioni che andremo a fare.

E cosa possiamo risponderci?

«Ancora una volta, no. I dati che stiamo raccogliendo, che costruiamo necessariamente in itinere, così come la letteratura scientifica e la comunità internazionale, vanno nella direzione di una riduzione del rischio trasmissione dai bambini agli adulti e anche tra i bambini.

Gli studi mostrano certamente una carica virale sostanziale nei più piccoli ma non solo ci parlano di un’evoluzione della malattia molto contenuta, ma ci dicono anche che non ci sono evidenze di trasmissione significativa da bambini ad adulti né da bambino a bambino.

Il rischio è contenuto ma ovviamente non è zero. È necessario mettere in atto le dovute precauzioni tenendo presente, anche in merito a quello che si sta dicendo negli ultimi giorni, che la scuola non è un luogo più pericoloso di altri, anzi persino qualche grado in meno.

Penso ai supermercati, ai bar, ai treni, a tutti quei punti di aggregazione dove si incontrano giornalmente centinaia di persone».

Il discorso dei bambini vale anche per i ragazzi più grandi?

«Perseguendo gli stessi risultati, sugli adolescenti è necessario fare un discorso differente. Vediamo che l’età media della nuova infezione in Italia sta intorno ai 29 anni.

Questo ci dice che gli adolescenti si infettano, si ammalano, in alcuni casi purtroppo ne muoiono, anche se in percentuale minore degli adulti. Dobbiamo monitorarli con attenzione. Sono stato d’accordo con la decisione del Cts di indicare la riapertura delle scuole elementari anche senza mascherina, pur rimanendo un vantaggio sarebbe stata difficile da gestire nei bambini piccoli. Per gli adolescenti invece può essere sicuramente uno strumento prezioso, si tratta di una categoria che oggettivamente ha raggiunto un’evidenza importante di trasmissione».

C’è molta confusione sulla questione test. Alcuni docenti sono scettici, altri si rifiutano, altri denunciano medici di famiglia. Il ministro Speranza ha parlato di test rapidi per tutti a anche per la scuola, saranno davvero la strategia essenziale per l’autunno?

«In questo momento la scienza è condannata a imparare lavorando e facendo riaprire le attività. È per questo che bisogna mettersi in testa che tutti siamo possibili testimoni utili per poter conoscere meglio la strada da percorrere.

Sui test rapidi direi di stare attenti a riporre troppa fiducia, almeno per il momento. Definire la strategia che si è adottata per porti e aeroporti in questo giorni come metodo funzionante mi sembra un azzardo. Ci sta aiutando sicuramente a riconoscere un numero non irrilevante di persone infettate, ma dire che sarà metodo essenziale per i mesi autunnali non rispecchia la realtà.

Un metodo è essenziale se è risolutivo, come il caso del futuro vaccino. Se da risposte vere e rapide. I test di cui stiamo parlando sicuramente danno risposte rapide ma sappiamo con certezza assoluta che la loro sensibilità è contenuta. In concreto questo significa che può succedere che persone infettate con bassa carica virale non vengano riconosciuti dal test stesso. Questa è cosa già acclarata, un’evidenza scientifica e non un’ipotesi.

Il punto quindi non è se usarli o non usarli, ma come usarli. Rappresentano sicuramente uno strumento utile per lo screening rapido di una grande massa di persone, sempre che venga chiarito che l’esito negativo di un test rapido non è una patente di negatività. Ecco la ragione per cui non è pensabile utilizzare i test rapidi nei pronti soccorso per esempio.

Troppi falsi negativi?

Troppi. Ci sono tassi di negatività troppo alti e mi assumo tutta la responsabilità di quello che sto dicendo. È questa la ragione per cui bisogna assolutamente scongiurare l’utilizzo dei test rapidi nei pronto soccorsi, come in qualche Regione è stato accennato di voler fare. A scuola possono aiutare ma, ripeto, bisogna stare attenti a comunicarne il grado di attendibilità.

Riguardo ai tamponi invece?

Mi risulta difficile pensare che per la riapertura della scuola in sicurezza i tamponi non siano centrali. Il rifiuto di fare il test da parte di alcuni docenti o per chiunque decida di fare un passo indietro, mi suona tanto come un volersi tirare fuori da tutta questa storia, e credo che nessuno possa girare le spalle alla questione Covid. In una popolazione scolastica superiore a un milione di persone è impossibile fare tamponi a tutti, ma credo che alcune soluzioni, anche per esempio studi a campione, possano essere scelte favorevoli per aiutarci a capire come andare avanti.

Quello che voglio dire è che rinunciare a priori a fare tamponi anche a bambini e ragazzi potrebbe farci perdere elementi preziosi. Un esempio: se facendo i tamponi a due scuole scelte, scoprissimo a distanza di tempo che la popolazione scolastica non si infetta, non è infettata e non trasmette l’infezione, avremo un dato certamente importante.

Di contro, se partissimo da una situazione iniziale di rientro in cui i ragazzi presi in esame risultano non infetti e, dopo tre mesi, scoprissimo che la metà di loro risulta positiva, è innegabile considerare il dato uno strumento importante per capire come dirigere il nostro lavoro».

Pur tenendo presente che nei bambini la carica virale risulta essere meno forte.

«Qui ci sono tre questioni in una. Il problema della reinfezione: sappiamo che possono reinfettarsi. Coloro che non hanno sviluppato anticorpi neutralizzanti, e non tutti li sviluppano, possono reinfettarsi una seconda volta cosi come accade per l’epatice C o per l’influenza. Dunque la reinfezione è un dato di fatto.

L’altra questione è la durata dell’infezione: ci sono alcuni soggetti che rilasciano virus anche per varie settimane, se non addirittura mesi, dopo la scomparsa dei sintomi. Tuttavia non c’è nessuna evidenza che questi siano infettanti, anzi si può dire che rilasciano virus non infettante.

E poi si arriva alla questione durata quarantena per gli eventuali contagi a scuola. Queste persone e bambini sono pericolose a lungo termine? Probabilmente no. Le evidenze dimostrano che tali casi sono raramente infettanti».

Ha mantenuto il “probabilmente”.

«Sì, perché dobbiamo studiare di più. Non abbiamo una risposta definitiva. E a tal proposito mi permetta di dire che in questa fase temo molto gli scienziati dispensatori di verità. Coloro che a questo punto della fase epidemica pensano che tutto sia chiaro. In questo momento la scienza sta ancora imparando».

Tornando al discorso della scuola, ha ribadito come non sia un luogo più pericoloso degli altri, forse anche meno a rischio. Quale pensa siano allora gli attuali e futuri luoghi di focolaio di cui avere paura?

«I fatti ci dicono che in Italia si accendono focolai. E parlo non a caso di accensione perché è come fossero braci che rimangono attive sotto la cenere e che prendono temperatura periodicamente.

Nella gran parte derivano da luoghi di divertimento, da raduni, ma spesso anche dai posti di lavoro, a questi ultimi bisogna fare particolarmente attenzione».

Notizia delle ultime ore è un nuovo focolaio in un macello di Trento. Una settimana fa l’azienda Aia ha registrato più di 150 positivi. Si riferisce a questi pericoli?

«Esattamente. Il luogo del lavoro è un punto di rischio da non sottovalutare. È legittimo tenere alta la guardia sulla scuola ma forse è più che mai necessario ora tenere l’attenzione anche sui posti di lavoro. Tralasciando il controllo maniacale a priori che ci rende monotematici dobbiamo concentrandoci maggiormente sui luoghi effettivi dove la trasmissione ci sta facendo registrare sempre più casi. E gli ambienti di lavoro sono sicuramente una delle costanti per quanto concerne il discorso contagi.

Lì il rischio è dato dagli imprenditori, impiegati, operai a cui è richiesto un altissimo grado di responsabilità. Non ci sono spesso controlli dall’esterno quindi sta agli interni gestire il più possibile la situazione. Finora le centinaia di infettati registrati dai dati hanno parlato chiaro. Quando si registra un numero di casi così alto in uno stesso luogo, è evidente che qualcosa non ha funzionato.

L’Italia sta andando relativamente bene rispetto agli altri Paesi non perché il virus è meno forte ma perché abbiamo lavorato nel modo giusto, nonostante le difficoltà. Ma tutto si riaccende in poco tempo, le aziende e le fabbriche non possono permettersi una poca lungimiranza».

Sul tema vaccini si discute ancora e inevitabilmente, il presidente dell’Oms ha messo in allerta sul pericolo «nazionalismi». Dobbiamo prepararci a una guerra al vaccino?

«Qui è necessario distinguere la guerra del vaccino dalla guerra al vaccino».

Può spiegare meglio questo punto?

«La guerra del vaccino è quella tra Stati, una competizione tra aziende e istituzioni pubbliche e private su chi arriverà per primo a produrre un vaccino sicuro, efficace e disponibile per tutti. Questo sta portando verso strade più brevi e allo stesso tempo più pericolose. Paesi armati simbolicamente l’uno contro l’altro propongono formule candidate, ottenute con dubbie fasi di verifica e con preoccupanti scorciatoie. Quella della Russia per esempio, che ci dice di avere un buon vaccino ma che ancora non fornisce nessuna evidenza definitiva. O quella della Fda americana, che allarma tutta la comunità scientifica e fa pensare.

Quando il direttore di un organo dalla grande serietà come quello della Fda fa sapere che la produzione della formula potrebbe essere avviata anche senza la fase 3, quella decisiva per l’attestazione dell’efficacia e della sicurezza, allora tutto fa porre delle grosse domande.

E qui entra la guerra al vaccino. Se per una qualche ragione uno di questi vaccini fosse poco efficace o addirittura tossico, provi a pensare come i no vax alzerebbero nuovamente il tiro andando ad attaccare tutta la cultura vaccinale che abbiamo costruito negli anni con tanta fatica. Stiamo parlando di un impianto che ha salvaguardato l’intera umanità grazie alla distribuzione dei vaccini.

Basti pensare alla poliomelite, al vaiolo, al morbillo. Un’errore del genere rischia di far cadere tutto il lavoro fatto finora. È vero che abbiamo fretta ma non possiamo andare avanti a occhi semichiusi per ragioni prettamente politiche o economiche. Il rischio è un disastro che non coinvolgerebbe solo l’anti Covid ma tutte le vaccinazioni diffuse nel mondo».

Vaccino entro l’anno, la tempistica data dal ministro Speranza è realmente fattibile?

«Assolutamente no. Comprendo che la politica debba trasmettere la speranza di una soluzione al più presto, allo stesso tempo questa speranza deve essere commisurata ai fatti. Il vaccino, quando ci sarà, deve essere sicuro ed efficace, in alternativa andremmo incontro ad una sconfitta drammatica per tutti.

Non ci sono affatto i tempi tecnici per poter ritenere fattibili gli obiettivi dati dal ministro Speranza. Seguendo tutti i procedimenti codificati dalla letteratura scientifica e dagli enti regolatori internazionali non ci sono i tempi per completare le sperimentazioni, valutarne i risultati e avviarne la produzione per tutti. Questo al netto di sperimentazioni sconosciute ai più che al momento potrebbero trovarsi più avanti di altri che a breve potrebbero darci un responso sorprendente. Ci auguriamo che sia così, ma considerando quello che ad oggi sappiamo, non è fattibile avere un vaccino anti Covid entro la fine dell’anno».

Tornando alla guerra al vaccino. Potrà riguardare anche le forniture? A proposito di quei nazionalismi di cui si parlava prima, il vaccino anti Covid ci sarà davvero per tutti?

«Voglio essere ottimista e dico di sì. Ma la questione vera è quale vaccino. Il rischio è che non sia distribuito un vaccino allo stesso modo efficace e sicuro per tutti».

In che senso?

«I nazionalismi che rischiamo non riguardano tanto la distribuzione ma la tipologia di formula che potrà arrivare in alcune parti del mondo. Potrà essere quella sbagliata. Pensi se per i Paesi del terzo mondo venisse diffuso l’anti Covid ma si ritrovassero ad avere a che fare con un vaccino non testato a sufficienza».

Rischio di bipolarismo mondiale anche per il vaccino anti coronavirus?

«È un rischio reale. Almeno se non si remerà tutti nella stessa direzione. Riconosco effettivamente il pericolo che in alcuni posti del mondo possano arrivare certi tipi di vaccini non ugualmente efficaci a quello diffuso altrove. Per la volontà di qualcuno di ribadire il potere economico e politico su certe zone, proponendo o imponendo un vaccino non efficace.

L’esempio per tutti è il vaccino antipolio, distribuito a macchia di leopardo nel mondo con le due differenti formule. Che sia Salk o Sabin, i due grandi vaccini che hanno salvato l’umanità dalla poliomelite, si è scelto di distribuirli entrambe perché tutti e due efficaci. Nel caso di Covid-19 il rischio è proprio sulla garanzia di efficacia e sicurezza delle formule diffuse in tutto il mondo. Per ragioni nazionalistiche o politiche potrebbero essere fatte differenze. Speriamo questo non accada».

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