La corsa alla scuola e le certezze che non abbiamo

La scuola, dicono dal governo, è la priorità assoluta. Ma è davvero così o basterà qualche mese per dimenticarci di tutta l’attenzione dedicata all’istruzione?

Se T.S. Eliot fosse vissuto in questi giorni non avrebbe avuto dubbi: è settembre il più crudele dei mesi. Lo è almeno per la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, che si è data obiettivi ambiziosi e una data decisamente poco generosa per realizzarli. Dopo la chiusura causa Coronavirus, la scuola è prossima a riaprire. Dal governo lo vanno ripetendo da mesi: la scuola è troppo importante per rimandare ancora la ripartenza. Ma tra tutti i discorsi e le promesse politiche, tra i più diversi pronostici e le più azzardate scommesse, la verità è solo una: al primo settembre non sappiamo ancora nulla di cosa ci aspetterà una volta che gli studenti avranno varcato in massa le porte delle classi. Né di quali miglioramenti verranno fatti grazie agli storici – e irripetibili – fondi europei.


Mancano dunque due settimane all’inizio delle lezioni in presenza. Conosciamo le idee del Miur su come dovrebbe essere il rientro e conosciamo le obiezioni dei virologi. Sappiamo quali attese e quali rinunce ci aspettano, quali errori e quali successi ci lasciamo alle spalle. Sappiamo quanti soldi abbiamo stanziato nei decreti: 2,9 miliardi di euro dedicati unicamente alla spesa per le riaperture. E chissà quanti altri ne arriveranno poi con il Recovery Fund. Già: ma quanti?

La corsa affannata (ma, pare, irrimandabile) verso il 14 settembre ha costretto per forza di cose il Ministero a ridimensionare – dicono temporaneamente – quelli che sembravano dei punti fermi: distanziamento al 100%, banchi monoposto, tracciamento sanitario completo dei docenti, del personale e degli alunni. Ad agosto e già le prime deroghe e i primi compromessi con la perfezione erano stati fatti. Oggi c’è chi le definisce misure alla cieca, come il virologo Andrea Crisanti, provvedimenti che non abbiamo neanche avuto modo di testare su qualche progetto sperimentale. Un giudizio che, in effetti, non è dato a torto.

Nella lettera al personale scolastico inviata da Azzolina il 31 agosto, la ministra ha fatto riferimento a una serie di impegni futuri. Con i fondi del Recovery Fund, dice, risolveremo le classi pollaio, investiremo nel digitale, formeremo i docenti, lotteremo contro la povertà (Movimento 5 Stelle docet). «Per una scuola al passo coi tempi», ha scritto. Ma quali saranno in concreto le riforme, anche stavolta, nessuno ha avuto modo di saperlo. Né si sa quanti saranno i soldi destinati alla causa: il piano da 209 miliardi di aiuti non è stato ancora consegnato all’Ue, ma il sentore è che all’istruzione e alla ricerca resteranno come al solito le briciole.

È innegabile: occuparsi di scuola è un impegno faticoso. Non è certo solo colpa di Azzolina se da decenni si picchetta sulla colonna dell’istruzione e si spostano i mattoncini da altre parti. E non è solo colpa di Gaetano Manfredi, ministro dell’Università e della Ricerca, se non ci sono abbastanza borse di studio per garantire a tutti il diritto all’istruzione.

Ora che il rientro si intreccia con tutta una serie di attenzioni straordinarie alla salute, inoltre, sembra quasi che la scuola e l’università debbano farsi carico anche delle mancanze di un altro grande buco nel welfare, quello della Sanità. Azzolina e Manfredi (che pure tace ormai da tempo immemore) hanno responsabilità contingenti alle quali risponderanno a tempo debito. Ma solo alle loro, e non a quelle di altri.

Parallelamente, non è certo colpa del Coronavirus se siamo il Paese che in Europa investe meno di tutti nell’educazione e nella formazione. Azzolina ha detto una verità: tra tutti gli Stati europei, quello italiano è il governo che al momento sta investendo di più sul distanziamento e, in generale, sul ritorno a scuola. Ma di ogni medaglia va vista anche l’altra faccia: lo stanziamento emergenziale di questo periodo non è che la prova di come il nostro sistema scolastico e universitario abbia bisogno di provvedimenti urgenti per stare in piedi. L’occasione per raddrizzare il pilastro di una società c’è. Ma è il momento di dimostrare che lo ritengono davvero così importante come dicono.

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