Recovery Fund, quei progetti vecchi di anni piovuti sulle scrivanie dei ministri

È improbabile che tutti i progetti presentati siano nati negli ultimi sei mesi per rispondere a questa crisi epocale. Il rischio è quello di utilizzare l’opportunità europea come via preferenziale per aggirare la burocrazia

Si parla di 500, addirittura 600 progetti consegnati (ma da chi?) sulle scrivanie dei ministri che si stanno occupando del Recovery Fund. Ora, va bene che abbiamo tutti lavorato in smart working durante il lockdown per il Coronavirus, va bene che la creatività degli italiani è nota in tutto il mondo, ma davvero crediamo che tutti questi progetti siano nati negli ultimi sei mesi con il pensiero rivolto alle necessità strategiche del nostro Paese e della ricostruzione della società dopo l’epidemia e la crisi economica?

In questi mesi ci siamo resi conto, spesso sulla nostra pelle, che la casa in cui viviamo, la scuola dove mandiamo i nostri figli, gli uffici dove lavoriamo, i quartieri dei nostri anziani, le condizioni in cui operano i nostri medici di base e gli ospedali non sono adeguati alla qualità di vita che vogliamo avere noi e le nostre famiglie né alle necessità delle nostre industrie. Ma finora non abbiamo assistito a dibattiti seri sul futuro sostenibile e green del nostro Paese, né abbiamo letto di progetti organici in settori chiave che vanno dall’urbanistica alle infrastrutture, dalla formazione e ricerca alla ricostruzione del tessuto sociale.

È perciò improbabile che tutti o la maggioranza dei progetti presentati siano nati negli ultimi sei mesi per rispondere a questa crisi epocale. Sono pronta a scommettere che siano finiti sulle scrivanie dei ministri (e non nelle loro mani badate bene) progetti che sono in piedi da anni, alcuni addirittura pensati 10 anni fa. Progetti che hanno alle spalle una lunga storia di tempi morti dettati dalla burocrazia, impantanati e magari già parzialmente finanziati da quei fondi europei che sappiamo vengono “occupati” dall’Italia ma non spesi con rendicontazione.

Questi progetti sono in cerca da anni di una via preferenziale per superare l’impasse burocratica e decisionale che è la regola nel nostro Paese. Il Recovery Fund rischia di diventare quindi un’opportunità non per i soldi che porta ma per le corsie preferenziali di approvazione che garantisce. Salvo poi scoprire, di fronte alle verifiche dell’Unione europea, che un progetto vecchio di 10 anni ha costi di sviluppo e varianti molto diversi da quelli stimati ai tempi in cui fu concepito, che è superato in molte parti e quindi inattuabile se non con modifiche progettuali e tecniche che richiedono tempo.

L’Europa invece ci chiede progetti concreti, costi certi e modalità di attuazione chiare nelle responsabilità. Utilizzare la Commissione europea come via preferenziale per aggirare la nostra burocrazia, senza trovare una normativa interna e senza una revisione critica dei progetti superati, ci espone al gravissimo rischio di fermarci ai primi soldi di avvio e poi bloccarci perché i progetti non sono aggiornati e attuabili. Per non parlare del pericolo di proporre progetti obsoleti che non corrispondono a nessuna visione comune del futuro e che non hanno nessuna ricaduta in termini di richiamo di altri, ulteriori investimenti privati.

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