“Lockdown all’italiana”, Vanzina risponde alle critiche: «Non è un cinepanettone. Anche Chaplin scherzò sulla dittatura»

Il film, nelle sale dal 15 ottobre, ha esordito con una locandina fortemente discussa sui social. Il regista si difende: «Non scherzo sulla morte»

L’accusa principale è quella di scherzare sulle cose serie. Tratto tipico non solo dello black humor all’inglese ma anche di una certa commedia all’italiana che, nelle sale dei cinema, raccoglie e rimpasta in chiave sardonica, vizi e storture del cittadino medio. Stavolta però con Lockdown all’italiana, film nelle sale dal 15 ottobre, Enrico Vanzina sembra aver esagerato per molti osservatori. Un periodo troppo difficile e complesso, secondo tanti, per essere trasformato in set di gag comiche e ironia goliardica. Sulla reclusione causa Covid-19 quasi nessuno ha voglia di sorridere.


E così, dopo la pioggia di critiche che per giorni ha invaso i social, a rispondere su Corriere è il diretto interessato. A quasi un mese dall’uscita del film, Vanzina decide di fare chiarezza su una scelta così tanto discussa, avendo come primo bersaglio i profili fake, con cui se la prende subito. Secondo il regista starebbero portando avanti la polemica incitando a una critica sterile, che nasce «effettivamente ancor prima di avere visto il film nelle sale».

«Non è stato mai vietato ridere delle tragedie»

«Sparano sentenze», dice il regista, «si sta dando la grancassa a pochi signori codardi dietro profili falsi», continua, sottolineando come ad essere messo in discussione non è il suo film ma il diritto di esistere della commedia all’italiana stessa. Un genere che secondo il regista ha avuto da sempre la forza di raccontare il Paese anche sotto «la cappa della guerra e della fame», e che ricalca un’idea di cinema che riesce a raccontare a suo modo momenti di estrema difficoltà.

«Se fosse vietato ridere sulle tragedie non avremmo avuto Il grande dittatore di Chaplin o la Grande Guerra di Mario Monicelli», spiega Vanzina, che tiene anche a chiarire la natura del racconto che ha deciso di proporre al pubblico. Da quanto anticipato dal regista, al centro del racconto ci saranno le situazioni paradossali della convivenza forzata vissute dalla maggior parte degli italiani nel periodo di reclusione in casa. Raccontate secondo Vanzina, da un lato «in maniera buffa e spiritosa», dall’altro con un registro «rispettosissimo e malinconico».

«Locandina forse brutta, ma il film è un’altra cosa»

Niente cinepattone, assicura il regista, che però non è riuscito a sfuggire alle critiche anche per la locandina pubblicitaria del film, da molti giudicata di dubbio gusto. Greggio in mutande sul balcone, Martina Stella in sexy shorts, Memphis che annaffia le piante col sanificatore. Un quadretto che ha indignato e che ora Vanzina difende: «Si può dire che la locandina è brutta ma non che il film non si debba fare», spiega, aggiungendo che in fondo quelle che si vedono sono «la parodia di tante coppie durante il lockdown», protagoniste tra l’altro sui social «di molti meme ironici».

Vanzina non riesce dunque proprio a capire dove stia lo scandalo. «Sono due coppie che a inizio film scoprono un tradimento», prova ad anticipare, «ma si ritrovano a dover convivere per forza», continua, «sono cose successe per davvero». Lo scandalo però i molti critici l’hanno trovato nella leggerezza con cui si è scelto, almeno apparentemente, di far riferimento a un periodo della storia recente in cui molti italiani hanno dovuto seppellire i propri morti.

«Ne sono fiero visto il cinema sul lastrico»

Una ferita ancora troppo fresca per poterci ridere su, o forse non adatta a prescindere per una commedia, ma per Vanzina il racconto è tutt’altro. «Due anni fa ho avuto mio fratello Carlo morto nel giro di sei mesi, ho toccato la morte con mano», racconta, «ho scritto un libro sul senso della morte. Le pare che proprio io possa scherzare sulla morte?».

Così il regista prova a rispondere a tutti quelli che hanno anche scritto che se fosse stato di Bergamo e non di Roma tutta questa voglia di buttare in commedia il lockdown non ce l’avrebbe certo avuta. La questione geografica gli sembra «pura ideologia». Il vero aspetto che invita a considerare è invece l’essere riuscito «insieme a Medusa» a portare un prodotto italiano al cinema, nonostante il momento complicatissimo per tutta l’industria. «Un film piccolissimo, però verissimo», di cui ribadisce di essere fiero.

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