Il rapporto positivi/tamponi sale al 16,3%. Ora il governo corre verso il Dpcm coprifuoco. Chiuderanno anche i musei

Tra le varie misure, anche la chiusura dei centri commerciali nel weekend, lo stop alla mobilità interregionale e la didattica a distanza per tutti gli studenti, dalla terza media in poi

La firma del terzo Dpcm in circa venti giorni arriverà domani 2 novembre, dopo che il premier Giuseppe Conte avrà riferito al Parlamento sulle nuove restrizioni ormai urgenti dopo la serie di bollettini degli ultimi giorni dalla Protezione civile sull’andamento dei contagi di Coronavirus: l’ultimo rapporto positivi/tamponi segna la percentuale del 16,3%. L’agenda del governo, dunque, è serratissima: la mattina del lunedì ci sarà un altro incontro con le Regioni, alle 9. Poi il presidente del Consiglio farà un passaggio alla Camera alle 12 e al Senato alle 18. In Serata, Conte dovrebbe firmare il nuovo Dpcm.


Se non ci saranno grossi stravolgimenti, resteranno tre le principali misure restrittive che riguarderanno tutto il Paese: l’introduzione di un coprifuoco nazionale, la chiusura dei centri commerciali nel weekend e il divieto di spostamenti interregionali. Dopo la riunione di questa mattina con Comuni e Regioni, pare si sia raggiunto l’accordo più difficile con gli enti locali, ovvero quello riguardante le chiusure dei confini regionali.

La linea di palazzo Chigi resta quella di evitare con ogni tentativo possibile il ritorno del lockdown nazionale, come accaduto la scorsa primavera. La direzione anticipata già ieri è quella di individuare le zone rosse da isolare su base provinciale, come suggerito dagli esperti del Cts sulla base dei livelli di rischio. Ma chi dovrà decidere le chiusure? E sulla base di quale criterio?

Dopo il Dpcm del 24 ottobre, con il quale è stata decisa la chiusura per bar e ristoranti alle 18 e ribadita la facoltà per gli amministratori locali di interdire piazze e strade della movida per evitare assembramenti, stavolta si parla di chiudere intere città e aree metropolitane, le vecchie province. Le serrate avverranno sulla base di criteri di valutazione messi neri su bianco nel nuovo Dpcm.

Le novità del nuovo Dpcm

Con il provvedimento del 2 novembre dovrebbero essere predisposte le seguenti misure:

  • divieto di circolazione urbana o extraurbana dalle 18, anche se la discussione sull’ora di inizio del coprifuoco è ancora in corso. Una seconda ipotesi prevederebbe l’inizio del coprifuoco alle 21. Il divieto di circolazione durerà fino alle 5 del mattino e sono previste deroghe per comprovate necessità lavorative o di salute;
  • stop agli spostamenti tra regioni, se non per motivi di lavoro o necessità legate alle salute e il rientro al proprio domicilio;
  • chiusura dei centri commerciali nei weekend;
  • didattica a distanza dal 75% al 100% per tutti gli studenti delle scuole superiori e le università, possibile il coinvolgimento anche per le terze medie;
  • chiusura dei musei e dei luoghi della cultura.

Il metodo per le chiusure delle città

A indicare la via sarà il report settimanale dell’Iss che registra l’indice Rt per le singole regioni. Sono 11 al momento quelle con il fattore di rischio più alto (cioè con l’indice Rt oltre 1,5), dove i contagi sono considerati fuori controllo. Tra queste Lombardia (2,09), Piemonte (2,16), Bolzano (1,96). Nella lista ci sono anche Puglia, Emilia-Romagna e Liguria, con il Lazio e la Campania a ridosso della soglia di allerta. Per questo le città candidate alle chiusura sarebbero innanzitutto Milano e Torino, ma potrebbero rientrare anche Genova, Bari e Napoli.

I nodi da sciogliere con sindaci e governatori

Non sarà un accordo semplice quello a cui punta il governo, visto che già il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, ha anticipato sulla Stampa che non ha intenzione di chiudere Genova: «Uno dei gangli logistici del Nord-Ovest, con il primo porto d’Italia nel periodo pre-natalizio», perché «sarebbe complicato». La Liguria ha un indice Rt di 1,54, un dato che però va poi declinato sulle singole zone della regione, secondo Toti, che punta a chiudere per quartieri e non per intere città. Una linea che potrebbe essere seguita da altri governatori e sindaci, ognuno legittimamente impegnato a difendere aziende e attività, ma che dovranno fare i conti anche con la pressione crescente sugli ospedali che gli ultimi dati della Protezione civile hanno riportato a livelli crescenti.

Frena anche il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, che sull’edizione bolognese del Corriere spiega come, per Bologna, non sia mai stata presa in considerazione l’ipotesi di una zona rossa: «L’Iss ci mette tra le Regioni a rischio moderato – aggiunge Bonaccini -. Siamo intervenuti nella sola provincia di Piacenza, d’intesa coi sindaci, per evitare un aumento degli afflussi dalla confinante Lombardia, dove i centri commerciali erano già stati chiusi».

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