Il Coronavirus in Italia già a settembre 2019? Altre falle nello studio che non convince gli esperti

Ecco perché lo studio, pubblicato con molta fretta, continua a suscitare diverse perplessità nel mondo scientifico

In un precedente articolo abbiamo trattato i limiti di uno studio dei ricercatori dell’Istituto Tumori di Milano, pubblicato su Tumori Journal (rivista dello stesso Istituto), dopo una peer review (verifica da parte di esperti) forse un po’ affrettata. Gli autori del paper scrivono – come riportato da diverse testate – che il nuovo Coronavirus fosse già presente in Italia dal settembre 2019. 

I ricercatori hanno trovato in campioni sierologici raccolti tra settembre e ottobre dell’anno scorso da pazienti oncologici, tracce di immunoglobuline (gli anticorpi specifici) rivelatesi capaci di riconoscere SARS-CoV-2 in sei casi su 111. Gli autori concluderebbero quindi che il virus fosse presente già da allora. Noi di Open Fact checking non possiamo eseguire revisioni di articoli scientifici, l’unica cosa che ci compete è fare una analisi di metodo.

Abbiamo semplicemente riscontrato che gli autori non menzionano quanto emerso in riviste autorevoli come Science e Nature riguardo alla possibilità che gli altri Coronavirus umani, responsabili del comune raffreddore, suscitino in alcune persone la produzione di anticorpi «cross-reattivi», ovvero capaci di legarsi anche alla regione RBD dell’antigene del SARS-CoV-2 (la glicoproteina Spike (S), pur non essendone mai entrati a contatto.

La nostra analisi di metodo in sinstesi

Un esempio lampante, di cui ci eravamo occupati in un articolo poco prima l’uscita dello studio italiano, è quello del report di Science risalente al 6 novembre, a opera dell’Istituto Francis Crick di Londra. Suggeriamo anche la lettura dello studio apparso su Nature, basato per altro sulle tracce di anticorpi trovate col test ELISA, lo stesso utilizzato dai ricercatori italiani, che però ne usano una versione diversa da quelli commerciali. La cross-reattività dunque è un fenomeno noto, di cui i ricercatori dell’Istituto Tumori non sembrano tener conto, visto che non spiegano come avrebbero escluso questa possibilità.

Le perplessità degli esperti

Uno degli esperti da noi contattati, Enrico Bucci, adjunct professor alla Temple University e titolare di una azienda che si occupa proprio di revisionare gli studi scientifici, elenca e documenta su Facebook i suoi dubbi riguardo alla attendibilità del paper italiano (il grassetto è nostro).

«Per trovare gli anticorpi di SARS-CoV-2 nei campioni dei pazienti, gli autori utilizzano un saggio fatto in casa – con il metodo ELISA – del quale l’unica descrizione disponibile si trova in un pre-print – continua il Professore – Il saggio, finora, risulta eseguito solo dagli autori dello studio, non essendo ancora stato adottato da altri gruppi o validato in altro modo».

«È noto che anche anticorpi di altri coronavirus reagiscono in una certa misura sia contro RBD che contro i vari domini della proteina spike – continua Bucci – pertanto, un saggio con cui si intende misurare specificamente la presenza di anticorpi contro SARS-CoV-2 deve innanzitutto escludere cross-reattività nei confronti di anticorpi contro altri coronavirus. Questo controllo, il controllo di specificità del test usato, non è presente né nel preprint che descrive il saggio né nel lavoro che pretende di aver provato la circolazione precoce del virus in Italia».

Bucci riscontra che i pazienti trovati positivi (6 su 111) sono compatibili con la probabilità di errore statistico nei test, quindi conclude:

«A me pare che le prove portate a supporto di una affermazione così straordinaria non siano solide a sufficienza».

Il genetista esperto di genomica comparata Marco Gerdol, da noi già consultato per una analisi in merito al Yan Report, aggiunge ai riscontri di Bucci quelli riguardanti alcune criticità, riguardanti il modo con cui lo studio è finito per essere pubblicato, citando il problema del «publish or perish», ovvero la fretta con cui i ricercatori pubblicano i propri risultati, aiutati dalle riviste scientifiche, le quali a loro volta premono sui revisori al fine di ottenere l’approvazione dei paper il prima possibile. 

«Questa storia [mette] in luce quanto sia diventato malato il sistema accademico basato sul “publish or perish” – continua il Genetista – le cui criticità stanno emergendo con sempre più forza nell’epoca Covid-19, in cui alcune pratiche editoriali che in tempi “normali” non sarebbero mai state utilizzate vengono applicate con una certa disinvoltura […] La scelta degli autori è ricaduta su Tumori Journal, un giornale edito dall’Istituto Nazionale dei Tumori, struttura alla quale sono afferenti 8 dei 16 autori di questo lavoro. Pubblicare “in casa” non è affatto un peccato mortale, e non c’è anzi nulla di male nel farlo, finché il processo di peer-review è trasparente».

«Va detto però che ciò che indicato nel riquadro rosso in basso – conclude Gerdol riferendosi allo screen  dello studio, che riporta nel suo post – punta a tutto fuorché alla trasparenza nelle pratiche editoriali, dal momento che la data in cui l’articolo sarebbe stato ricevuto dagli uffici del giornale e la sua pubblicazione coincidono. Sperando vivamente che la coincidenza tra le date indicate sia frutto di un refuso, di certo la credibilità del mondo dell’editoria scientifica ne esce ancora una volta malconcia».

Marco Gerdol | «Ciò che indicato nel riquadro rosso in basso punta a tutto fuorché alla trasparenza nelle pratiche editoriali».

Conclusioni

Ricordando che noi ci occupiamo di giornalismo scientifico, mentre le review spettano agli esperti, ribadiamo quanto abbiamo riscontrato (in sintonia con le critiche emerse da parte degli addetti ai lavori) a livello metodologico:

  • Gli autori del paper hanno trovato anticorpi specifici in grado di riconoscere il nuovo Coronavirus in campioni sierologici risalenti al settembre 2019, ma non spiegano come hanno escluso la cross-reattività prima di affermare che tali dati dimostrassero la presenza precoce del SARS-CoV2 in Italia;
  • Se i dati in sé sono stati raccolti con esattezza o la review non rispetta i consueti canoni non spetta a noi stabilirlo, e gli stessi esperti si tengono prudenti, pur notando delle criticità;
  • Infine, non possiamo nemmeno escludere a priori che il virus fosse presente prima di febbraio in Italia – non lo fanno nemmeno gli esperti che hanno analizzato lo studio italiano – non di meno, se questo genere di studi per come vengono presentati non possono essere considerati una prova, noi non possiamo fare altro che riportarlo. 

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