Coronavirus, trovati anticorpi specifici in pazienti mai stati infettati

I comuni Coronavirus umani potrebbero stimolare anticorpi efficaci anche contro il SARS-CoV2?

L’ipotesi dell’immunità cellulare si basa sul fatto che sono stati trovati anticorpi non specifici in pazienti mai infettati dal SARS-CoV2. Si tratta in buona parte dei linfociti T, che per ironia della sorte, potrebbero essere implicati anche nello sviluppo delle forme gravi di Covid-19, a causa di un probabile mancato coordinamento delle nostre principali linee di difesa. L’idea sarebbe quindi quella di stimolare una risposta anticorpale adeguata attraverso vaccini già esistenti, costituiti dai Coronavirus attenuati del raffreddore. Del resto la presenza di questa immunità cellulare si spiegherebbe proprio con precedenti malanni, che renderebbero immuni per un certo periodo anche alla Covid-19. 


Ci si chiede anche se per caso, vaccinare contro l’influenza i soggetti più a rischio di contrarre forme gravi (over 65 e soggetti con certe patologie pregresse) possa essere d’aiuto per diagnosticare più rapidamente i pazienti a rischio. Inizialmente si è pensato di usare gli antinfluenzali anche per stimolare la produzione di anticorpi specifici, preferibilmente quelle immunoglobuline G (IgG) prodotte dai linfociti B) la cui permanenza nel sangue garantisce l’immunità. Di evidenze però ce ne sono poche.

A maggior ragione sarebbe molto difficile restare impassibili di fronte al report recentemente apparso su Science, a opera di un team di ricercatori del Francis Crick Institute di Londra, dove si parla di anticorpi specifici in grado di fermare il SARS-CoV2, trovati anche in campioni raccolti tra il 2011 e il 2018, dunque appartenenti a soggetti che non potevano essere entrati in contatto col nuovo Coronavirus.

Il probabile ruolo dei comuni Coronavirus

Questo virus, come altri, appartiene a una famiglia – quella dei Coronavirus appunto – di origine zoonotica. Tagliando corto, visto che il tema è stato da noi sviscerato diverse volte: vi sono ospiti animali che lo trasmettono all’uomo; dunque non è campato in aria pensare che si trovi una immunità preesistente anche al SARS-CoV2, per via di precedenti infezioni riconducibili ad altri Coronavirus comuni. Nel report non si parla invece di virus influenzali, se non in uno degli studi riportati tra le note.

È interessante notare inoltre, che le tracce di IgG e altre immunoglobuline, sono state trovate prevalentemente nel siero di bambini e adolescenti, ovvero le categorie meno a rischio di contrarre forme gravi di Covid-19. Per i ricercatori diventa quindi fondamentale capire, se questa maggiore protezione dei più giovani è preesistente o se debba essere distinta da una costruita «de novo», indipendentemente da precedenti esposizioni ad altri Coronavirus. Sarebbe fondamentale approfondire questo aspetto; sia per lo sviluppo di un vaccino; sia nel migliorare le nostre strategie contro la diffusione del contagio.

I ricercatori fanno riferimento a diversi casi, in cui pazienti precedentemente infettati da comuni Coronavirus umani (HCoV) presentavano anticorpi specifici perfettamente funzionanti anche contro la glicoprotenina Spike (S) del SARS-CoV2, ovvero, erano in grado di riconoscerne l’antigene. Gli autori parlano in proposito di «memoria immunologica cross-reattiva»:

«Tutti i 156 pazienti COVID-19 sieroconvertiti hanno avuto risposte IgG, IgM e IgA contemporanee a SARS-CoV-2 S durante il periodo di osservazione, ad eccezione di due pazienti, che avevano solo anticorpi IgG – continuano gli autori – Uno di questi pazienti era un ricevente di trapianto di midollo osseo che ha manifestato un’infezione da HCoV un mese prima dell’infezione da SARS-CoV-2. Sorprendentemente, una piccola percentuale di pazienti non infetti da SARS-CoV-2, campionati prima o durante la diffusione precoce di SARS-CoV-2 nel Regno Unito presentava anche IgG legante SARS-CoV-2 S, ma non Anticorpi IgM o IgA suggerendo la presenza di memoria immunologica cross-reattiva».

Evidenze raccolte in tempi non sospetti

Si potrebbe obiettare che qualcosa nel lavoro dei ricercatori sia andato storto. Magari tutti i pazienti studiati sono stati eccome infettati dal SARS-CoV2, per quanto asintomatici? No, nel loro lavoro si fa riferimento anche a «50 donne incinte non infette da SARS-CoV-2, campionate a maggio 2018».

Potremmo ipotizzare allora che il nuovo Coronavirus fosse già presente all’epoca – ignorando tutte le evidenze emerse dallo studio del suo genoma, e della rapidità con cui si diffonde – ma gli autori del report vanno ben oltre, studiando un gruppo di donatori «campionati tra il 2011 e il 2018»:

«Abbiamo quindi esaminato una coorte di donatori sani non infetti da SARS-CoV-2 più giovani (di età compresa tra 1 e 16 anni; tabella S1), campionati tra il 2011 e il 2018. Sorprendentemente, almeno 21 di questi 48 donatori avevano livelli rilevabili di anticorpi IgG S-reattivi al SARS-CoV-2».

Che tutto questo possa dirci molto riguardo alla presenza di una quota di asintomatici e pazienti con forme lievi è molto probabile, cosa potremmo farci in pratica è difficile da stabilire al momento.

La speranza di un «vaccino universale» contro i Coronavirus

Per i ricercatori quanto emerso dal loro lavoro, potrebbe essere una base di partenza nello sviluppo di un «vaccino universale» contro tutti i Coronavirus «attuali e futuri», aggiungendo un tassello al mosaico che si è cominciato a costruire a partire dalla tesi dell’immunità cellulare.

Resta invece un’incognita: quella sulla durata dell’immunità. La presenza di pazienti che tornano a infettarsi, anche dopo qualche mese, non è una novità nemmeno per la famiglia dei HCoV. Non di meno, il punto resta sempre quello di avere un’arma in grado di rallentare in maniera significativa la trasmissione del virus.

«Studi epidemiologici sulla trasmissione dei HCoV suggeriscono che è improbabile che l’immunità di protezione crociata sia sterilizzante o di lunga durata – concludono i ricercatori – il che è anche supportato da ripetute reinfezioni. Tuttavia, una precedente immunità indotta da un HCoV può ridurre la trasmissione di HCoV omologhi ed eterologhi e migliorare i sintomi laddove la trasmissione non è prevenuta».

«Una possibile modifica della gravità di COVID-19 da una precedente infezione da HCoV può spiegare la distribuzione per età della suscettibilità a COVID-19, dove tassi di infezione da HCoV più elevati nei bambini rispetto agli adulti sono correlati con la protezione relativa da COVID-19 e può anche determinare modelli di trasmissione stagionali e geografici. È quindi imperativo che qualsiasi effetto, positivo o negativo, dell’immunità preesistente indotta da HCoV sul decorso naturale dell’infezione da SARS-CoV-2 sia completamente delineato».

Tuttavia, i ricercatori non pretendono di aver dimostrato che questi anticorpi possano prevenire l’infezione da SARS-CoV-2, o di ridurne la diffusione. La protenina Spike (S) è costituita da due sub-unità, S1 e S2: S1 permette al Coronavirus di legarsi ai recettori ACE2 delle cellule bersaglio; S2 lo fa entrare al loro interno.

Gli anticorpi specifici trovati dai ricercatori si legano solo alla seconda sub-unità. Per quanto sia plausibile – e sostenuto da alcune evidenze – che gli anticorpi specifici per la sub-unità S2 siano sufficienti a bloccare l’infezione, questo non è stato dimostrato nel report, ed è quanto si spera di accertare in futuri studi.

Foto di copertina: ANSA / MATTEO BAZZI | Immagine di repertorio

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