Coronavirus. Abbiamo un problema: potrebbe diventare endemico e per evitarlo non bastano solo i vaccini

Il SARS-CoV2 è aiutato da diversi fattori nella sua diffusione, secondo alcuni inarrestabile. Affrontarli non dipenderà solo dai futuri vaccini

Da quando siamo venuti a conoscenza del nuovo Coronavirus, il Sars-Cov-2 e la Covid19, ci siamo impegnati a fermarne la diffusione compiendo anche enormi sacrifici per salvare il maggior numero di vite possibile ed evitare una nuova pandemia come quella Spagnola con i suoi 50 milioni di morti. Abbiamo bisogno di un vaccino per poter cantare in qualche modo vittoria, ma non basterà se il virus diventerà endemico facendo diventare la Covid19 una presenza stabilmente presente nella popolazione mondiale. Non dobbiamo permettere che ciò avvenga, altrimenti saremo costretti a doverlo affrontare per un periodo più lungo di quello che speravamo nella migliore delle ipotesi.


Per scongiurare la diffusione del virus e lo spettro dell’endemia abbiamo cercato di tracciare il più possibile i vari pazienti zero, i super-diffusori, e monitorando i viaggiatori come hanno fatto anche in Cina, a Wuhan, ma alcune falle potrebbero aver permesso il virus di diffondersi nonostante tutto. A complicare le cose sono diversi fattori che stanno aiutando il Sars-Cov-2 a diffondersi ulteriormente, come se non bastassero i negazionisti o i sostenitori della sua circolazione libera alla ricerca di una pretestuosa e rovinosa «immunità di gregge» che aumenterebbe malati e i morti. Uno di questi fattori deriva dal regno animale dove il virus potrebbe trovare alcuni ospiti dove potersi «nascondere», come ad esempio i visoni recentemente individuati in Danimarca.

Dobbiamo essere chiari, l’immunità per il Sars-Cov-2 non è garantita se viene contratto il virus, infatti abbiamo riscontrati casi di pazienti re-infettati come avviene con i comuni virus respiratori, ecco perché la teoria della sua libera circolazione risulta campata per aria e pericolosa soprattutto per le persone più fragili. Non è tutto perduto, dobbiamo stare attenti a mantenere le norme di sicurezza (come il distanziamento sociale e le mascherine) e di igiene per evitarne la diffusione, sperare nell’approvazione del vaccino (o dei vaccini) in via di sperimentazione e tenere a mente gli sviluppi della ricerca scientifica. In merito a quest’ultima bisogna tenere conto di una possibilità ulteriore proveniente proprio da alcuni animali che stanno risultando positivi al virus, siccome questi non presentano sintomi e al contrario sviluppano una «robusta risposta anticorpale neutralizzante» che impedisce una seconda infezione.

Tutto dipende da noi, da tutti quanti senza alcuna scusa. In questo articolo troverete ulteriori approfondimenti su quanto emerso negli studi più recenti, dai diversi fattori che aiuterebbero il virus a diventare endemico e quali potrebbero essere le armi o le strategie per scongiurarlo o renderlo meno determinante.

Il problema dell’immunità

Abbiamo già riscontrato casi di pazienti re-infettati nell’arco di qualche mese. Sul ruolo del nostro sistema immunitario troviamo informazioni pro e contro di noi. Emergono studi che suggeriscono la presenza nella popolazione di individui immuni per via di precedenti infezioni da Coronavirus umani comuni (HCoV). Sono state trovate cellule T, e altre responsabili dell’immunità cellulare non specifica, in pazienti apparentemente mai infettati dal SARS-CoV2 e più recentemente sarebbero stati trovati anche anticorpi specifici in grado di riconoscere il nuovo Coronavirus, in campioni raccolti tra il 2011 e il 2018. Purtroppo, non è tutto oro quel che cola.

Le cellule T, che in quanto non specifiche in questo caso possono proteggere da diversi Coronovarius, sono state associate in alcuni casi, anche a un presunto mancato coordinamento del sistema immunitario, che secondo diversi studi appare correlato alla tempesta di citochine, le cui conseguenze nel tessuto polmonare sono il segno più evidente delle forme gravi di Covid-19. Tutto questo potrebbe spiegare la presenza di asintomatici e presintomatici (distinguerli non è sempre facile: i primi in reltà hanno comunque dei sintomi), che assieme ai super-diffusori sono la cifra dell’alta trasmissibilità di questo virus.

Ecco perché comunicati come quello recentemente diffuso dalla casa farmaceutica Pfizer, riguardo al presunto arrivo imminente di un vaccino, ci tengono col fiato sospeso, nonostante sussistano ancora dubbi, che solo la pubblicazione di uno studio potrebbe sciogliere. Vaccinare una ampia quota di popolazione in un breve lasso di tempo, unito alle norme di distanziamento sociale, potrebbe scongiurare lo spettro dell’endemicità, o renderlo notevolmente meno rilevante. 

Il Coronavirus negli altri animali

La probabilità che il SARS-CoV2 diventi endemico è piuttosto alta. Basta dare uno sguardo ad altri virus respiratori che lo sono già, come quelli influenzali o il Coronavirus HCoV-OC43, responsabile del comune raffreddore. Quest’ultimo ci interessa citarlo anche perché infetta sia uomini che bestiame. Abbiamo quindi la zoonosi, ovvero la possibilità che il virus circoli anche in altri animali, che a loro volta potrebbero ritrasmettercelo.

Come si ipotizza essere successo nel caso del SARS-CoV (il virus della epidemia di SARS emersa nel 2002 e scomparsa nel 2004), i Coronavirus possono andare a «nascondersi» in altri animali, e da questi il rischio che tornino da noi è sempre presente.

Sappiamo che SARS-CoV2 è frutto di uno spillover («tracimato» da altre specie animali agli umani) e questo riflette la sua origine zoonotica. In pratica abbiamo un nuovo Coronavirus derivato dai BetaCoronavirus dei pipistrelli, che mostra parentele con altri presenti nei pangolini; anche se il ruolo di questi ultimi come ospiti intermedi prima del salto nell’uomo è ancora oggetto di dibattito. In generale abbiamo degli ospiti serbatoio, come pipistrelli o uccelli, che trasmettono i patogeni ad altri animali, i quali fungono da ospiti amplificatori – come si sospetta per i pangolini, o per certe scimmie che hanno trasmesso Ebola all’uomo.

Non esiste però un piano della natura volto a fare di noi i destinatari ultimi di un virus. Questi aspetti fanno dei mammiferi più vicini a noi (cani e gatti), dei soggetti importanti per svolgere ricerche utili, sia per loro che per noi. Un esempio è lo studio pilota apparso recentemente su PNAS (Organo dell’accademia americana delle scienze), dove si arriva a suggerire che i gatti potrebbero essere un eccellente modello per lo sviluppo di un vaccino, senza pregiudicare la loro salute durante gli esperimenti. Ma il salto davvero preoccupante del virus – come vedremo a breve – è quello verso i visoni da allevamento.

Cani e gatti potrebbero esserci di grande aiuto

L’interesse dei ricercatori di PNAS era quello di studiare le implicazioni della zoonosi, non solo dal nostro punto di vista (quindi come unici destinatari finali), ma anche nelle popolazioni di animali che vivono assieme a noi, le quali restano ancora scarsamente note. I risultati se confermati in altri studi più ampi, dovrebbero rassicurarci su diversi punti importanti. Innanzitutto nel caso trasmettessimo il virus ai gatti, questi non svilupperebbero alcun sintomo. I ricercatori hanno documentato una «robusta risposta anticorpale neutralizzante», questa impedirebbe anche una seconda infezione. Potenzialmente potrebbero trasmettere il virus, ma dati alla mano questo non risultano prove significative negli esseri umani. Anche i cani sarebbero fuori pericolo; contrariamente ai gatti non diffonderebbero il virus, e svilupperebbero analoghe difese antivirali. 

Dobbiamo fare attenzione ai visoni, ma senza allarmismi

La decisione di abbattere più di un milione di visoni da allevamento in Danimarca era già emersa il mese scorso. In questi giorni la notizia è ulteriormente emersa: si parla di oltre 17 milioni di esemplari. Un danno non indifferente per l’industria collegata a questo genere di allevamenti. La CNN è tra le prime emittenti a parlare inoltre di un «virus mutato». La cosa si è poi ingigantita nel resto della Stampa, tanto che sarebbe divenuto un «grave pericolo per i vaccini e per l’uomo».

La possibilità che il nuovo Coronavirus sia mutato è stata già verificata. In base allo studio di queste mutazioni è stato possibile stabilire come e quando il SARS-CoV2 si è evoluto nei pipistrelli, prima di colpire anche noi. «Virus mutato» non significa necessariamente che renderebbe i vaccini obsoleti; tutto dipende da quanto sarebbe rilevante tale mutazione, specialmente nella formazione del suo principale antigene, ovvero la glicoproteina Spike (S), che il virus utilizza per infettare le cellule, rendendolo anche riconoscibile a quegli stessi anticorpi, la cui produzione viene stimolata dai vaccini, in vari modi.

Tutto sarebbe cominciato da una conferenza stampa nella quale il Governo danese ha annunciato l’abbattimento massiccio dei visoni. Casi analoghi di infezioni da visoni a persone impiegate nel loro allevamento, si sono verificati anche in Olanda. Tutto è abbastanza documentato, ma niente che riguardi mutazioni rilevanti nei visoni, tali da costituire un pericolo aggiuntivo per noi.

Foto di copertina: MiroslavaChrienova | Il nuovo Coronavirus nel Mondo.

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