Meno bombe, più formaggio: l’idea per trasformare la fabbrica italiana di armi in crisi (grazie al Recovery Plan)

di Angela Gennaro

La fabbrica del Sulcis in Sardegna che produceva gli ordigni usati dall’Arabia saudita in Yemen ora è in crisi. L’idea potrebbe salvare l’occupazione e aiutare la filiera agroalimentare della zona

L’appuntamento è per oggi, 7 dicembre, a Roma, al ministero dello Sviluppo Economico. Qui verrà presentata la proposta delle delegazioni sarde di Donne Ambiente Sardegna e Sardegna Pulita, accompagnati da Don Angelo Pittau, con Wilpf Italia – Women’s International League for Peace and Freedom. Una proposta realizzabile grazie al Recovery Plan, questo l’intento e un po’ anche la “provocazione politica”, e che si potrebbe riassumere con un payoff da spot tv: più formaggi, meno bombe. L’idea sarebbe quella di riconvertire la Rwm Italia, azienda produttrice di armi, bombe e testate in quel di Domusnovas, nel Sulcis, in un caseificio. Il progetto, assicurano promotori e promotrici, verrà presentato anche al ministero degli Esteri.


La Rwm Italia

La Rwm, contestata azienda italiana controllata dalla Rheinmetall tedesca, ha dichiarato a luglio di non aver rinnovato per il mese successivo 80 contratti a tempo determinato: si sono andati ad aggiungere, dicono dall’azienda, ai 110 lavoratori non rinnovati a ottobre. E per 90 lavoratori aveva attivato la cassa integrazione. Le difficoltà vengono imputate dalla Rwm Italia alla sospensione – uno stop temporaneo di 18 mesi – delle licenze di esportazione per bombe d’aereo verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Bombe che venivano utilizzate dalla coalizione a guida saudita nello Yemen e che avrebbero colpito anche obiettivi civili, secondo le denunce di più media internazionali e italiani.

La sospensione scade a gennaio. Nel frattempo la fabbrica, riportava Avvenire a fine ottobre, a marzo la fabbrica di Cameri (Novara) aveva proseguito la costruzione dei cacciabombardieri F–35. Mentre gli stabilimenti sardi hanno continuato a produrre ordigni esplosivi: la fabbrica ha proseguito con l’ordine per la Turchia «di 200 bombe Blu109 da 2.000 libbre, oltre 900 chili l’una, prodotte e vendute al governo di Istanbul su autorizzazione 2019 dell’Uama, presso la Farnesina».

«Ho visto il consuntivo presentato alla Camera di Commercio e mi devono spiegare come hanno fatto a incrementare i profitti addirittura comprando un altro stabilimento a Roma o raddoppiando la fabbrica delle bombe qui in Sardegna», chiosa Angelo Cremone, ambientalista di lungo corso. «Crisi? L’azienda sta raddoppiando! Hanno comprato non so quanti ettari al confine col comune di Iglesias».

La conversione

Per salvare i livelli occupazionali – ma pure per «togliere quella macchia di sangue addosso alla Sardegna» – l’idea delle associazioni è quella di realizzare un Centro Caseario regionale al posto della fabbrica di ordigni bellici, sfruttando i fondi del Recovery Plan. Nella riconversione della fabbrica di bombe in una industria agroalimentare, potrebbero ovviamente trovare nuova occupazione gli attuali dipendenti della Rwm. E non solo.

«Il latte oggi viene pagato 60 centesimi a litro per fare il pecorino romano e i pastori non ci guadagnano niente: se potessimo cominciare a produrre le 10 varietà di formaggi e latticini che abbiamo noi in Sardegna, daremmo lavoro al doppio delle persone», dice Cremone. In una terra in cui, aggiunge, «c’è molta disoccupazione e l’85% di quello che mangiamo è importato. Ma a un imprenditore tedesco non gliene frega niente di convertire. Servirebbe una scelta politica del governo».

Le associazioni hanno inviato una settimana fa una richiesta di incontro con il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli per oggi, «per consegnare e depositare presso il Mise la proposta di progetto», spiega ancora Angelo Cremone di Sardegna Pulita. «Se ci fosse dato il modo di entrare in quello stabilimento di bombe potremmo aggiungere ulteriori elementi sul progetto di riconversione».

ANSA/ MWATANA | Un frammento di ordigno prodotto in Italia dalla società RWM Italia che, secondo la denuncia dell’organizzazione non governativa Mwatana, è tra quelli usati nell’ottobre in Yemen in un raid che ha ucciso almeno 6 persone, di cui 4 minori, condotto dalla Coalizione internazionale a guida saudita contro l’insurrezione locale degli Huthi. 15 giugno 2017.

«Ci sembra che l’utilizzo delle risorse provenienti dal Recovery Plan sia un’opportunità da non perdere per compiere un grande passo in avanti», scrivono Patrizia Sterpetti di Wilpf Italia, Lidia Frailis di Donne Ambiente Sardegna, Don Angelo Pittau (Pastorale del Lavoro) e Angelo Cremone e Ennio Cadiddu di Sardegna Pulita nella lettera inviata al Mise. Proprio oggi, ha spiegato il premier Giuseppe Conte, con i ministri si approverà il budget del Recovery Fund «con tutti gli appostamenti» e «approfondiremo anche la sessantina di progetti che hanno superato il vaglio preliminare e che sono ormai in dirittura finale. Li raggrupperemo in 17 clusters».

Le associazioni sperano di poter presentare oggi il loro progetto, e che venga inserito dal Mise nella prima fase utile per il Recovery. «Per noi l’importante è che si rispetti la legge. Abbiamo avuto situazioni di minacce pesanti perché intorno a quella fabbrica ci sono molti interessi», aggiunge Cremone. C’è forte preoccupazione. Ma noi vogliamo che venga rispettata la legge 185/90 che vieta di vendere armi a paesi in guerra.

«Non vogliono fare un caseificio? Facciamo una fabbrica di protesi ortopediche per i bambini vittima delle guerre. O facciamo un caseificio nello Yemen: abbiamo le competenze e loro le condizioni per importare questo e non bombe». «Il progetto, prima di essere una proposta tecnica, vuole essere una proposta politica. Per la sua concretizzazione è determinante un cambio di rotta della politica estera», concludono gli attivisti.

In copertina ANSA/ Roberto Murgia | Un momento della nuova marcia degli antimilitaristi a Domusnovas, nel sud Sardegna, contro l’azienda tedesca Rwm, alle porte del paese del Sulcis Iglesiente, la “fabbrica di bombe – denunciano – che devastano lo Yemen e tanti altri paesi per alcune centinaia di posti di lavoro e decine di milioni di euro di fatturato”. Domusnovas (Cagliari), 3 aprile 2017.

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