Perché gli Stati Uniti hanno chiesto a Facebook di vendere Instagram e WhatsApp

di Valerio Berra

La richiesta arriva dalla Federal Trade Commission. Al centro della contesa l’acquisizione che la stessa Ftc aveva approvato

Monopolio. Dal greco ???? (solo) e ????? (vendere). Uno degli obiettivi più importanti dell’agenzia governativa statunitense Federal Trade Commission (Ftc) è evitare che un’azienda eserciti un potere assoluto sul mercato. Un monopolio appunto, capace di annullare la concorrenza e distruggere il sistema su cui si basa la potenza economica degli Stati Uniti. E il monopolio che ora la Ftc vuole smantellare è quello di Facebook, il gigante tech che solo nel 2019 ha prodotto ricavi per 70 miliardi di dollari e profitti per 18,5 miliardi. Il gigante alla base del patrimonio di Mark Zuckerberg, il settimo uomo più ricco del mondo.


La Ftc ha depositato una denuncia contro Facebook, accusando l’azienda di «comportamenti anticoncorrenziali e metodi di concorrenza sleali». Il documento è lungo 53 pagine. E tutto l’impianto di accusa parte da una constatazione «Facebook is the world’s dominant online social network. More than 3 billion people regularly use Facebook’s services». Tre miliardi di utenti che vengono raggiunti grazie a tre piattaforme Facebook, Instagram e WhatsApp. Troppo. Per la Ftc e per i 46 Stati che hanno sottoscritto la denuncia. Non hanno aderito solo Georgia, South Dakota, Alabama e South Carolina.

L’acquisizione di Instagram e WhatsApp

Al centro della denuncia due transazioni: l’acquisizione di Instagram nel 2012 e quella di WhatsApp nel 2014. La prima fece rumore nel mercato tech. Instagram era un’azienda con 13 dipendenti che però aveva mostrato di essere in grado di capire come con la diffusione degli smartphone gli utenti si sarebbero concentrati soprattutto sulla condivisione di foto e video, possibilmente su un’app con poche funzioni e ottimizzata per uno schermo piccolo. Dopo un’offerta iniziale di 1 miliardo di dollari, nel settembre 2012 l’acquisizione venne firmata per 741 milioni di dollari.

Se l’acquisizione di Instagram fece rumore, nel 2014 quella di WhatsApp scatenò un terremoto. La piattaforma nata nel 2009 per offrire un servizio di chat gratuito venne acquistata per 19 miliardi di dollari. Una cifra mai vista nel mercato americano per l’acquisizione di una singola società. Ai tempi molti giornali compilarono lodevoli elenchi di Cose che avrebbe potuto comprare Zuckerberg con quei soldi. L’ingegno fu notevole: da una fornitura annuale di caffè per ogni abitante dell’Italia a tre miliardi di pizze margherita, passando per lo Stato del Vaticano, 12 Burj Khalifa e la Giamaica (da cui sarebbero avanzati 4 miliardi).

Le lettere della Ftc

OPEN | La lettera della Ftc che approva l’acquisizione di WhatsApp

Divagazioni giornalistiche a parte, entrambi questi acquisti potevano mettere le basi per lo scenario che ora la Ftc sta cercando di combattere: un mercato in cui un unico player è in grado di contrastare (o acquistare) qualsiasi competitor che non sia prodotto da uno scudo di leggi statali, come avviene in Cina. Uno scenario che però nel 2012 e nel 2014 è stato approvato proprio dalla Ftc. Dagli archivi di questa agenzia americana abbiamo recuperato due documenti, la lettera di approvazione per l’acquisizione di Instagram e quella per l’acquisizione di WhatsApp.

Due lettere che sono il punto forte della difesa di Facebook. Jennifer Newstead, vice presidente e general counsel dell’azienda di Menlo Park, ha dichiarato infatti che il pericolo della denuncia della Ftc è quello di non rendere mai una vendita definitiva: «Ora il governo vuole cambiare le regole del gioco, lanciando uno spaventoso avvertimento alle imprese americane che nessuna vendita è mai definitiva. Le persone e le piccole imprese non scelgono di usare i servizi gratuiti e la pubblicità di Facebook perché devono, li usano perché le nostre app e i nostri servizi offrono un maggiore valore aggiunto. Difenderemo con forza la capacità delle persone di continuare a fare questa scelta».

Make America Tech Again. Le Big Tech alla prova di Biden

AFP/JIM WATSON | Joe Biden

Il rapporto tra Donald Trump e le Big Tech è stato, soprattutto negli ultimi mesi, basato su due poli. Da una parte Trump è stato uno dei politici che più hanno goduto della possibilità dei social di diffondere messaggi e raggiungere persone. Dall’altra, soprattutto con la stretta sulle norme legate alla censura, è stato il primo presidente di una democrazia a vedersi censurare da Twitter e Facebook. Scelte che hanno trasformato i miliardari della Silicon Valley in una schiera di nemici per una certa ala Repubblicana. Fra pochi mesi nella Casa Bianca entrerà un nuovo presidente, Joe Biden, accompagnato da una Vice Presidente, Kamala Harris, che viene dalla California, la culla delle Big Tech.

Open ha chiesto ad Alessandro Aresu, autore di Le potenze del capitalismo politico: Stati Uniti e Cina, come le aziende tech stanno guardando l’arrivo di Biden. «Rispetto a Trump le grandi aziende tecnologiche avranno di fronte un interlocutore meno erratico e che accompagnerà maggiormente alcune tipologie di investimenti, come quelli nell’economia verde. Ci saranno comunque divisioni politiche, in particolare sulla rinascita dell’antitrust». Insieme a Biden, anche l’arrivo di Kamala Harris sposterà gli equilibri: «Non è un’esperta di tecnologia in modo specifico. Ma non appartiene ai politici che, pur rappresentando la California, si sono caratterizzati per la critica a Big Tech, come Ro Khanna. La questione dell’empowerment femminile lega poi Harris a figure importanti, come Sheryl Sandberg, direttrice operativa di Facebook».

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Valerio Berra