I ritardi europei nella corsa alle vaccinazioni anti-Covid. La colpa è di Bruxelles o degli Stati membri?

di Cristin Cappelletti

La distribuzione Ue sembra procedere a rilento rispetto a Stati Uniti e Regno Unito. Eppure – nonostante le critiche – la strategia europea sembra avere dei vantaggi

A più di una settimana dal V Day, la somministrazione dei vaccini in Europa sembra procedere a rilento. A livello assoluto è la Germania il primo Paese europeo a rientrare, subito davanti all’Italia, nella lista delle primi dieci nazioni al mondo per numero di vaccinazioni a livello assoluto. Il Paese tedesco è settimo con 316.962 dosi somministrate dall’inizio della campagna. Francia e Paesi Bassi sono invece in crisi. Il governo francese invece è fermo a 516 vaccinazioni e il premier olandese, Mark Rutte, ha ammesso che il programma di distribuzione sta andando a rilento a causa di problemi logistici. Così, criticata dai Paesi membri, la Commissione europea, in una conferenza stampa organizzata lunedì, 4 gennaio, ha voluto fare chiarezza sulla distribuzione dei vaccini.


Eric Mamer, portavoce dell’organo esecutivo dell’Ue, ha chiarito che il problema del programma di vaccinazione riguarda «la capacità di produzione». Le critiche rivolte a Bruxelles riguardano soprattutto il confronto con il Regno Unito che, fresco di accordo e uscita dall’Unione europea, ha già vaccinato 944.539 persone anche grazie all’approvazione, oltre che di Biontech, del vaccino prodotto da Oxford e AstraZeneca. Un’approvazione che in Europa tarda ad arrivare. I 27 Paesi membri devono aspettare il via libera dall’EMA, l’agenzia europea del farmaco. È a questa impasse e a una lunga procedura burocratica che alcuni Paesi membri attribuiscono i ritardi nelle campagna di vaccinazione.

Gli accordi sulle dosi

Anche il Ceo di Biontech, U?ur ?ahin, ha lanciato l’allarme: «Da soli non ce la facciamo». Del vaccino americano-tedesco l’Ue si è assicurata 300 milioni di dosi; abbastanza per somministrare due dosi a un terzo dei suoi 450 milioni di abitanti. Ma se la distribuzione sembra procedere a rilento in confronto con Stati Uniti e Regno Unito, la strategia europea sembra avere dei vantaggi. «Non credo che il problema sia davvero il numero di vaccini, siamo solo all’inizio», ha aggiunto il portavoce Mamer. «Giudichiamo tutti come se questa campagna fosse finita; ma è appena iniziata». E Bruxelles per questa campagna contro il Coronavirus si è già assicurata oltre 2 miliardi di dosi.

Due settimane fa, il giornale tedesco Der Spiegel, ha accusato la Commissione europea di aver limitato l’acquisto di dosi da Pfizer Biontech – ferme a 300 milioni – per favorire, su pressione francese, l’acquisto del vaccino prodotto da Sanofi-GSK, i cui trial non sono ancora alla fase tre, prevista per la fine del 2021. Ma, anche senza le 300 milioni di dosi che la Ue ha deciso di acquistare del vaccino franco-inglese, potrebbe comunque disporre di 1 miliardo e 765 milioni di dosi. Abbastanza per vaccinare due volte l’intera popolazione europea.

E sui ritardi su Moderna, la cui approvazione è stata posticipata, e il numero basso di dosi acquistate da Pfizer, la portavoce della politica sanitaria della Commissione ha chiarito che la filosofia principale dell’Ue è quella «di un portafoglio diversificato di vaccini, che arriva a due miliardi di dosi, per ottenere quelli sicuri ed efficaci. Non potevamo investire in una società sola ed è stato un approccio sostenuto a più livelli dagli Stati membri».

I problemi di Pfizer

Scommettere interamente su Pfizer-Biontech avrebbe portato ad altri intoppi legati sia alle caratteristiche di conservazione del vaccino – che richiede la disponibilità di frigoriferi che possano raggiungere una temperatura di –70 gradi – sia al prezzo. Il costo di ogni dose è di 12 euro, molto più alto rispetto a quello di Oxford-AstraZeneca che è inferiore a 2, secondo il listino fatto trapelare dal segretario di Stato belga per il bilancio, Eva De Bleeker.

Il negoziato sui costi

La libertà con cui il Regno Unito può negoziare l’acquisto di dosi al di fuori dall’Ue ha sicuramente accelerato le pratiche burocratiche, ma la strategia di negoziazione per conto dei Paesi membri ha permesso all’Ue di risparmiare significativamente rispetto agli Stati Uniti sulle dosi acquistate. Per il vaccino Oxford-AstraZeneca il costo è infatti la metà di quanto concordato con gli Stati Uniti. Lo stesso vale per Pfizer venduto a 14 dollari, contro i 19 a cui gli Usa lo devono acquistare.

Tra gli alti punti nella strategia europea per la somministrazione del vaccino c’è poi quello che riguarda un accesso equo a un costo abbordabile. Nel 2009, durante l’epidemia di influenza suina, le aziende farmaceutiche si erano scontrate a vicenda con i paesi dell’UE per far aumentare i prezzi, con Stati che dopo aver acquistato un numero elevato di dosi le hanno vendute ai Paesi vicini. Con l’ok al vaccino di Oxford-Astrazeneca – favorito anche dall’Italia per la collaborazione con il gruppo Irbm con sede a Pomezia – che dovrebbe arrivare entro il mese di gennaio, l’Europa avrebbe a disposizione altre 300 milioni di dosi, più 100 supplementari.

I ritardi dei singoli Paesi

Anche se l’UE avesse avuto accesso già oggi a queste dosi non sarebbe riuscita a fare la differenza. Il problema ora ha in gran parte a che fare con i colli di bottiglia della produzione e dei paesi che non sono ancora preparati per distribuire rapidamente le dosi. In realtà, la Commissione europea aveva inviato già a ottobre indicazioni agli Stati membri sulla necessità di programmare fin da subito una campagna di distribuzione. Ma quando si è trattato di somministrare le prime dosi lo scorso 27 dicembre, la maggior parte dei paesi si è trovata impreparata. L’Italia, delle più di 400 mila dosi ricevute, è riuscita a somministrarne un quarto. E la Francia, ferma a poco più di 500, si può dire non abbia nemmeno cominciato.

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Cristin Cappelletti