Le rivelazioni choc di un pentito: «Maria Chindamo, l’imprenditrice scomparsa nel 2016, è stata uccisa e data in pasto ai maiali»

di Fabio Giuffrida

A dirlo alla Dda di Catanzaro è stato Antonio Cossidente. La donna si era rifiutata di cedere il suo terreno a Salvatore Ascone, narcotrafficante vicino al clan Mancuso

Fa rabbrividire il racconto del pentito Antonio Cossidente secondo cui Maria Chindamo, imprenditrice di 44 anni di Laureana di Borrello (Reggio Calabria), sarebbe stata uccisa e poi data in pasto ai maiali o addirittura fatta a pezzi con un trattore così da eliminare ogni traccia del suo corpo. Della donna si sono perse le tracce il 6 maggio 2016, il suo corpo non è mai stato rinvenuto.


Maria Chindamo e quel “no” alla vendita dei suoi terreni

Ad ucciderla – secondo il pentito – sarebbe stato Salvatore Ascone “U pinnularu”, un narcotrafficante vicino al clan Mancuso e anche vicino di casa dell’imprenditrice, che quattro anni fa aveva messo gli occhi sui terreni di Maria Chindamo (che erano confinanti con la sua proprietà). Lei, però, sempre stando al racconto di Cossidente, non li avrebbe ceduti per nessun motivo. Uno no, secco, che gli è costato la vita. Ascone, tra l’altro, è già stato arrestato per aver manomesso il sistema di videosorveglianza – installato nella proprietà dell’imprenditrice – la sera prima della sua scomparsa, come ricostruisce il quotidiano la Repubblica.

I sospetti si concentravano sulla famiglia dell’ex compagno

Le dichiarazioni di Cossidente alla Dda di Catanzaro, per gli inquirenti, sono state un vero e proprio colpo di scena visto che nessuno, fino ad ora, aveva ipotizzato un ruolo di primo piano per Ascone. Chi indagava riteneva che la scomparsa dell’imprenditrice potesse essere collegata a una vendetta da parte della famiglia dell’ex fidanzato della donna che si era suicidato dopo la fine del loro rapporto.

Le minacce a Emanuele Mancuso, figlio del boss Pantaleone

Il pentito dice di avere appreso dei dettagli dell’omicidio da Emanuele Mancuso, figlio del boss Pantaleone e primo collaboratore di giustizia della cosca Limbadi. Un uomo di cui il clan aveva molta paura al punto da farlo avvicinare da altri detenuti all’interno del carcere. Pressioni (che avrebbe ricevuto anche dai suoi familiari) che poi sarebbero sfociate in vere e proprie minacce, come avrebbe raccontato lo stesso Mancuso a Cossidente: «Mi minacciano, mettono in mezzo la bambina che non c’entra niente, per me è la cosa più bella della mia vita».

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Fabio Giuffrida