Binetti (Udc): «Serve un governo con centristi e Forza Italia. E nel quale Renzi non abbia il potere di staccare la spina» – L’intervista

La senatrice, su una possibile spaccatura della coalizione di centrodestra, qualora i moderati decidano di staccarsi dalla linea leghista: «Salvini, visto che ha governato con i 5 stelle, è in grande contraddizione»

Poco prima della salita al Colle della coalizione di centrodestra, la sua coalizione, la senatrice Paola Binetti si trova alla buvette del Senato. È accompagnata da una persona di fiducia con la quale conversa tranquillamente. Non sembra preoccupata dall’esito del colloquio con Sergio Mattarella, anzi: cammina per i corridoi del Senato con passo flemmatico. È alla sua quarta legislatura, due a Palazzo Madama alternate da altre due a Montecitorio. La mascherina chirurgica arriva fin sotto la montatura degli occhiali, ma le iridi chiarissime della senatrice lasciano trasparire la tranquillità di chi, di crisi di governo, ne ha vissute tante.


La senatrice, 77 anni, è entrata per la prima volta a Palazzo Madama nel 2006. Allora fu eletta nelle file della Margherita, nel gruppo dei cosiddetti “teodem” di Enzo Carra e Dorina Bianchi. La possibile entrata nel governo della neuropsichiatra infantile, legata all’Opus Dei, aveva fatto storcere il naso a parte della maggioranza: Binetti, in più occasioni, ha assunto posizioni controverse sul tema dei diritti Lgbt.


Senatrice, l’Udc ha scelto di salire al Colle compatta con la coalizione del centrodestra. Eppure le vostre posizioni sono molto lontane da quelle di Lega e Fratelli d’Italia. Qual è la sintesi che avete trovato e consegnerete a Mattarella?

«Una coalizione per definizione è un soggetto composito. Io rappresento l’anima centrista, quindi la persona più aperta al confronto, alla mediazione, alla ricerca di soluzioni ispirate più al bene comune e al senso comune. Io guardo con meno pregiudizi ideologici a incrostazioni vetero-politiche».

Una perifrasi per ribadire il no alle urne di una parte della coalizione di centrodestra?

«Io auspico che il nuovo governo che nascerà, e sarà un governo politico, possa esprimere una maggioranza inclusiva di una parte del centrodestra. Non per separare il centrodestra: coloro che in queste ore si scandalizzano di questa posizione, si dimenticano che questa legislatura è cominciata con l’alleanza tra Lega e 5 stelle. Stracciarsi le vesti adesso è del tutto destituito di credibilità».

A parte la questione numerica, perché la maggioranza di centrosinistra dovrebbe accettare un compromesso con voi?

«Per il prossimo governo, avere la sensibilità che viene da quella parte del centrodestra che, per tradizione, è caratterizzata da professionisti provenienti dal mondo imprenditoriale, molto attenti a una lettura dei problemi in chiave economico-sociale, gioverebbe all’esecutivo. Sicuramente apporteremmo migliorie rispetto al precedente governo, caratterizzato da una presenza fortemente ideologica dei 5 stelle, in costante contraddizione, facendo un’iniezione di senso comune. Nel momento di utilizzare i fondi del Recovery Plan, garantiremmo il rispetto del lavoro di quelle persone che hanno speso tutta la vita a lavorare».

La sua idea di allargamento all’area moderata di centrodestra, e quindi anche a Forza Italia, si scontra con il niet di Salvini. Il quale ha detto, cito, «per il bene di Berlusconi e di Forza Italia», bisogna stare alla larga da un governo con i 5 stelle e il Pd.

«Questa è o una grande evoluzione fatta da Salvini, visto che ha governato con i 5 stelle, o una grande contraddizione. Che lui abbia la certezza assoluta di conoscere il bene di Berlusconi, buon pro gli faccia. Io non ho queste certezze granitiche e penso che, oltre al bene di Berlusconi, davanti al quale lascio che sia Salvini a dire l’ultima parola, io ho presente il bene di una fetta importantissima della popolazione».

Non la preoccupano gli attriti che questo scollamento a livello nazionale causerebbe nei di governi locali retti dal centrodestra? Anche in questo caso, è stato Salvini a ventilare una serie di problematiche.

«Sicuramente ci saranno delle tensioni perché nei governi locali c’è un centrodestra unito. Anche lì bisognerà portare lo sforzo della mediazione, del confronto, la consapevolezza che si governa solo con il profondo senso della moderazione, e non per schemi e principi generali. La virtù del buon governo è l’arte della prudenza, che ti permette di applicare i principi generali e fondamentali alle situazioni reali e concrete che stai vivendo. Quello che in teoria potrebbe essere buono, non lo è in questo periodo storico. Se posso dare un suggerimento a Salvini, così pourparler, rafforzare il soggetto centrista, quindi anche nell’area del centrodestra, rafforzare la coalizione di centrodestra al centro, aumenterebbe le possibilità di vincere le prossime elezioni, più di quanto farebbe schiacciare la coalizione tutto a destra».

Ciò che sembra temere la Lega e che si crei un polo di centro, europeista, che alle prossime elezioni corra in contrapposizione alla coalizione di destra, sovranista e privata della sua ala moderata.

«Dire sovranista già impone uno stigma negativo. Piuttosto, il Paese, e qualunque Paese non solo l’Italia, si governa meglio se si assume un’ottica centrista: l’ottica della moderazione dei toni, della mediazione delle scelte e dell’attenzione profonda ai bisogni reali delle persone».

Provo a dirla in altri termini. È un monito a Salvini e Meloni, che si fanno forti del proprio consenso, dicendo loro che devono comunque scendere a patti con i moderati e non possono imporre la linea?

«Quello che diciamo, in sintesi, è: noi moderati possiamo aumentare il vostro consenso, però lasciateci crescere».

Tornando alla crisi di governo in senso stretto, farete un nome al Quirinale?

«Non credo che faremo un nome. Voglio sperare che non lo facciano. È possibile che qualche altro nella coalizione faccia un “non nome” e dicano “Conte no”. Per me, invece, più importante della questione Conte è la gestione. Io chiedo una cosa più importante, che il governo non governi come ha governato finora, a furia di Dpcm e decreti. Che non governi a base di fiducia. Che non chieda all’opposizione di collaborare intendendo uno schiacciamento sulle posizioni della maggioranza. Serve un patto di legislatura chiara, ma anche un cambio di stile».

Cosa ha frenato, in un primo momento della crisi, il passaggio dei senatori dell’Udc alla maggioranza?

«Siamo rimasti molti feriti di quello che è successo a Lorenzo Cesa. Nessuno parla di giustizia a orologeria, meno che mai il giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, però ci sono delle circostanze, ci sono delle coincidenze, ci sono cose che ti fanno sentire a disagio e ti obbligano a pensare e riflettere. Quando ti fermi a riflettere, la decisione successiva potrebbe cambiare».

A proposito di decisioni, condivide quella di Matteo Renzi di staccare la spina al governo?

«La battaglia di Matteo Renzi, su alcuni contenuti, io la condivido. Ad esempio sul fatto che il presidente dal Consiglio, da novembre, non li teneva in considerazione. Coincido anche con Matteo Renzi sulla richiesta del Mes, molto utile. Intendiamoci, Salvini non le vuole, ma fortunatamente a Udc e Forza Italia è rimasta autonomia di pensiero e di azione. È la tempistica di Italia viva che mi lascia totalmente senza fiato».

Dopo il discorso di ieri, però, l’apertura a rientrare in maggioranza sembra totale.

«Ci sono tre passaggi interessanti nel discorso di Renzi. Che il presidente della Repubblica dia un mandato esplorativo per sapere se c’è una soluzione alternativa alla Crisi. Ma si sa che Pd e 5 stelle sono fermi sul “nient’altro che Conte”. L’altra cosa interessante detta da Renzi è “devono venire loro a chiedermi di far parte della maggioranza”, perché in questo momento sembra convinto che gli altri abbiano più bisogno di lui di quanto lui degli altri. È un modo per porsi in una situazione contrattuale di vantaggio. Terza cosa importante, riaprire il dibattito sulle priorità e sui contenuti: mi sembra una punto molto interessante».

E tornerà sul tavolo la questione del Mes.

«In questo momento, con i vaccini che non arrivano, il lockdown pazzesco…».

Il problema politico del Mes è che, in parlamento, i 5 stelle sono in maggioranza.

«Infatti il dramma è che cinque anni di legislatura possono essere tanti. Per cui i 5 stelle che sono arrivati presidiando tutto il territorio, adesso risultano sovradimensionati in parlamento rispetto alla consistenza sul territorio. Meloni, che era entrata nell’area di centrodestra da soggetto più fragile, adesso cavalca il consenso ed è sottodimensionata in parlamento. Certo, la risposta a questo dilemma te la danno solo le urne. Ma non è il momento per tornare al voto. Allo stesso tempo, è innegabile il fatto che il parlamento, adesso, non sia lo specchio fedele di quello che sta accadendo nel Paese».

Si può fare un governo senza Italia viva?

«Io lo trovo molto difficile, è una questione quantitativa. Il governo senza Italia viva e senza Forza Italia e Udc è impossibile, non ci sono i numeri. Un governo con una componente di centrodestra e senza una componente rilevante del centrosinistra sarebbe una tale anomalia che costituirebbe un vulnus da entrambe le parti. Quindi bisogna riuscire a fare un governo con una maggioranza sufficientemente ampia da rendere utile, interessante la presenza di Renzi, ma non condizionante ed esclusiva garanzia della durata del governo. Riassumo: Renzi ci deve essere ma non deve essere il deus ex machina».

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