Italiani bloccati in Brasile, la storia di Denis: «Mio figlio è autistico e deve rientrare in Italia»

Era andato con la madre e la sorella a San Paolo per sottoporsi alle cure. Ora non può tornare a causa dello stop ai voli per la pandemia. Il padre a Open: «Ci sentiamo abbandonati, la situazione sta diventando difficile»

Denis Geuna ci scrive da Torino con un unico pensiero (e obiettivo): riportare a casa la moglie Juliana e i suoi due figli gemelli di 5 anni. Erano andati a San Paolo, in Brasile, non per vacanza: «Erano lì per curare mio figlio, che è autistico e che doveva sottoporsi all’ABA, una terapia che incide sui suoi comportamenti sociali non adeguati. Tra l’altro, a causa della pandemia, senza asilo, senza attività sportive, è tutto peggiorato», ci confida Denis, 41 anni. Erano partiti il 12 dicembre e sarebbero dovuti rientrare il 24 gennaio, poi è arrivato lo stop ai voli del governo italiano – per contrastare la variante brasiliana del Covid – e così sono rimasti bloccati lì. «Ci sentiamo abbandonati, la situazione sta diventando difficile sia dal punto di vista economico che psicologico. L’ambasciata non sa cosa dirci e io ho già speso quasi 2.000 euro per i voli. Il prossimo sarà il 16 febbraio ma chissà se riusciranno a partire», aggiunge.


«Non vogliamo aerei di Stato»

Denis ci tiene a precisare che la moglie, di origine brasiliana, vive nel nostro Paese da 15 anni, ha cittadinanza italiana, così come i suoi figli, e residenza a Torino. «Perché i cittadini italiani non possono ritornare nel loro Paese facendosi tamponi e quarantena?», si chiede. «Non vogliamo nemmeno che qualcuno ci paghi il volo, abbiamo già preso i biglietti, non abbiamo bisogno di aerei di Stato», precisa. Dello stesso parere i tanti, troppi cittadini italiani bloccati in Brasile: si parla di 1.500 persone.

I problemi con il figlio autistico

«Mio figlio deve rientrare in Italia, qui ha l’asilo, le sue terapie. Per fortuna che ci sono le videochiamate a colmare la distanza. Gli manca la routine, già interrotta dal Covid che ha peggiorato la situazione. Ha più crisi, già il solo fatto che non può andare a fare ippoterapia, che non può andare in piscina due volte alla settimana», ci racconta.

Gli italiani bloccati in Brasile

Come documentato da Open, non manca chi sta cercando di acquistare due biglietti, uno per spostarsi dal Brasile verso, ad esempio, l’Argentina, il secondo per atterrare in Italia, aggirando il divieto e dichiarando, di fatto, il falso (visto che è proibito l’ingresso nel territorio italiano per chiunque abbia soggiornato negli ultimi 14 giorni in Brasile). «Capisco chi lo fa per disperazione. Io non voglio rischiare ma, se avessi voluto, sarei andato a prenderli in aeroporto a Parigi e poi li avrei riportati in auto a casa. Non lo farò perché non mi pare corretto», conclude.

L’appello dell’ambasciatore: «Rientrino al più presto»

Ma le storie che arrivano dal Brasile sono tantissime. C’è chi ha la figlia di 8 anni che deve rientrare a scuola, chi non sa dove alloggiare, chi deve curarsi in Italia, chi ha perso il lavoro. Al momento l’ambasciata non sa cosa fare. A confermarlo è lo stesso ambasciatore d’Italia a Brasilia, Francesco Azzarello, all‘Agi: «La pandemia in Brasile si è fortemente aggravata. Il sentimento dominante fra i residenti in Italia bloccati in Brasile è di costernazione, frustrazione e crescente angoscia». La soluzione al problema è, dunque, quella invocata dalle 1.500 persone bloccate, ovvero «poter rientrare sottoponendosi a tutti i controlli ritenuti necessari dal Ministero della Salute. La proroga dell’ordinanza del 16 gennaio scade il 15 febbraio. Viene auspicato un semplice provvedimento ad hoc, prima della scadenza, a favore dei soli residenti in Italia».

La lettera al presidente della Repubblica

L’ultimo disperato tentativo di rientrare in Italia arriva da Sergio Velloso, rappresentante di buona parte degli italiani rimasti bloccati in Brasile, che ha scritto una lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Siamo abbandonati in Brasile, senza assistenza, dato che l’ambasciata e i consolati dicono, quando rispondono, di non poter fare altro. Alcuni casi sono anche gravi: bambini che rischiano di perdere l’anno scolastico, famiglie separate, persone affette da malattie che hanno bisogno di farmaci specifici e cure mediche, persone minacciate di essere licenziate se non tornano al lavoro. Lasciarci così, in un Paese ad altro rischio contagio, è un abbandono crudele».

Foto in copertina di OPEN | I volti dei minori sono stati oscurati per tutelare la loro privacy

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