Vaticano, torna a parlare Enzo Bianchi: «Poste condizioni disumane e offensive della dignità per l’addio a Bose»

L’ex priore torna sullo scontro con la Santa Sede: «Ecco perché non ho accettato il trasferimento». Papa Francesco, prima di partire per l’Iraq, ha confermato la richiesta di allontanamento del fondatore della comunità monastica

Enzo Bianchi torna a parlare. Lo fa in un lungo comunicato, a oltre nove mesi dallo scontro con la Santa Sede sull’allontanamento dalla comunità monastica di Bose, da lui fondata 56 anni fa. Uno scontro nato sulla scia di un’ispezione della Santa Sede «in seguito a serie preoccupazioni pervenute da più parti che segnalavano una situazione tesa e problematica per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità del fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno». La Santa Sede aveva stabilito che Bianchi dovesse «trasferirsi in altro luogo, decadendo da tutti gli incarichi attualmente detenuti».


A questo proposito, ora, Bianchi fa sapere che erano state poste per il suo trasferimento condizioni «disumane ed offensive della dignità» sua e dei confratelli che lo avrebbero accompagnato nella nuova destinazione di Cellole, in Toscana. Bianchi, 77 anni, si era dimesso da priore nel 2017, a vantaggio di Luciano Manicardi. Alla base dell’ispezione del Vaticano, ci sarebbe stato proprio il problematico passaggio di consegne al nuovo priore della comunità monastica fondata da Bianchi con l’obiettivo di riunire diverse Chiese cristiane.

La posizione di Papa Francesco

Il decreto del delegato pontificio ingiungeva a Bianchi «di trasferirsi a Cellole senza sapere né identità né numero dei fratelli e delle sorelle che sarebbero andati a vivere con lui. Nel contratto di comodato – rende noto lo stesso Bianchi – si prevede che l’Associazione Monastero di Bose, nel suo rappresentante legale fr. Guido Dotti, può cacciare da Cellole in ogni momento, su semplice richiesta e senza motivarne le ragioni, fr. Enzo Bianchi e quanti vi risiedono con lui».

E ancora: «Il contratto di comodato d’uso concede gli edifici del priorato di Cellole stralciando però intenzionalmente i terreni annessi all’edificio e necessari per la coltivazione, per l’orto e per la provvigione dell’acqua durante l’estate. Si dichiara che ai monaci e alle monache di Bose che vivranno a Cellole è vietato non solo fare riferimento a Bose, ma anche affermare di condurre vita monastica o cenobitica: potranno semplicemente definirsi come coloro che danno assistenza a fr. Enzo Bianchi, pertanto ridotti a meri ‘badanti’», denuncia ancora Bianchi.

Bianchi conclude: «Dall’inizio di febbraio, ho ricominciato la ricerca di una dimora in cui poter vivere la vita monastica e praticare l’ospitalità come sempre ho fatto tutta la mia vita a Bose: alla mia vocazione non intendo rinunciare. Non ho nulla in più da comunicare almeno per ora. Giudicate voi». Papa Francesco, prima di partire per l’Iraq, aveva visto il delegato pontificio e il priore di Bose confermando la validità del loro operato e conseguentemente la richiesta di allontanamento di Bianchi.

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