Covid, la prospettiva lunga di Mantovani: «Potremmo vaccinarci per anni. L’Italia punti sulla produzione»

L’immunologo dell’Humanitas di Milano ha ricordato che il rischio legato ad AstraZeneca è basso, ma puntare sugli over 60 ha i suoi vantaggi

«Sa cosa faccio per tirarmi su di morale? Un giro al centro vaccinale dell’ospedale». Come tutti i sanitari, anche l’immunologo Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Humanitas di Milano, vive giornate difficili da quando c’è il Coronavirus. L’arrivo del vaccino ha cambiato prospettiva sull’emergenza, ma ora il caso AstraZeneca rischia di colpire la campagna vaccinale. Secondo Mantovani, nonostante il rischio trombosi legato al vaccino sia basso, la raccomandazione dell’Aifa di riservare il vaccino di Oxford solo agli over 60 è giusta, perché ci permette «mettere in sicurezza prima possibile gli ultra sessantenni, che sono la nostra priorità».


«Se avremo più dati sulle reazioni avverse si potrebbe continuare con AstraZeneca anche con gli under 60 se avremo più dati sulle reazioni avverse», ha dichiarato in un’intervista a la Repubblica. «Ora non capiamo ancora il meccanismo che le scatena e se è un problema del vaccino o della piattaforma usata». In ogni caso, è bene ricordare «il Regno Unito ha vaccinato 20 milioni di persone e registrato 79 casi di trombosi». Circa un caso su 250 mila, cioè un rischio «più basso» rispetto a quello che lega casi di trombosi e pillola concezionale.

Che fare con gli under 60 che hanno fatto la prima dose? Continuare con AstraZeneca o cambiare vaccino? «C’è il rischio che le persone, disorientate, rifiutino la secondo dose», dice l’immunologo. «Ma se non si hanno avuto problemi è saggio non cambiare farmaco. Del resto – ha sottolineato – non abbiamo ancora dati sull’efficacia dell’incrocio di vaccini diversi. Alle tre giovani donne della mia famiglia consiglierò di fare la seconda dose».

Pensando al futuro, per Mantovani l’Italia dovrebbe puntare di più sulla produzione di vaccini, anche perché avremo bisogno di dosi per anni: «Abbiamo un problema di varianti ed è possibile che dovremo rivaccinarci contro di loro. Anche per anni, come avviene con l’influenza». D’altronde, ricorda l’immunologo, anche sul tempo della protezione non abbiamo dati che ci dimostrino che sia definitiva, anzi: «I dati di risposta immunitaria indotta dal vaccino, invece arrivano più o meno a 8 mesi e speriamo che questo ci dia una protezione almeno per 1-2 anni».

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