Tutti i problemi della riforma Brunetta: come funziona e perché i giovani temono di essere tagliati fuori dai concorsi pubblici

Scopriamo in cosa consiste la nuova riforma Brunetta, il tanto contestato articolo 10 del decreto Covid e quando (e come) verranno valutati i titoli e le esperienze professionali pregresse dei candidati

Cinquecentomila posti nella pubblica amministrazione nei prossimi 5 anni. Circa 100 mila all’anno. Il governo Draghi per assumere più velocemente, per spingere sul pedale dell’acceleratore dei concorsi pubblici, ha pensato bene di stravolgere le procedure di selezione. Come? Al posto della classica prova preselettiva, arriva la valutazione dei titoli «legalmente riconosciuti ai fini dell’ammissione alle successive fasi concorsuali». Questo è ciò che si legge all’articolo 10 del decreto legge n. 44 dell’1 aprile 2021. In altre parole, accedono ai concorsi pubblici – e quindi alle prove, scritte o orali che siano – solo coloro che sono in possesso dei titoli richiesti dalle pubbliche amministrazioni che bandiscono i concorsi. Potrebbe, ad esempio, essere imposta una laurea o un dottorato. E chi non ne è in possesso? Chi non ha un dottorato perché, ad esempio, non può permetterselo? Per loro non c’è spazio. Scordatevi, dunque, i quiz a risposta multipla.


Il concorso “veloce” per il Sud

Intanto i primi risultati di questa “rivoluzione” – targata Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione del governo Draghi – si possono già vedere nel bando per l’assunzione di 2.800 tecnici specializzati nelle amministrazioni nel Mezzogiorno. Un concorso fortemente voluto dalla ministra per il Sud Mara Carfagna che prevede l’assunzione, per un massimo di 36 mesi, di 2.800 tecnici per la pubblica amministrazione del Mezzogiorno con l’obiettivo ben preciso di occuparsi della «progettazione e della spesa dei fondi previsti dalla politica di coesione dell’Ue».


Si cercano amministrativi giuridici, tecnici ingegneristici e progettisti (solo per fare qualche esempio) con una selezione fast track – così si legge – che prevede «la selezione in base ai titoli e all’esperienza maturata. Un’unica prova senza carta e penna in più sedi decentrate, la pubblicazione delle graduatorie e le assunzioni veloci». In altre parole, in questo caso (e solo in questo caso, precisano dal ministero) verranno valutate, ai fini dell’ammissione al concorso, anche le esperienze. Chi non ne ha, resta fuori.

Il motivo? C’è – ci spiegano dal dipartimento della Funzione pubblica – la necessità di immettere subito nella pubblica amministrazione personale qualificato, già preparato. Non c’è tempo da perdere. Quindi, in questo caso, e sembra evidente, il rischio per molti di non poter partecipare al concorso c’è eccome. Ma, promettono dal ministero, questo sarà un caso isolato, «speciale». In tutti gli altri concorsi non sarà (o non dovrebbe essere) così: i titoli verranno valutati nella fase di preselezione, le esperienze – come sempre – alla fine.

Uno sbarramento, quello che è stato previsto nero su bianco nel bando per il Sud che, a quanto pare, non ha scoraggiato gli aspiranti concorsisti: al momento sono state registrate quasi 19mila candidature. Il 32,8 per cento dei candidati ha meno di 30 anni, il 43,2 tra 30 e 40 anni (dati aggiornati alle ore 8 del 10 aprile 2021).  L’obiettivo del governo resta quello di «svecchiare, qualificare e digitalizzare» alla luce, tra l’altro, dell’età media dei dipendenti pubblici italiani che è pari a 50,7 anni (il 16,9 per cento è addirittura over 60).

«Una sciagura che si abbatterà sulle nuove generazioni»

Mentre il governo rassicura, i concorsisti – e chi li affianca in questa battaglia – hanno ancora diversi dubbi. L’avvocato Francesco Leone, con il suo studio Leone-Fell, ad esempio, è sul piede di guerra. Le sue parole sono durissime: «Si tratta di una delle peggiori sciagure che si stanno abbattendo su una generazione di italiani – dice a Open -. Questo decreto non solo dà un calcio nel sedere ai giovani ma finisce anche per assumere solo adulti, da 35 a 40 anni, con esperienze, che non è detto che siano più preparati dei 28enni che, anche a causa della depressione del mercato del lavoro, hanno pochissime esperienze maturate. Il claim di questo governo è “corriamo” ma così lasciano indietro i giovani e promuovono un concorso per vecchi. Un dramma».

«Una riforma incostituzionale»

«Nel caso in cui non dovessero ascoltarci – annuncia l’avvocato – saremo pronti a fare tutti i ricorsi. Questa è una riforma incostituzionale, non abbiamo dubbi. Viola la Costituzione. Dall’articolo 4 («La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società») all’articolo 51 («Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza»). La giurisprudenza dice chiaramente che, per selezionare il merito, bisogna sottoporre alle prove più persone possibili. Più esamini, più trovi il merito. Il rischio, infine, è che venga data troppa discrezionalità alle amministrazioni che potrebbero bandire persino concorsi confezionati su misura».

«Largo ai bamboccioni di tutte le età»

Per Luigi Iovino, deputato del Movimento Cinque Stelle (che si riferisce al bando per il Sud) «non c’è espediente migliore, per dare un ulteriore stimolo alla fuga a gambe levate dei nostri giovani talenti, che una selezione per titoli ed esperienze professionali che ragazzi appena laureati non potranno mai aver maturato. Introdurre questo requisito equivale a tagliare fuori una fetta consistente di giovani neolaureati». Un «paradosso» per il Mezzogiorno dove il dramma è proprio la disoccupazione giovanile.

«Soltanto 2 giovani su 100 nella pubblica amministrazione italiana – aggiunge il deputato grillino Francesco Berti – mentre in Francia 21, in Germania 30 e la media Ocse è di 18. Le generazioni con competenze digitali e sensibilità ambientali sono escluse dallo Stato». «Le nuove norme sui concorsi pubblici, così come scritte, rischiano di tagliare fuori quasi 150 mila giovani neolaureati, under 30, che avevano scelto di fare l’insegnante», tuona, invece, l’ex ministra Lucia Azzolina. L’esperto di didattica e manualistica concorsuale Giuseppe Cotruvo, infine, è su tutte le furie: «Finalmente è chiaro quale sia il nuovo modello della pubblica amministrazione. Largo ai bamboccioni di tutte le età». E c’è anche chi ha aperto una petizione su Change.org (oltre a due gruppi su Facebook). Il clima è incandescente.

Foto in copertina: ANSA/ETTORE FERRARI

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