Ridurre la disparità di genere con il Recovery Plan? In attesa del piano italiano, ecco cosa propongono gli altri Paesi

Le conseguenze della pandemia hanno colpito duramente le donne e il perseguimento della parità di genere. Tra gli obiettivi del Ngeu c’è il sostegno alla parità di genere, ma la strada da fare è ancora lunga

La pandemia si è rivelata una delle principali sfide per l’uguaglianza di genere in Europa, realtà della lotta al virus e delle restrizioni ha esacerbato le disparità esistenti. Le donne sono largamente presenti nei settori più esposti e che non si sono mai fermati: medicina, sanità, farmacie, grande distribuzione, assistenza specializzata alle persone fragili, insegnamento. Inoltre, gran parte della forza lavoro spazzata via dalle restrizioni è composta da donne: ristorazione, alberghi, eventi, commercio al dettaglio, servizi di pulizie in luoghi pubblici e privati. Che abbiano continuato a lavorare o perso il posto, le donne hanno sofferto di più conseguenze della pandemia. 


Anche le donne che hanno potuto lavorare in smart-working hanno dovuto farsi carico di ulteriori difficoltà, alle prese con i figli obbligati a stare in casa in didattica a distanza, con la cura dei parenti anziani e della casa. Nei casi più gravi poi, crisi economica e convivenza forzata hanno aggravato le situazioni peggiori, causando un aumento impressionante delle violenze domestiche in un contesto in cui è diventato più difficile sottrarsi e chiedere aiuto. 

Ma perseguire l’eguaglianza di genere non è solo una questione di etica, la condizione delle donne in un Paese è un indicatore della condizione di un’economia e di una società, e ogni volta che si riduce la disparità di genere si aprono nuove opportunità che creano benefici a tutti, non solo alle donne. 

Ridurre il gender gap con il Recovery Fund

Secondo le linee guida del NextGenerationEU, nei Recovery Plan va indicato il contributo previsto per l’uguaglianza di genere, spiegando il modo in cui si prevede che le misure contribuiscano alla parità. Germana Di Domenico, la dirigente Mef che coordina il dossier, ha spiegato che la Commissione europea indica per l’Italia la necessità di «sostenere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro», in particolare «garantendo l’accesso a servizi di assistenza all’infanzia di qualità e a lungo termine». 

Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), gli interventi rivolti alla parità di genere si concentrano su istruzione e ricerca (soprattutto nelle discipline STEM), sulla Salute, e negli interventi per ridurre le diseguaglianze, con investimenti in servizi sociali per favorire l’occupazione femminile. Tradotto, favorire l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro attraverso la formazione in settori con poca partecipazione femminile, rendendoli attrattivi con degli incentivi. 

Oltre a questo, fornire una rete di servizi alla famiglia (come gli asili nido, oggi molto onerosi) che permettano alle donne di dedicarsi al lavoro senza essere costrette a farsi carico anche di tutto il peso della cura della famiglia, e soprattutto della maternità. Almeno sulla carta, la proposta sembra in grado di rispettare le richieste della Commissione, se poi sarà veramente utile ad aumentare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è da vedere.

La politica italiana non si concentra a sufficienza sull’argomento. Solo il PD cerca di presidiare le questioni di genere facendone un tema centrale della sua offerta politica, ma per ora è riuscito solo a evidenziare le disparità nel partito. Poi ci sono personalità d’eccezione come Mara Carfagna di Forza Italia, che negli anni è riuscita a incarnare l’immagine di donna capace e indipendente, sempre impegnata sulle questione di genere.

L’approccio degli altri Paesi

Volendo guardare cosa fanno gli altri, può essere utile fare paragoni con i Recovery Plan di Grecia, Portogallo, Spagna, Francia e Germania. Specialmente per quel che riguarda i mediterranei, non ci sono grandi differenze. Il piano della Grecia prevede di promuovere la parità di genere come obiettivo specifico all’interno di alcune misure, in particolare per affrontare la scarsa partecipazione femminile all’economia high tech. Per supportare le madri lavoratrici si promuove la creazione di asili nido all’interno delle imprese. 

Anche la Spagna come l’Italia e la Grecia vuole incentivare la partecipazione femminile ai corsi di studio e percorsi formativi nelle discipline STEM, senza trascurare il rafforzamento dei servizi per la cura dell’infanzia. Un particolare che distingue il Paese iberico è l’attenzione dedicata agli interventi per contrastare la violenza di genere. Nel piano portoghese oltre alle misure per il potenziamento degli asili, c’è attenzione anche per le infrastrutture dedicate alla cura degli anziani, da accompagnare al sostegno di politiche attive del lavoro rivolte alle donne.

La Francia ha un approccio diverso. Gli interventi non vengono declinati in base a una prospettiva di genere, il focus è sui giovani e i disabili attraverso incentivi per l’assunzione, soprattutto nei contesti sociali e nei quartieri più svantaggiati. Parigi però fa anche un passo in più, prevedendo che le imprese che vorranno beneficiare del Recovery Fund dimostrino di aver rafforzato le misure di trasparenza per far fronte alle disparità di genere, soprattutto a livello di retribuzione. 

Nel piano tedesco è previsto il potenziamento dell’offerta dei servizi per l’infanzia già esistenti, con bonus per le famiglie con figli e l’integrazione del sostegno al reddito, e altri benefit fiscali. Berlino però ha in mente anche un provvedimento per garantire il raggiungimento di una quota di genere nei consigli di amministrazione societari, un dato in cui la Germania risulta indietro rispetto all’Italia.

In generale però, dal modo in cui viene affrontato l’argomento in tutti i Paesi traspare una visione di fondo ancora stereotipata, c’è ancora molta strada da fare. Secondo il rapporto del World Economic Forum “Global Gender Gap 2020”, il mondo non realizzerà la piena parità di genere prima di 100 anni, un’orizzonte che nel caso dell’Europa occidentale si riduce a 54 anni. Ma si tratta di un studio sviluppato prima che il Covid-19 si diffondesse nel mondo, rivelandosi come una delle principali sfide per l’uguaglianza di genere.

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