Il ritardo sul Recovery Fund, la fase due del governo Draghi e la promessa delle riforme: ora tocca ai partiti rispettare i patti

Con la consegna del Pnrr Mario Draghi ha chiuso la prima fase del suo mandato, ma è nella seconda che dovrà affrontare le vere sfide per dare il via al Recovery Plan

La ripresa dell’economia procede più lentamente del previsto, e dopo le ultime ottimistiche previsioni della Commissione europea che danno al Recovery Fund un ruolo determinante per la ripresa dell’Italia, aumenta l’aspettativa per il Next Generation EU. Con la consegna del Piano nazionale di ripresa e resilienza, il premier Mario Draghi ha chiuso la prima fase del suo governo, ma è nella seconda che dovrà affrontare le vere sfide per dare il via al Recovery Plan: tra i decreti per la governance del Pnrr e le grandi riforme come quella della Giustizia civile e penale, Draghi deve dimostrare ai colleghi europei di avere il sostegno di una maggioranza determinata a portare avanti il piano di riforme promesso a Bruxelles. 


Dopo la consegna dei primi Recovery Plan, la tabella di marcia europea per l’attuazione del Recovery Fund non procede rapidamente come desiderato. Sono passati 15 giorni dalla scadenza del 30 aprile ma la Commissione ha ricevuto solo 15 piani, mentre sei paesi – Austria, Finlandia, Polonia, Paesi Bassi, Romania, Ungheria – non hanno ancora ratificato gli strumenti finanziari del fondo, tenendo alta la preoccupazione dei commissari europei sulla puntualità dei primi pagamenti. Per l’Italia, principale beneficiario e paese che più di tutti ha bisogno di quei fondi, la questione è di estrema importanza. 


Tuttavia, anche a Roma le cose non procedono come dovrebbero. Lunedì la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, aveva lanciato un primo avvertimento. Nella riunione alla Camera con membri e capigruppo delle Commissioni giustizia ha sottolineato che «sulla durata dei processi il Governo si gioca tutti i 191 miliardi di euro del Recovery, non solo i 2,7 miliardi destinati alla giustizia». Ma l’allarme pervade i corridoi di Palazzo Chigi e arriva fino al Quirinale. Oltre all’indecisione dei partiti a impegnarsi sulle riforme, il problema da risolvere è il nodo della governance, anch’esso legato al via libera delle forze politiche.

Chi dovrà governare il piano

Il governo ha indicato il coordinatore unico del Mef, ma restano da definire la cabina di regia interministeriale e i metodi di supervisione e rendicontazione per l’attuazione dei progetti. I ritardi hanno superato il livello di guardia. Doveva essere tutto risolto entro la metà di maggio prima dell’Ecofin del 18 giugno, ma anche se c’è tempo fino alla fine del mese per Draghi è meglio chiudere questi passaggi prima del Consiglio europeo del 24-25 maggio. Il premier proverà a sbloccare lo stallo e chiamare all’ordine i partiti portando il decreto sulle semplificazioni e quello sulla governance nel Consiglio dei ministri del 20 maggio. 

La promessa delle riforme ha le gambe corte

La situazione è talmente seria che martedì pomeriggio, il giorno dopo l’intervento di Cartabia, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato i presidenti di Camera e Senato per una “ricognizione” sul Recovery, un intervento non previsto che è difficile non collegare a una volontà di Draghi e Mattarella di dare una scossa ai partiti della maggioranza segnalando che con il Pnrr l’Italia si gioca tutto, e non c’è spazio per giochi di palazzo, conflittualità e interessi di partito che lo rallentino o addirittura lo mettano a rischio.

Cartabia ha trasmesso gli emendamenti sulla riforma della giustizia civile e la settimana prossima saranno depositati in commissione. Insieme a quelle della giustizia penale e del Consiglio superiore della magistratura, le riforme dovranno essere approvate alla fine dell’anno. Si tratta di chiudere tre grandi riforme del sistema giudiziario in sette mesi, su temi che hanno sempre diviso la politica, anche trasversalmente. Non riuscirci significa mettere in discussione la seconda tranche del Recovery. Prima ancora, a luglio, tocca alla riforma del fisco, ricca di insidiosi decreti legislativi ed elettoralmente ancora più delicata delle riforme della giustizia.

Nei prossimi mesi la capacità dei partiti di mettere da parte i preparativi della campagna elettorale saranno messi alla prova. Le forze politiche ancora non sembrano rendersi conto della diversa percezione del Recovery Fund tra i paesi europei e dell’attenzione che c’è sull’Italia, come se avessero la convinzione che i fondi arriveranno comunque, né sembrano aver preso realmente atto che l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi è il risultato del fallimento di gran parte delle narrazioni politiche degli ultimi 10 anni.

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