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Il M5s e l’ambiguità sulla Cina, parla l’ex ministra Trenta: «Pechino è una minaccia. Grillo sbaglia, ora Conte prenda le distanze» – L’intervista

Ha guidato il dicastero della Difesa nel governo gialloverde, prima di lasciare il Movimento. Sugli ex compagni di partito dice: «C’è una trasformazione in atto, ma alcuni parlamentari stanno bloccando il cambiamento»

L’obiettivo primario della missione di Joe Biden al G7 è stato da subito chiaro: ricucire un rapporto solido – dopo l’era Trump – con gli alleati europei in funzione anti-cinese. Sulla sabbia della Cornovaglia, alla prima riunione in presenza tra le sette potenze da quando è scoppiata la pandemia, si è tenuto un G7 storico: il Regno Unito, adesso, non partecipa più da membro dell’Unione europea, Angela Merkel si congeda dai leader degli altri grandi Paesi e il rappresentante dell’Italia è Mario Draghi, non più Giuseppe Conte. Già, Conte, il due volte premier portato a Palazzo Chigi dal Movimento 5 stelle, soggetto politico che si fonda su un’ambiguità nei rapporti con Pechino. Dopo questo incontro e le dichiarazioni del presidente del Consiglio, il governo italiano sembra aver rimosso ogni ombra sul suo posizionamento nello scacchiere internazionale: la Cina, ora, è «una autocrazia che non aderisce alle regole multilaterali e non condivide la stessa visione del mondo della democrazie», ha dichiarato Draghi.


Il Movimento 5 stelle, tuttavia, resta il partito che esprime la maggioranza relativa dei parlamentari italiani, molti dei quali non hanno rinnegato le proprie simpatie verso oriente. I grillini, tra le altre cose, sono stati i principali fautori dell’adesione italiana alla Belt and Road Initiative: il 23 marzo 2019, nella cornice di Villa Madama, Roma e Pechino siglavano l’intesa sulla Nuova via della seta. Nelle foto di quella giornata memorabile per il rapporto tra i due Paesi, compaiono il presidente cinese Xi Jinping, il ministro degli esteri Wang Yi, l’allora vicepremier Luigi Di Maio e il premier Conte. «Italia e Cina devono impostare relazioni più efficaci e costruire meglio rapporti che sono già molto buoni», commentò l’inquilino di Palazzo Chigi. L’attitudine filocinese dei 5 stelle trae origine dal suo stesso fondatore. Beppe Grillo, che proprio durante il G7 del contrasto a Pechino ha fatto visita all’ambasciata della Cina in Italia – con un timing che ha imbarazzato persino Conte, sfilatosi dal bilaterale – ha una lunga tradizione di dichiarazioni pro-Cina e di visite riservate all’ambasciatore di Pechino.


Per giustificarle, a novembre del 2019, disse: «Gli ho portato – all’ambasciatore, ndr. – del pesto e gli ho detto che se gli piacerà dovrà avvisarmi in tempo perché sarei in grado di spedirne una tonnellata alla settimana, sia con aglio che senza, per incoraggiare gli scambi economici!». Per ribadire il concetto, all’indomani della chiusura del G7 – il 15 giugno – Grillo ha condiviso sul suo blog un articolo in cui si criticano i valori comuni dell’Occidente e la «parata ideologica» di G7 e riunione Nato. «L’appello ai “valori comuni” suona particolarmente patetico nel contesto di un Occidente il cui sistema di sfruttamento plutocratico ha fatto strame sia di tutto ciò che è “comune” che di tutto ciò che è “valore”». Chi conosce da vicino le ambivalenze del Movimento nelle sue idee di politica estera è l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta. Fuoriuscita dai 5 stelle il 2 giugno 2021, non nasconde di essere stata sempre contraria alla linea filocinese del Movimento e sulle recenti uscite di Grillo dice a Open: «Se lo poteva risparmiare».

Il Movimento 5 stelle ha sempre guardato a Pechino con simpatia e lei, da ex ministra della Difesa, aveva in mano molti dossier che riguardavano gli intrecci politico-economici tra Italia e Cina. Ha mai visto quel Paese come una minaccia per l’Occidente?

«Ritengo che la Cina sia una minaccia soprattutto dal punto di vista della cybersecurity. I cinesi, da sempre, puntano a vincere le battaglie senza combatterle. Per loro è importante raggiungere un’egemonia economica utilizzando tutte le informazioni che possono avere su di noi. È un tema che riguarda tutte le aziende, pubbliche e private. La cosa più preoccupante è che hanno già il controllo su moltissime nostre informazioni, sui nostri dati, e le hanno ottenute facendoci comprare i loro prodotti per comunicare. Alcuni di essi trasmettono i nostri dati simultaneamente verso i server cinesi. Hanno un’enorme capacità di raccogliere informazioni e utilizzarle a proprio vantaggio. Forse è già troppo tardi per porre l’attenzione su questo aspetto. E comunque, non può essere nemmeno ignorato il fatto che la Cina sia un partner commerciale imprescindibile per la nostra economia».

Le leggo uno stralcio del comunicato rilasciato dalla Nato il 14 giugno: «Le ambizioni della Cina e il suo comportamento assertivo sono sfide sistemiche all’ordine internazionale basato sulle regole, così come alle aree rilevanti per la sicurezza dell’Alleanza. Siamo preoccupati da queste politiche coercitive […] La Cina sta rapidamente rafforzando il suo arsenale nucleare […] È poco trasparente nella sua modernizzazione militare. Siamo preoccupati per la frequente mancanza di trasparenza e l’uso della disinformazione». Condivide la preoccupazione?

«Assolutamente sì. Non si attengono alle regole internazionali. La disinformazione ha nella cibernetica il suo strumento prediletto. Questo ci deve obbligare a procedere con grande cautela ogni volta che abbiamo a che fare con la Cina».

Proprio mentre si svolgeva il G7 in Cornovaglia, che tra i suoi temi centrali ha avuto il rilancio dell’atlantismo in ottica anticinese, Beppe Grillo ha scelto di andare a incontrare l’ambasciatore di Pechino in Italia. È una scelta di campo del partito più rappresentato nel parlamento italiano?

«Mi piacerebbe pensare che, quello di Grillo, sia stato semplicemente un errore. Tendo però a credere che sia più un tentativo di tracciare le differenze con le altre forze politiche. Per fortuna Conte non ci è più andato, ma avrebbe dovuto giustificare meglio la scelta. Il fatto che sia andato solo Beppe mi fa pensare che sia una mossa indipendente e che non rappresenti l’intero partito. Certo, Beppe se lo poteva risparmiare. Almeno che non lo spieghi, perché la coincidenza è particolare. Se lui è stato disattento con la coincidenza di date, sicuramente non lo è stata l’ambasciata cinese: loro calcolano tutto».

Mentre lei era al governo – durante il Conte uno – l’Italia ha siglato gli accordi della Nuova via della seta. Difende quella scelta, per la quale Luigi Di Maio si spese molto, anche se alla luce delle dichiarazioni di Mario Draghi al G7 – «La Cina è un’autocrazia, le nostre visioni sono incompatibili» – il governo, adesso, sembra intenzionato a raffreddare la collaborazione con Pechino?

«La Cina è un’autocrazia, ma diciamo anche che l’Egitto non è molto democratico e continuiamo ad avere accordi con il Cairo. Quando un leader politico utilizza questo linguaggio, generalmente lo fa per giustificare determinate decisioni. Draghi ha detto la stessa cosa anche nei confronti di Erdogan. Ma sappiamo che c’è bisogno di un equilibrio nella politica internazionale e l’Europa ha bisogno della Turchia».

«Lascio i 5 stelle, più precisamente questo Movimento. Non è più la casa della trasparenza, della democrazia dal basso, della partecipazione e della coerenza con valori che sono e resteranno comunque miei». Trenta, lei è uscita dai 5 stelle con queste parole, in cui dice cosa il Movimento non è più. Cos’è, invece, adesso?

«Il Movimento è in cerca di autore. Sta cercando di capire cosa diventare. Si sta trasformando con un processo dall’alto e ciò molti attivisti non lo comprendono. Non ci si rende conto che la forza del Movimento era di essere un movimento dal basso. La scelta che è stata fatta, di calare il leader dall’alto, viene vista come uno strumento per tornare a crescere. Però è una scelta troppo condizionata, il condizionamento che deriva da scelte passate, come la regola del doppio mandato. Il condizionamento dei parlamentari, di cui Conte ha bisogno, e che stanno bloccando l’iter verso il neo-movimento di Conte. Ed è un peccato, perché una linea politica chiara Conte sarebbe stato in grado di darla. Il Movimento sta, comunque, diventando un partito, ed è un bene. Io stessa ero distante dal Movimento sulla politica estera, proprio sull’atlantismo, e auspicavo un cambiamento. Ma il cambiamento è arrivato troppo tardi e senza rispettare le dinamiche della democrazia diretta. Non sono una talebana, sia chiaro, avrei votato la fiducia a Draghi se fossi stata una parlamentare. Adesso, però, non vedo personalmente perché restare nel Movimento visto che è diventato un soggetto uguale a tutti gli altri».

Sempre nel suo post di addio, ha speso parole di ringraziamento per Luigi Di Maio. Ha scritto: «Dovevamo e volevamo cambiare il Paese e invece, tra troppe paure, è cambiato il Movimento». Anche la collocazione geopolitica dell’Italia, che i 5 stelle volevano equidistante da Occidente e Oriente, rientra tra gli insuccessi della stagione grillina con Draghi al governo?

«No. Per quanto mi riguarda era qualcosa che io speravo cambiasse. Io conobbi Luigi durante una conferenza di politica estera e difesa in università. Prima che i 5 stelle andassero al governo, lui aveva già cambiato totalmente posizionamento sulla geopolitica. Lì compresi che il Movimento stava già cambiando, crescendo. Mi fu chiara la posizione di Luigi su Nato, Ue, non parlò di F35, di antiamericanismo. Diciamo che il Movimento già prima di governare, anzi Luigi Di Maio già sapeva che governare era tutt’altra cosa. Invece, la comunicazione politica è andata in un’altra direzione: credendo di perdere il consenso di quella parte del Movimento anti-Stati Uniti e più vicina dall’altra parte del mondo, si è continuato a soffiare sul vento dell’antiamericanismo. In Luigi vedo coerenza politica e incoerenza comunicativa».

Perché?

«Nonostante avesse cambiato idea sul rapporto dell’Italia con gli altri Paesi, anche al governo, ha continuato a dare dei messaggi particolari. Andare a parlare con i gilet gialli, ad esempio, non è un indicazione di europeismo. La figura di Conte, invece, è sempre stata affine alla mia. Nel corso del primo governo, abbiamo cercato di essere la cerniera facendo attività di mediazione, negoziazione tra il Movimento delle origini e l’attività del governo. Credo ci sia sempre stata la volontà di riportare il Movimento in un alveo più consono alla tradizione di politica estera italiana. Che non significa accettare gli ordini degli americani, ma significa essere un Paese serio, un Paese che sa da che lato del mondo è collocato. La serietà, purtroppo, in Italia spesso manca».

Se Donald Trump avesse utilizzato gli stessi termini di Joe Biden, buona parte dell’opinione pubblica avrebbe gridato al neo-colonialismo americano?

«Si, per questo sarebbe bene che noi avessimo chiare le nostre idee, le nostre posizioni: ci aiuterebbe a essere Italia davanti a ogni presidente americano insediato alla Casa Bianca. Sarebbe importante per noi avere una posizione ferma su cosa è la Cina, qual è il limite da avere nei rapporti. Un ragionamento complessivo. Quando uno ha un alleato di riferimento così forte, è chiaro che con l’Italia, che è una potenza media e si comporta da tale, la potenza grande sceglie i suoi amici e i suoi nemici. Dal lato della potenza media, non è utile cambiare costantemente idea, ne va della credibilità con i partner internazionali».

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