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Ok del G20 all’imposta minima globale: cosa prevede la misura che sfida multinazionali e paradisi fiscali

Il sistema prevede l’introduzione di regole fiscali condivise su scala mondiale, con un aliquota minima al 15% che si applicherebbe alle multinazionali con un giro d’affari superiore ai 20 miliardi di dollari l’anno

Tra i temi centrali del G20 di Venezia in cui si riuniscono i ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali c’è la riforma della fiscalità internazionale, con la proposta di un’imposta minima globale che ha lo scopo di recuperare il gettito fiscale delle grandi multinazionali, estremamente capaci nello sfruttare tutte le possibilità offerte dalla globalizzazione e dagli ordinamenti giuridici per sfuggire – in maniera del tutto legale – dalle tasse dei governi. Negli ultimi vent’anni la crescita inarrestabile dei giganti del web e dell’high tech ha reso necessario superare questi ostacoli. Inoltre, dopo la crisi causata dal Covid-19 tutti i governi hanno bisogno di recuperare risorse fiscali per finanziare la ripresa economica. «Appoggiamo le principali componenti del sistema a due pilastri sulla riallocazione dei profitti delle multinazionali e una effettiva tassa minima globale come prevista nell’accordo a livello Ocse». L’endorsement di principio alla minimum global tax – secondo fonti dell’Ansa – è scritto nella bozza del comunicato finale del vertice. Dopo il G7 di Carbis Bay e l’accordo sostenuto da 131 paesi in sede Ocse l’approvazione del G20 era scontata, ma il momento può essere considerato storico visto che per la prima volta si propone di modificare un secolo di regole fiscali per introdurre un’aliquota minima globale. Tuttavia, ciò non significa che il sistema sia condiviso da tutti i firmatari. Secondo il Financial Times sono almeno 15 i paesi in via di sviluppo che hanno aderito «per forza» o con riserve, mentre altri si sono uniti al gruppo con l’obiettivo di influenzare l’esito finale a loro vantaggio. Perciò, nonostante l’accordo di principio prima di rendere reale la proposta ci vorranno anni di negoziati.


I due pilastri della minimum global tax

Il sistema si basa su due pilastri e prevede l’introduzione di regole fiscali condivise su scala mondiale, che si applicherebbe alle multinazionali con un giro d’affari superiore ai 20 miliardi di dollari l’anno con almeno il 10% di margine di profitto. Si terrà conto sia del fatturato che della redditività. Nel regime rientrerebbero anche i giganti del web e dell’high tech: Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft (GAFAM). Il primo pilastro prevede una ripartizione degli introiti fiscali più equamente distribuita tra stati-nazione. Le multinazionali pagherebbero più tasse nei paesi dove vendono effettivamente prodotti i servizi anziché dove hanno la sede legale e dichiarano i profitti, spesso nazioni con livelli di tassazione molto più bassi della media che basano la propria economia sul questo vantaggio competitivo fiscale. Secondo le stime, in questo modo la base imponibile si potrebbe ampliare fino a 150 miliardi di dollari. Il secondo pilastro prevede che venga stabilita un’aliquota minima del 15% a livello globale, nessun paese potrà offrire un’aliquota più bassa. Così facendo le multinazionali si troverebbero di fronte a una tassazione minima ovunque svolgano le loro attività, riducendo drasticamente le possibilità dei paradisi fiscali. L’accordo include anche un meccanismo specifico per incrementare le entrate dei paesi più poveri.


Il negoziato sull’aliquota minima e i contrari nell’Ue

«In questo modo taglieremo le gambe all’insana corsa al ribasso sulle tasse e garantiremo alle nostre comunità una base finanziaria. Anche chi è contrario dovrà adeguarsi», ha commentato il ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz. Il ministro delle finanze francese Bruno Le Maire ha detto che si batterà affinché l’aliquota sia superiore al 15%. Anche il presidente degli Stati Uniti Joe Biden vuole un aliquota del 21% (in parte per sostenere la sua riforma fiscale). Altri paesi però vogliono mantenere la soglia minima il più vicino possibile al 15%. Poi ci sono gli otto paesi che non hanno aderito affatto, inclusi tre stati membri dell’Unione europea: Ungheria, Estonia e l’Irlanda. L’aliquota minima irlandese è fissata al 12,5% e il ministro delle finanze irlandese Paschal Donohoe ha stimato che aumentarla causerebbe una fuga di aziende e costerebbe all’Irlanda più di 2 miliardi di euro di entrate fiscali annuali. L’Ue ha bisogno dell’unanimità per ratificare l’accordo. L’Ungheria ha un aliquota fissata al 9% (la più bassa in Europa) e il premier Viktor Orbán si oppone all’aliquota minima al 15% perché danneggerebbe gli investimenti stranieri nel suo paese. L’Estonia invece applica le tasse solo sugli utili distribuiti dalle aziende, e ha criticato l’accordo dell’Ocse come dannoso per le imprese, la concorrenza internazionale e la creazione di posti di lavoro. 

La global tax si scontra con la digital tax europea

A complicare ulteriormente il quadro c’è il piano della Commissione europea per introdurre una digital tax europea, come richiesto nel Consiglio europeo dell’estate scorsa. La discussione è prevista per la prossima settimana ma alcuni membri della Commissione stanno facendo pressioni affinché venga rinviata ancora per non turbare i colloqui sulla minimum global tax. L’idea di una tassa Ue sui giganti del web è sgradita Washington, Biden ha esortato Bruxelles a rinviare o abbandonare l’idea. Qualsiasi imposta che miri direttamente ai colossi tecnologici rischia di provocare un contraccolpo nel Congresso USA, rendendo ancora più difficile il processo legislativo per applicare il programma dell’amministrazione Biden. La segretaria del tesoro USA Janet Yellen dovrebbe recarsi a Bruxelles per partecipare all’Eurogruppo di lunedì. Sulla carta la discussione con Yellen si occuperà della politica macroeconomica e bancaria, non delle questioni fiscali, ma i funzionari non hanno escluso la possibilità che alcuni ministri vogliano discutere l’argomento.

La proposta dell’Ocse rischia di restare senza denti

Il Regno Unito potrebbe ricevere un’esenzione per il settore dei servizi finanziari, cosa che proteggerebbe le grandi banche di Londra dall’obbligo di pagare più tasse sui profitti in altri Paesi (Ue compresa). In cambio di questa concessione, il governo britannico farà marcia indietro sulla sua digital tax che danneggia le big tech statunitensi. Inoltre, il sistema della minimum global tax entrerà in vigore solo su margini di profitto superiori al 10%, multinazionali come le Google e Facebook hanno fatto grandi sforzi per mantenere bassi – almeno sulla carta – i loro margini di profitto. Tradotto in parole semplici, i paradisi fiscali europei e le multinazionali continueranno a prosperare nonostante la pressione diplomatica, e di passaggio in passaggio il piano dell’Ocse potrebbe essere molto meno efficace rispetto a come è stato immaginato. Se le maggiori banche e multinazionali saranno sostanzialmente risparmiate dagli aumenti delle tasse, il piano del 15% si rivelerà un flop. Il che obbliga di nuovo a porsi la domanda: chi finanziera la ripresa economica post-pandemia?

Immagine di copertina: il ministro Franco ANSA

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