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Tra focolai e variante Delta il virus corre ma l’Italia non lo cerca. Il report riservato: «Pochi tamponi, entro agosto 11 mila casi al giorno»

Secondo le stime del rapporto riservato messo a disposizione del governo, a fine luglio ci saranno 3mila positivi ogni 24 ore. Gli esperti: «Servono 300mila test al giorno» ma la media attuale è di 80mila

L’unico modo per frenare l’arrivo di una possibile quarta ondata di contagi da Coronavirus, temuta per la fine dell’estate, è capire per tempo dove e come il virus si stia attualmente diffondendo. Il rischio di un mancato tracciamento dei casi è quello di arrivare a fine luglio con circa 3 mila nuovi positivi al giorno, e al 30 agosto con 11 mila casi ogni 24 ore. Non sono numeri casuali, ma le stime provenienti dal report riservato messo a disposizione del governo in queste ore e di cui il Corriere riporta i punti principali. La situazione epidemiologica italiana viene messa a confronto con quanto sta succedendo negli Paesi, in particolar con il Regno Unito, dove la variante Delta ha già avuto modo di provocare una pericolosa impennata di casi. L’ondata prevista in Italia per la fine dell’estate andrebbe a coincidere con la ripresa delle attività lavorative e scolastiche, in un periodo dunque di ulteriore riapertura generale. La risalita della curva non avrebbe, secondo gli esperti, le stesse gravissime conseguenze delle ondate precedenti grazie alla presenza dei vaccini, ma porterebbe comunque a effetti pesanti. Questo considerando soprattutto due nodi fondamentali: l’elevata contagiosità della mutazione Deltae i milioni di over 60, e quindi fragili, che ad oggi risultano senza neanche la prima dose di vaccino anti Covid. Un pericolo per la ripresa non solo dei contagi ma anche della pressione ospedaliera.


L’Italia cerca poco il virus

La relazione riservata sul tavolo del governo parla di «un continuo calo dei tamponi che porta al ribasso i nuovi positivi individuati». Uno dei punti più critici della gestione emergenziale di questa fase epidemiologica è proprio questo: nonostante il tasso di incidenza sia ora finalmente tanto basso da permettere il tracciamento dei casi e quindi l’individuazione capillare del virus sul territorio nazionale, l’Italia non lo sta cercando abbastanza. A confermare quanto si legge nel documento riservato è stato giorni fa anche lo stesso presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta che, commentando il consueto monitoraggio settimanale, ha chiaramente spiegato quanto «l’attività di test continui ad attestarsi su numeri troppo bassi con conseguente sottostima dei nuovi casi e insufficiente tracciamento dei contatti».


Gli attuali numeri di positivi riportati dai bollettini nazionali sarebbero dunque al ribasso. Una notizia che preoccupa gli esperti soprattutto per una curva di positivi che incomincia a risalire. Nella prima settimana di luglio «c’è stato un incremento di nuovi casi pari al 13% nonostante il progredire della campagna vaccinale», si legge nella relazione. Senza contare le notizie di focolai che continuano a spuntare in diversi punti del Paese, frutto di viaggi, comportamenti irresponsabili e vaccinazioni ancora assenti. Per tutti questi motivi il tracciamento dei casi è in questo momento uno degli unici modi per impedire la veloce diffusione di un virus che ad oggi sembra tutt’altro che sconfitto.

Servono 300 mila test al giorno ma ne facciamo 80 mila

Secondo gli esperti, «un tracciamento efficace prevede di effettuare almeno 300 mila test al giorno per non sottovalutare il rialzo che avverrà nelle prossime settimane, con l’80% di molecolari». Un numero ben lontano dai 70/80 mila tamponi segnalati dal 1° di luglio ad oggi. Meno persone testate equivalgono a meno eventuali focolai individuati e a un virus che in questo modo può tornare a circolare in maniera indisturbata. «Il vero nodo è quale riflesso avrà l’innalzamento dei contagi in termini di ospedalizzazioni e decessi» spiega il ministro della Salute Speranza, «rispetto agli altri Paesi già fortemente colpiti dalla variante Delta noi per fortuna siamo indietro, quindi possiamo osservare quel che accade altrove». Lo scarto di tempo tra la notizia della diffusione all’estero e l’effettivo dominio della mutazione su territorio nazionale si rivela fondamentale, così come nel caso della variante Alfa o “inglese”, che però ci colse impreparati. Continuare a tracciare e a sequenziare così poco non è certo il modo per approfittarne.

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