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Cristiano Ronaldo, il bilancio di questi tre anni è fallimentare per la Juve e per tutto il calcio italiano

Il club bianconero non ha fatto il salto di qualità a livello sportivo né economico. E tutto il movimento calcistico italiano non ha avuto reali benefici dall’arrivo del campione portoghese

L’operazione Cristiano Ronaldo fu salutata da tutto il calcio italiano come una svolta storica: il fatto che un campione di quella portata avesse scelto di venire a giocare nel nostro campionato avrebbe generato – si disse allora – un grande indotto positivo tanto al nostro campionato quanto alla Juventus. Dopo tre anni, ora che CR7 si accinge a salutare il nostro calcio, è possibile fare un bilancio di questa esperienza: e i risultati sembrano sconfortanti.


La svolta che non c’è stata

Partiamo dal campionato: a parte le prime settimane di curiosità, non si può dire che la presenza di Cr7 abbia cambiato in maniera significativa le presenze allo stadio (parliamo ovviamente di quando ancora non c’erano le misure anti Covid) così come il valore ufficiale del “prodotto” Serie A non ha fatto emergere oscillazioni rilevanti (c’è stata una piccola crescita dei diritti tv, ma nulla di eccezionale); anche la vendita all’estero del prodotto non ha fatto registrare alcuna impennata. Altrettanto negativo pare il bilancio per la società che ha fatto questo importante investimento: se è vero che Cr7 sul campo ha dimostrato il suo valore, non si può dire che la sua presenza abbia cambiato l’andamento generale della squadra. Sono stati vinti due scudetti su tre – di fatto peggiorando la statistica degli anni precedenti – e in Champions League la squadra è andata peggio rispetto alla gestione precedente al suo arrivo.


Un segno negativo sui conti bianconeri

Da ultimo, l’investimento su Cr7 ha lasciato un segno negativo anche sui conti dei bianconeri, che hanno avuto un’impennata del monte salari e una crescita esponenziale dell’indebitamento compensata solo un piccola parte da un timido incremento delle entrate commerciali (la Gazzetta dello Sport di oggi riporta numeri significativi al riguardo). L’unico indicatore positivo riguarda il numero di follower complessivi dei bianconeri: un dato poco rilevante perché non ha prodotto quell’aumento di fatturato necessario a ripagare l’investimento.

L’unico vincitore è Ronaldo

Alla fine dei conti, l’unico che ha veramente capitalizzato al meglio la sua esperienza italiana è proprio il talento portoghese, che ha arricchito il suo palmares di nuovi record (oltre a ingrossare il già ricco conto in banca).
Certo, il Covid ha giocato un ruolo negativo in alcune di queste dinamiche, ma i numeri mostravano un andamento negativo anche prima della pandemia. Bisogna allora cercare di trarre una lezione da questa vicenda: il calcio italiano non può e non deve puntare, per ripartire, su “acquisti della disperazione”. Prendere grandi campioni non più al culmine della loro carriera (Ronaldo aveva 33 anni al suo arrivo), strapagandoli per convincerli accettare di venire a giocare in Italia, non è sostenibile sul piano economico e non fa crescere il movimento. Anzi, un approccio del genere certifica in partenza la debolezza del nostro movimento calcistico, che rischia di diventare il posto dove vengono a svernare le vecchie glorie del calcio mondiale.

La soluzione è investire sui giovani

Il calcio italiano deve battere strade nuove e diverse dalla rincorsa a modelli di business che oggi sono sostenibili solo per società che hanno dietro azionisti che col calcio non devono guadagnare. Abbiamo un patrimonio di conoscenze calcistiche che ancora può primeggiare ovunque, come dimostrano i recenti europei: iniziamo a investire – o meglio, torniamo a farlo – sulla crescita dei giovani talenti, sulla nostra competenza tecnico tattica e su infrastrutture moderne e all’avanguardia. Questa è la strada che una vicenda come quella di Cr7 dovrebbe indicare a tutte le società italiane e a chi governa il calcio professionistico.

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