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Muore di Covid l’ex pilota e No vax (pentito) Jorge Lis: «Radicalizzato sui social, dovevo vaccinarmi»

La storia del motociclista, vicecampione nazionale nella 125 nel 1996 e manager in Superbike, è stata raccontata dalla sorella in una lettera ai giornali iberici

È durata 45 giorni la terapia intensiva dell’ex pilota spagnolo Jorge “Coco” Lis, 46 anni, deceduto per complicazioni legate al Covid all’ospedale La Fe di Valencia. Il centauro, vicecampione di Spagna nella categoria 125 nel 1996 e manager di piloti Superbike, era il simbolo dei No vax del Paese per le sue posizioni negazioniste. Il passaggio da un atteggiamento dubbioso al complottismo sull’epidemia è stato reso pubblico dalla sorella del motociclista, Elena, che ha inviato una lettera ai giornali e media iberici per raccontare la storia di suo fratello, che si era pentito della sua scelta e di non aver ricevuto il vaccino. Secondo la ricostruzione della donna fornita al quotidiano valenzano Levante, nel 2020 Lis aveva iniziato a consigliare ad amici e parenti, inclusa loro madre ultra ottantenne, di non vaccinarsi. La tendenza sarebbe stata alimentata da un viaggio dell’uomo negli Usa.


«Sosteneva l’ex presidente Donald Trump e la sua rete politica, che difendono le teorie negazioniste», spiega Elena Lis. «Una influenza tira l’altra e un canale YouTube porta all’altro. E poi visse un inferno a causa della dipendenza da un medicinale, il Fentanil, per cui aveva una pessima opinione dell’industria farmaceutica». Dopo il contagio, Lis è stato ricoverato e si è pentito per le sue posizioni, come affermato lo scorso luglio dallo stesso ex centauro in un messaggio su Whatsapp alla famiglia. «In questa settimana», scriveva Lis, «ho avuto improvvisamente una delle mie più grandi lezioni di vita. Passare molto tempo sui social mi aveva radicalizzato all’estremo. Mi sarei dovuto vaccinare», ha ammesso Lis. «La realtà è molto semplice», conclude invece la sorella dell’uomo: «il Covid-19 uccide e i vaccini salvano vite. Potrebbero non fermare completamente le infezioni, ma impediscono di finire in terapia intensiva. E questo è più che sufficiente».


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