Perché Mattarella è contrario alla sua rielezione e cosa sta succedendo nella corsa al Quirinale

Dal Quirinale filtra irritazione: l’ipotesi di un bis dell’attuale presidente della Repubblica continua a circolare tra i partiti, nonostante il diretto interessato abbia ripetuto più volte di voler concludere la permanenza al Colle

«La circostanza che in parlamento si proponga di inserire nella Costituzione questo divieto – alla rielezione di un capo dello Stato uscente – è motivo di ulteriore conferma della ben nota opinione dell’attuale presidente». Una perifrasi, con il consueto linguaggio istituzionale, che potrebbe essere tradotta così: basta invocare il nome di Sergio Mattarella per l’elezione di gennaio. Nel comunicato pubblicato direttamente dal Quirinale, ieri 3 dicembre, c’è tutta l’irritazione del Colle. I partiti dovranno trovare un altro nome su cui convergere tra un mese e mezzo perché il bis – come avvenuto per Giorgio Napolitano – questa volta non si potrà chiedere al presidente. Dal Quirinale sottolineano che la rielizione del capo dello Stato sarebbe inopportuna e pericolosa perché trasformerebbe l’eccezione in una norma. Anche per questo motivo i senatori del Pd Bressa, Parrini e Zanda hanno depositato un ddl di rango costituzionale che propone il divieto di rielezione del presidente della Repubblica e la conseguente eliminazione del semestre bianco. L’iter per la sua eventuale approvazione non terminerà che sul finire della legislatura, nel 2023. Intanto, sarà già stato eletto un nuovo inquilino al Colle. Mattarella, che ha già affittato una casa tra il quartiere Parioli e il quartiere Salario Trieste, a Roma, ha disseminato diversi segnali nell’ultimo mese della sua volontà di lasciare il Quirinale.


La lunga scia di indizi

«L’attività è impegnativa, io sono vecchio: tra qualche mese potrò riposarmi», aveva detto a maggio 2021. Già lo scorso 2 febbraio, citando Antonio Segni a 130 anni dalla sua nascita, Mattarella aveva ricordato le parole del suo predecessore: «Il periodo di sette anni è sufficiente a garantire una continuità nell’azione dello Stato – e quindi sarebbe opportuno introdurre – la non immediata rieleggibilità del presidente, per eliminare qualunque, sia pure ingiusto, sospetto che qualche atto del capo dello Stato sia compiuto al fine di favorirne la rielezione», disse il quarto presidente della storia repubblicana italiana in un messaggio alle Camere, il 16 settembre 1963. Ancora, meno di un mese fa – l’11 novembre – Mattarella ha dovuto scomodare Giovanni Leone e un suo discorso del 15 ottobre 1975 per ribadire l’inopportunità di un suo bis al Colle: «Leone ripropose la sollecitazione, già sottolineata dal presidente Segni, di introdurre la non rieleggibilità del presidente della Repubblica, con la conseguente eliminazione del semestre bianco».


Ed è stato lo stesso Mattarella a ricordare a tutti l’inappropriatezza della rielezione di un capo dello Stato, seppure non espressamente impedita dalla Costituzione vigente. Innanzitutto, il periodo che coincide con gli ultimi sei mesi del mandato presidenziale – il semestre bianco – prevedendo il congelamento del potere di scioglimento delle Camere del Colle, può produrre il prolungamento forzato di legislature che, in realtà, avrebbero tutti gli elementi politici per concludersi prima. Una disposizione che «altera il difficile e delicato equilibrio tra poteri dello Stato e può far scattare la sospensione del potere di scioglimento delle Camere in un momento politico tale da determinare gravi effetti», prendendo in prestito le parole di Segni.

I movimenti dei partiti

Il ricorso a un secondo mandato presidenziale è diventato argomento predominante di negoziazione tra i partiti. E forse questo è un altro motivo di stizza dalle parti del Colle. L’unico partito a dare un segnale chiaro di voler rispettare la decisione del presidente della Repubblica è la Lega. «Mi sembra che Mattarella abbia detto cosa intende fare. Va rispettata la sua volontà ed è giusto il cambio», ha dichiarato Matteo Salvini. In casa 5 stelle, Luigi Di Maio ha smentito – ma le voci sono troppe per essere derubricata a pura fantasia giornalistica -, il disegno per portare Mario Draghi al Quirinale e Daniele Franco a Palazzo Chigi. Il fine sarebbe quello di porre fondamenta solide affinché la legislatura non termini anticipatamente. Ma bisogna guardare al centro per vedere il vero fermento politico in questa fase: le trattative di Matteo Renzi per agglomerare un gruppo di grandi elettori che superi la cifra di 70 – è una suggestione, ma è un numero prossimo alla soglie che serve a Silvio Berlusconi, insieme ai voti della destra, per riuscire a spalancare le porte proibite di Palazzo Chigi. Con l’inedita unione tra i gruppi di Italia viva e di Coraggio Italia, la neonata federazione centrista può contare su 72 parlamentari. Carlo Calenda, per il momento, si è sfilato dal progetto classificandolo come «un fritto misto».

Il pantano procedurale se Draghi finisse al Colle

Gli uffici tecnici dei palazzi romani si stanno interrogando su una questione procedurale che non si è mai proposta nella vita politica italiana. L’assunto di partenza è il seguente: Mario Draghi viene eletto presidente della Repubblica. Come farebbe, allora l’attuale presidente del Consiglio a rinunciare all’incarico a Chigi? Nella prassi vigente, il capo del governo deve consegnare le dimissioni direttamente al presidente della Repubblica. Che, in questa eventualità, sarebbe Draghi stesso. C’è poi un’ulteriore elemento di analisi che rende più intricato lo scenario: tra le prerogative di Draghi presidente della Repubblica ci sarebbe quella immediata di gestire la successione a egli stesso a Palazzo Chigi. L’iconica cerimonia della campanella, ad esempio: potrebbe l’ormai presidente della Repubblica prestarsi a passare la campanella al presidente del Consiglio da lui stesso incaricato?

C’è da dire, innanzitutto, che la norma imporrebbe che il capo del governo dimissionario resti in carica fino al giuramento del suo successore. Nello scenario considerato di Draghi al Colle, visto che la sua elezione renderebbe incompatibile con effetto immediato la permanenza a Chigi: si configurerebbe «l’impedimento temporaneo» del presidente del Consiglio previsto dall’art. 8 della legge 400 del 1988. Ci si domanda se debba essere il ministro più anziano del governo a prendere il suo posto – in questo caso Renato Brunetta – e garantire nei panni di reggente una continuità fino all’investitura del nuovo governo. Successivamente, inzierebbe la fase per individuare un nuovo capo dell’esecutivo.

Ed ecco il secondo dubbio procedurale. Chi terrebbe le consultazioni, Mattarella o Draghi? A livello logico, sembrerebbe toccare al nuovo presidente della Repubblica, ma prima dovrà aver prestato – secondo la prescrizione dell’art. 91 della Costituzione – giuramento. Prima che Draghi possa farlo, però, ci sarebbe da finalizzare la transizione con Brunetta. Terzo incastro che rende complicatissima la salita di Draghi al Colle: la questione temporale. Se, per agevolare il ricambio dell’esecutivo, Draghi venisse eletto alla prima chiama – quando il settenato di Mattarella non sarà ancora terminato, vista la scadenza del 3 febbraio 2022 -, saranno necessarie le dimissioni dell’attuale presidente per accelerare il processo di insediamento. E poi seguirebbero la convocazione delle Camere, il giuramento in Aula: tutte procedure che, per i tempi tecnici, prevederebbero una reggenza di emergenza al Colle, affidata in questo caso alla seconda carica dello Stato, Elisabetta Casellati.

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