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Azzolina: «Riaprire le scuole sì, ma con lezioni a rotazione e mascherine Ffp2 per tutti» – L’intervista

L’ex ministra dell’Istruzione: «Si è fatto poco sull’edilizia scolastica e sui controlli, col Pnrr programmare a lungo termine»

Corre il conto alla rovescia: la riapertura delle scuole dopo la pausa natalizia non vedrà slittamenti, conferma il governo. Ma studenti e insegnanti si troveranno di fronte i nodi irrisolti di una situazione epidemiologica difficile in tutto il paese, con i contagi da Coronavirus che aumentano di giorno in giorno (e con «curve in netta crescita sia negli under 12 sia negli under 20», spiega il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro), il caos quarantene e tamponi e la pressione sugli ospedali che aumenta sempre più. «Abbiamo assunto la responsabilità di tornare in presenza, questa è la chiave di volta di questo governo», assicura il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi. Lo era l’anno scorso e lo è ancora oggi: la scuola in presenza è fondamentale, commenta a Open l’ex ministra 5 Stelle Lucia Azzolina. Non solo per le competenze che la scuola dà o l’apprendimento, ma anche per la dimensione sociale e psicologica che le ruota intorno. Chiudere la scuola, lo abbiamo visto, significa purtroppo anche lasciare maggiore spazio a patologie psicologiche e comportamentali.


Lucia Azzolina, è d’accordo quindi con la volontà del governo di lasciare aperta la scuola malgrado l’alto numero di contagi?


«Lodevole, sì. Ma alla volontà politica vanno aggiunte misure che non ci sono».

Per esempio?

«A settembre 2021, per la ripartenza della scuola non si è fatto molto a proposito di spazi. Non sono state trovate aule in più. Il metro di distanza che ai tempi del governo Conte II era obbligatorio affinché le scuole restassero aperte, per quest’anno scolastico non è obbligatorio ma è raccomandato. La scuola, però, è l’unico settore in cui è saltato il metro di distanza e la mancanza di questo criterio non aiuta, soprattutto nelle aule spesso affollate che abbiamo. E poi i monitoraggi e i tamponi: vanno fatti con tempestività. Non basta avere delle scuole-sentinella come si era detto a inizio anno scolastico. Ci vuole il contributo di tutte le parti affinché si monitori la situazione nelle scuole, si facciano i tamponi per tempo, si faccia meno confusione sulla questione quarantene. Lo stesso dibattito sulla possibilità di mandare i ragazzini e le ragazzine non vaccinati in Didattica a distanza è sterile: le norme che ci sono non prevedono l’obbligo vaccinale per entrare a scuola. E questo fa sì che le scuole non abbiano proprio il diritto di sapere quali alunni sono vaccinati e quali no. Se solo ci provassero violerebbero la privacy dei ragazzi. Lo hanno ricordato i dirigenti scolastici. Quindi è inutile parlare di un provvedimento del genere, a meno che il governo non decida di mettere l’obbligo vaccinale. Allora sì che potrebbe fare questa distinzione».

Secondo lei si va verso l’obbligo vaccinale?

«Non credo si vada verso l’obbligo vaccinale per la scuola, ma un’ipotesi potrebbe essere quella di iniziare a riflettere seriamente su fasce d’età che magari rischiano di più o per settori, così come di fatto si è proceduto per alcune categorie»

Quindi quale sarebbe la sua ricetta per la ripartenza della scuola?

«In questo momento sarei molto prudente, visto il numero di contagi. Alcuni dirigenti scolastici, già da settembre, hanno operato con prudenza. Non volendo inserire in una classe 30 persone, hanno optato per piccole rotazioni: 5 persone al giorno collegate in Dad così da avere classi meno sovraffollate. Parlo delle superiori, dove decisioni del genere non danneggiano l’organizzazione famigliare. Sono scelte fatte in accordo con le famiglie, gli studenti, e i collegi dei docenti. E hanno funzionato, perché non è la Dad “pesante”. E poi: monitoraggio e tamponi fatti in maniera efficace. Regole di quarantena individuate dai medici, chiare e che restano tali senza cambiare. Se si pensa che le mascherine Ffp2 siano efficaci nel contenere i contagi, allora sarebbe auspicabile fornirle a tutti, non solo a una piccola porzione di personale scolastico ma a tutto il personale e anche a studenti e studentesse. E poi: se si pensa che la vaccinazione sta funzionando – ed è così, lo vediamo – bisognerebbe far partire una seria campagna di comunicazione per far sì che anche i genitori più impauriti possano essere tranquillizzati un po’. Uno sforzo che non ho visto».

La campagna vaccinale stenta, in particolare nella fascia 5-11 anni, dove si raggiunge appena il 10% di immunizzati, contro il 70% tra i 12enni e i 19enni. Parla di loro?

«Sì, perché ovviamente gli adolescenti, avendo maggiore consapevolezza ed essendo tra coloro che hanno sofferto di più, hanno voluto vaccinarsi: hanno capito che il vaccino è il modo per tornare a vivere e a fare quello che la pandemia ha impedito loro di fare. Va aggiunto anche un altro elemento: abbiamo ancora una fascia importante di over 50 non vaccinata. Saluterei con favore una efficace campagna comunicativa per le vaccinazioni di chi è più piccolo, bisogna spiegare ai genitori. Ma sulla fascia over 50, fatta di persone che probabilmente rischiano anche di più la vita, bisognerebbe probabilmente iniziare a fare una riflessione diversa».

Come interverrebbe sulle tempistiche di quarantena a scuola?

«Non posso sapere qual è la giusta tempistica, perché non sono un medico. E credo che dovrebbero essere proprio i medici, in particolare i pediatri, a dirci qual è la giusta tempistica per le quarantene. Certamente va fatta chiarezza, perché così le famiglie sono in difficoltà. Oggi si dice una cosa, domani un’altra, i cittadini vanno in confusione. Il problema reale poi è che la scuola è un’organizzazione molto complessa. Non è facile gestire 8 milioni di studenti e studentesse, le famiglie, il corpo docente, il personale ATA. Alcune decisioni vanno prese e comunicate con largo anticipo alle scuole affinché possano organizzarsi. Altrimenti non ci si riesce, neppure con la buona volontà dei dirigenti scolastici che hanno fatto e stanno facendo miracoli da due anni a questa parte. La sanità e l’istruzione continuano a pagare le dimenticanze e le superficialità del passato, i tagli non si recuperano in un anno o due di pandemia: ci sono problematiche strutturali. Noi l’anno scorso abbiamo ricavato 40 mila aule in più facendo d’estate lavori di edilizia scolastica leggera. Ma è stata una lotta contro il tempo, ha migliorato un po’ la situazione ma non l’ha risolta. Ne servono molte di più. È stato un inizio. Quel percorso quest’anno è stato interrotto e questa scelta non ha aiutato».

Perché, secondo lei, quel processo è stato interrotto?

«Quest’estate si è pensato secondo me, forse con troppa leggerezza, che i vaccini avrebbero risolto ogni problema. Sono totalmente favorevole, lo ripeto, ma i vaccini da soli, in un sistema come quello scolastico con aule piccole e le situazioni che conosciamo, non bastano. Vanno aggiunte le misure di prevenzione, quelle che tutti stiamo continuando a rispettare: il distanziamento e l’uso delle mascherine. Una parte delle scuole non è più in grado di rispettare il distanziamento. Credo che solo i soldi del Pnrr – ce ne sono tantissimi sull’edilizia scolastica – potranno finalmente far rialzare un po’ la testa alle scuole italiane. Fondamentale è però che vengano spesi: e per questo è necessaria la collaborazione di tutti, in particolare degli enti locali che sono di fatto i proprietari degli edifici scolastici. Ci sono i soldi per costruire tante scuole nuove e rimetterne a posto molte di quelle che abbiamo. Non è un problema che si risolve in poco tempo».

Ma in quanto?

«Ci vorranno almeno 4 o 5 anni. Ed è fondamentale che i governi siano stabili. Dal 2018 a oggi, nella 18esima legislatura, abbiamo avuto 4 ministri dell’Istruzione diversi e questo non aiuta la programmazione. Si fa a breve, medio e lungo termine. Quando si parla di edilizia scolastica, di concorsi, la programmazione è a lungo termine. Al di là di chi occupa il posto di ministro o ministra, bisogna continuare la programmazione della pubblica amministrazione. In Italia è praticamente impossibile: cambiano i ministri, cambiano le politiche e non si va avanti sui progetti pensati poco prima. E questo ha un effetto sull’effettivo diritto di cittadinanza».

In copertina ANSA/Claudio Peri | Lucia Azzolina a Roma, 25 novembre 2020.

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