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Eutanasia, era tutto scritto (4 anni fa): il lungo silenzio del parlamento italiano sul fine vita

Quattro anni di tentativi, per non parlare dei precedenti. E il voto di oggi pomeriggio 17 febbraio, se passerà, prelude ad altri stop

Era tutto scritto. E non da un giorno ma quasi da quattro anni che coincidono, peraltro, con una intera legislatura, all’epoca appena iniziata ed ora prossima alla conclusione. La decisione di due giorni fa, 14 febbraio, della Corte costituzionale di bloccare il referendum sull’eutanasia ha fatto scandalo: i promotori, le famiglie che soffrono perché una persona cara è attaccata ad una macchina senza speranza di guarire, hanno messo sotto accusa la decisione dei giudici delle leggi e del loro neopresidente Giuliano Amato, considerati insensibili alle necessità dei cittadini. Eppure se si può dibattere a lungo di come andassero scritti i quesiti sottoposti alla Consulta – i giudici, e non solo loro, sostengono che così com’era formulato il referedum avrebbe aperto alla depenalizzazione di quasi tutte le forme di omicidio del consenziente, purché capace di intendere e volere – quella che pare difficilmente contestabile è l’insensibilità soprattutto del Parlamento che non è mai intervenuto sulla questione. Forse, ma forse, inizierà a farlo oggi pomeriggio, quando la votazione del testo presentato da Pd ed M5s inizierà il suo percorso a Montecitorio. Ma già si sa che il voto di oggi, se non ci saranno incidenti, sarà solo un “affaccio”, come ha detto uno dei due relatori. Poi si tornerà in commissione per dare spazio alle iniziative di tema economico e se ne riparlerà a marzo. Forse, ovviamente.


Cosa è successo dal 2018 ad oggi

E dire, appunto, che la strada è stata tracciata da due sentenze della corte costituzionale, entrambe con la presenza nel collegio tanto di Giuliano Amato quanto dell’attuale ministra della Giustizia Marta Cartabia. Era il 24 ottobre 2018 e si parlava del suicidio assistito di Dj Fabo, aiutato dal radicale Marco Cappato che dopo aver accompagnato Fabiano Antoniani in Svizzera si era auto denunciato dando il via ad un procedimento penale che ha poi portato alla parziale abolizione dell’articolo 580 del codice penale, su aiuto e istigazione al suicidio. E la corte lo disse già chiaramente allora: «Il compiuto bilanciamento di valori di primario rilievo presuppone, in via diretta ed immediata, scelte che anzitutto il legislatore è abilitato a compiere”, scriveva la corte presieduta allora da Giorgio Lattanzi: «Questa Corte reputa doveroso consentire, nella specie, al Parlamento ogni opportuna riflessione e iniziativa, così da evitare, per un verso, che, nei termini innanzi illustrati, una disposizione continui a produrre effetti reputati costituzionalmente non compatibili, ma al tempo stesso scongiurare possibili vuoti di tutela di valori, anch’essi pienamente rilevanti sul piano costituzionale”. La Corte chiedeva al Parlamento di legiferare entro un anno.


L’anno dopo,  nel 2019, visto che la legge non era ancora arrivata, la Consulta decise di abrogare parzialmente il 580 «nella parte in cui non esclude la punibilità di chi, con le modalità previste dagli artt. 1 e 2 della legge 22 dicembre 2017, n. 219 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento), agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente». Per la seconda volta, la Consulta invitava il parlamento a regolamentare la situazione, perché l’abrogazione parziale di una norma del codice non poteva essere sufficiente. E indicava anche i paletti entro i quali deputati e senatori avrebbero dovuto muoversi: tra gli altri, valutazione del medico e accesso alle cure palliative erano i più importanti e dibattuti.

Il dibattito nel 2021

A quel punto sono stati presentati diversi disegni di legge e per due anni la discussione è andata avanti e indietro a fasi alterne. Alla fine, ma siamo ormai nell’autunno scorso, 2021, due relatori, Bazzoli del Pd e Provenza del M5s, partendo dalla legge di iniziativa popolare datata addirittura 2013, hanno messo insieme un testo che piace a quasi tutto il centrosinistra e sul quale Forza Italia dovrebbe lasciare libertà di coscienza. Secondo Riccardo Magi di +Europa ed alcuni altri parlamentari, è un testo troppo timido perché il controllo da parte dei medici, l’apertura agli obiettori di coscienza e la mancanza di tempi definiti per i vari step potrebbero di fatto bloccare l’accesso al fine vita per i malati o per chi ha raccolto le loro volontà. Nel frattempo, parte la raccolta firme per il referendum sull’eutanasia che, con l’obiettivo di tutelare il medico che eventualmente eseguisse l’iniezione letale, interviene anche sull’articolo del codice penale 579, l’Omicidio del consenziente: ad ottobre 2021 le firme vengono presentate in Cassazione, sono 1,2 milioni.

Siamo ormai a dicembre 2021, e forse perché alcuni considerano pericoloso e troppo ampio il referendum, sembra che la legge si possa fare. E invece il 13 dicembre scorso, la discussione in aula viene rinviata nuovamente, sebbene il premier Mario Draghi abbia dato di fatto il suo placet, dicendo che il governo non si opporrà al referendum abrogativo. Il nuovo inizio era previsto per il 9 febbraio, ormai pochissimi giorni prima dell’inizio dell’udienza davanti alla Consulta: nuovo stop, proprio il giorno in cui papa Francesco ha detto di essere contrario ad ogni legalizzazione del fine vita. Il resto è storia di questi giorni. Ma, appunto, di tempo che n’è stato. Tanto.

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